Aushwitz-Birkenau 1944, Saul Ausländer è un membro dei Sonderkommando, i gruppi di prigionieri ebrei selezionati dai nazisti per lavorare alla macchina dello sterminio: accompagnano i deportati dal treno agli spogliatoi facendoli entrare nelle camere a gas, svolgendo ogni attività necessaria allo smaltimento dei ‘pezzi’ – Stück – come vengono chiamati dai tedeschi i corpi delle vittime, fino alla dispersione delle ceneri nelle acque dei fiumi circostanti.
A ritmo industriale con turni di dodici ore al giorno gli uomini delle squadre assistono all’annientamento del loro popolo senza poter raccontare le atrocità di cui sono costretti a rendersi complici, consapevoli di essere essi stessi destinati all’eliminazione perché testimoni scomodi di un segreto che si vuole continuare a nascondere.
Sentite per l’ennesima volta le menzogne tedesche sul pasto caldo che attende tutti dopo la doccia, attonito Saul ascolta contro le porte d’acciaio i colpi e le grida affievolirsi dall’altra parte finché pesante cade il silenzio; poi durante lo sgombro della camera a gas viene trovato tra i corpi aggrovigliati un ragazzo che ancora respira e crede di riconoscere in lui il figlio che forse non ha nemmeno mai avuto.

Spettatore impotente della soppressione del giovane ad opera di un ufficiale medico nazista che ne blocca per sempre la respirazione, Saul ritrova una scintilla interiore che riaccende la sua umanità negata, nascosta nel profondo per sopravvivere all’inferno, e decide di dare sepoltura a quelle spoglie.
E’ la sua ribellione, l’atto di resistenza possibile: restituire umana dignità a quel giovane corpo in contrasto con la cancellazione sistematica di ogni identità in vigore in quel regno oscuro.
Come in preda a un’ossessione andrà in cerca di un rabbino per intonare il canto di preghiera, disposto a sacrificare tutto al suo tentativo di sottrarre il figlio al tavolo delle autopsie e ad ogni altra violazione che possa esser inferta alla sacralità di quel corpo.

Ungherese di Budapest e già aiuto del grande Béla Tarr, il regista László Nemes con Il figlio di Saul segna il suo esordio nel lungometraggio con un progetto meditato a lungo, da quando nel 2001 scoprì il volume – edito in Italia col titolo La voce dei sommersi – che raccoglie testimonianze dirette di uomini appartenuti ai Sonderkommando, scritte clandestinamente e sepolte a rischio della vita nel terreno intorno agli impianti crematori di Auschwitz, rinvenute tra il 1945 e il 1980.
Figlio di una famiglia segnata dalla perdita di congiunti nei lager nazisti, il giovane cineasta ha iniziato a strutturare la sua opera definendo regole rigorose per la sua realizzazione.

Partendo dall’idea di affiancare il protagonista mostrando solo ciò che succede nel suo campo visivo László Nemes ha girato, in pellicola 35 mm con un formato ristretto quasi quadrato, un film essenziale che rinuncia a ogni elemento che possa risultare bello o visivamente accattivante.
Seguendo Saul in articolati piani sequenza, la macchina da presa mostra spesso la sua schiena sempre in movimento al centro dello schermo mentre l’orrore si consuma tutt’intorno completamente fuori fuoco, e quando il protagonista si sposta a lato dell’inquadratura permettendo di vedere ciò che accade sotto i suoi occhi è sempre una presenza in campo che contribuisce a rendere impossibile una visione d’insieme.
Una scelta che regala potenza e verità alla ricostruzione del massacro.

Géza Röhrig nel ruolo di Saul pur avendo partecipato a un paio di film ungheresi alla fine degli anni ’80 non è un attore professionista, nato a Budapest ma residente a New York è poeta e scrittore, nipote di un uomo che ha perso ad Auschwitz i suoi fratelli e sorelle.
Con la straordinaria capacità di trasmettere anche nel silenzio il trauma indicibile della shoa, parte ingombrante della sua biografia, Géza Röhrig con la sua umanità instaura una forte empatia con lo spettatore che non può fare a meno di avere per lui sentimenti di amore e pietà incarnando il vuoto interiore di un uomo che ha perduto ogni emozione, un già morto in vita che nella missione di dare sepoltura a quel figlio ideale ritrova riscatto interiore.

Un giudizio morale frettoloso e superficiale, incapace di comprendere situazioni in cui salta ogni parametro di valutazione comune, ha tenuto fuori a lungo e fino a tempi recenti dal coro della Memoria le testimonianze di coloro che in forze nei Sonderkommando ebbero la sventura di contemplare il fondo dell’abisso da ‘guardiani delle porte dell’inferno’ come alcuni di loro si autodefinirono.
Ancora oggi inspiegabilmente queste voci risultano in larga parte sconosciute, nonostante la resistenza interna ai campi che opposero al regime, sfociata nell’insurrezione del 7 ottobre 1944 ad Aushwitz, che va a infrangere l’immagine fin troppo consolidata e tutto sommato umiliante di una passività del popolo ebraico che inerte si consegnava ai suoi carnefici.

Nonostante troppi film scialbi o inopportunamente patinati – con la tendenza involontaria a mitizzare quei tempi – abbiano indotto una certa pericolosa saturazione del pubblico rispetto al tema Olocausto, Il figlio di Saul fin dall’esordio al Festival di Cannes, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, ha raccolto consensi unanimi conquistando la candidatura all’Oscar per il miglior film straniero.
Opera d’arte necessaria e primo film a portare sullo schermo la figura travagliata di questi uomini vittime due volte della barbarie, Il figlio di Saul è un capolavoro utile ad alimentare il ricordo di quelle atrocità perché sia sempre vivo monito e non cada mai nell’oblio.
Didascalie immagini
- Locandina italiana
- Géza Röhrig è Saul Ausländer, membro dei Sonderkommando di Aushwitz
- Saul sempre in primo piano
- Il regista László Nemes
- La macchina da presa incollata alle spalle di Saul
- Momenti di tensione tra Saul e il presunto rabbino, il dottore ebreo dell’obitorio e gli ufficiali tedeschi
- Altre due immagini del film / László Nemes a Cannes con il Gran Premio della Giuria e con il Golden Globe 2016 al Miglior Film Straniero
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(© 2015 Laokoon Filmgroup)
In copertina:
Géza Röhrig è Saul Ausländer osserva il volto del figlio immaginato, mezzo per riconnettersi con la propria umanità (© 2015 Laokoon Filmgroup)
SCHEDA FILM
- Titolo originale: Saul fia
- Regia: László Nemes
- Con: Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont, Sándor Zsotér, Marcin Czarnik, Jerzy Walczak, Uwe Lauer, Christian Harting, Kamil Dobrowlski, Amitai Kedar, István Pion, Juli Jakab
- Sceneggiatura: László Nemes, Clara Royer
- Fotografia: Mátyás Erdély
- Musica: László Melis
- Montaggio: Matthieu Taponier
- Scenografia: László Rajk
- Costumi: Edit Szücs
- Produzione: Gábor Sipos e Gábor Rajna per Laokoon Filmgroup con il supporto di Hungarian National Film Fund, Claims Conference
- Genere: Drammatico
- Origine: Ungheria, 2015
- Durata: 107’ minuti