Quest’anno ho trascorso il Martedì grasso partecipando ad uno degli incontri nei quali si riunisce il Lab PSL, laboratorio settimanale di musica improvvisata. Nessuna maschera, nessuna danza, nessuna televisione accesa sul debuttante festival di Sanremo; solo una quindicina di musicisti riuniti per far musica, per ascoltare musica e per parlare di estetica.
Evidentemente una banda di fanatici, una manica di anormali.
Maschere veneziane
Ritengo però che ad oggi sia sempre più arduo capire come si debba definire la normalità in questo genere di situazioni. Se intendiamo la norma in senso scientifico – e gli scienziati mi perdonino la faciloneria con la quale mi esprimo – essa è la condizione nella quale gli eventi si realizzano così come si pongono statisticamente rispondendo a degli stimoli. In questo senso indubbiamente io e gli altri astanti di quella seduta eravamo degli “anormali fuori moda” (anche questa intesa in senso matematico, con il permesso dei matematici). Questa condizione di anormalità dimostra, però, che la lezione impartitaci da Wagner sul modo di considerare la Musica è scemata inducendo i più, la norma appunto, a rinchiudere l’Arte nelle gabbie dorate dei teatri.
Sanremo teatro ariston
Viviamo infatti in un’epoca abituata a giudicare l’Arte e, fra tutte le arti la Musica in particolare, in base a quanto essa sia in grado di divertirci, intrattenerci, distrarci; pochi, pochissimi, la considerano genuinamente (fuor di retorica, s’intende) un linguaggio attraverso il quale esprimersi per veicolare un messaggio complesso.
Questa mia non vuole essere una donchisciottesca battaglia contro i mulini a vento del pop o degli altri generi “commerciali”: essi sono sempre esistiti, sempre esisteranno ed è un bene che esistano. È fondamentale però sforzarci di imparare a parlare e comprendere tutti i dialetti della Musica, anche quello della cosiddetta “musica d’arte”; l’allontanamento da essa deve essere il risultato di un mancato incontro di sensibilità, di una disattesa delle nostre aspettative estetiche e non dettato dalla noia e dalla incomprensione.
Richard wagner
Guardare Sanremo e divertirsi (de-vertere, distrarsi in altre parole) ascoltando le canzoni in gara ma non idolatrarle storcendo il naso davanti a Mozart o ai meno conosciuti Galuppi e Cimarosa; conoscere i rapper (certuni sono davvero interessanti fra l’altro) e saper interpretare la musica di Webern o Braxton; saper distinguere in quella che chiamiamo “musica di consumo” cosa potrebbe sopravvivere ai secoli e cosa è fondato sulla disonestà del mercato (molta di quella che consideriamo “musica d’arte” era nata, fino all’avvento di Wagner, solo come intrattenimento, basti pensare al Don Giovanni di Mozart).
Questo è il ritratto di un buon ascoltatore, che si forma anche grazie all’istituzione scolastica. Compito così arduo che una vita non è sufficiente per portarlo a termine? Forse si, ma certo basta per provarci pur senza bisogno di rinunciare ad una serata danzante per il Carnevale.

Didascalie immagini

  1. Maschere veneziane (fonte)
  2. Sanremo, Teatro Ariston (fonte)
  3. Richard Wagner (fonte)

In copertina:
Carnevale veneziano 2013
[particolare]
(fonte)