A volte un cineasta ha una visione dell’opera che vuole realizzare che impone di affrontare ogni tipo di difficoltà per raggiungere il suo scopo e realizzare il sogno; è accaduto a Werner Herzog con Fitzcarraldo quando ha fatto trascinare un’intera nave in cima a una collina nella giungla dell’Amazzonia ed è successo a Francis Ford Coppola nelle Filippine, quando il progetto di Apocalypse Now è diventato un’ossessione tale da mettere a repentaglio la sua stessa vita.
Adesso Alejandro González Iñárritu per realizzare Revenant – redivivo, il primo dei suoi film ad abbandonare la moderna contemporaneità per un’ambientazione storica, ha trascinato tecnici e attori nei grandi spazi di luoghi remoti e inaccessibili, in condizioni climatiche proibitive, per portare sullo schermo l’epopea americana d’inizio XIX secolo in una storia di crescita spirituale indotta dalla lotta per la sopravvivenza.
Ispirato parzialmente alla storia vera di Hugh Glass – cacciatore di pellicce che nel 1823 sopravvisse a un grizzly, gravemente ferito e abbandonato nel gelo di un rigido inverno miglia e miglia lontano da casa – il film parte dal volume Revenant – La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta di Michael Punke, l’opera più completa e verosimile sulla storia dell’esploratore ormai avvolta dalla leggenda, per raccontare quel mondo scomparso che ruotava attorno al commercio di pellicce, primaria attività economica negli Stati Uniti prima della corsa all’oro e della scoperta del petrolio.

All’epoca i territori selvaggi delle Montagne Rocciose lungo il fiume Missouri in cui si svolsero i fatti erano intrisi di sangue e non solo di quello degli animali scuoiati; imperversavano scontri tra gruppi diversi di cacciatori di pelli, tra uomini bianchi e pellerossa, ma anche fra tribù diverse di nativi americani.
Revenant – redivivo inizia con parole sussurrate nell’antica lingua degli Arikara, una tribù quasi estinta ostile alle battute di caccia e vittima di una situazione politica complessa – sostituita per semplicità nel film da moventi personali che ne spiegano l’aggressività – acquistando anche un valore antropologico nel portare sullo schermo quell’ultimo periodo di vita di una comunità culturale quasi estinta.

Alejandro González Iñárritu e il suo inseparabile direttore della fotografia Emmanuel ‘Chivo’ Lubezki per dare verità alla rappresentazione di quella vita scomoda in luoghi selvaggi e inospitali hanno scelto di girare seguendo la cronologia del racconto, utilizzando solo luce naturale del sole o del fuoco, con ampio impiego di piani sequenza continui che catapultano il punto di vista sempre al centro dell’azione.
La limpida umidità del mattino nella foresta o il magico danzare delle scintille che salgono al cielo notturno sono visioni estatiche della natura, frutti straordinari di un lavoro che ha richiesto cinque anni di ricerche solo per trovare i luoghi giusti, pressoché incontaminati dall’uomo, tra Canada e Argentina in cui filmare immersi in acque gelide o nel candore intatto di vaste distese innevate.

Un cinema estremo quello di Alejandro González Iñárritu portato avanti in condizioni limite a temperature fino a trenta gradi sotto lo zero, con la determinazione di chi vuole creare un’opera unica inseguendo la sua personale visione estetica – brutale e poetica allo stesso tempo – capace di scuotere con la crudezza di un attacco indiano e incantare col simbolismo onirico di un uccellino in volo, metafora metafisica analoga all’apparizione infantile in Biutiful.
Un cinema in cui le immagini generate al computer sono limitate a rarissimi momenti strumentali allo scorrere del racconto, come i bisonti al pascolo attaccati da un branco di lupi o soprattutto l’incontro improvviso con l’orso, di un realismo insostenibile.

Leonardo Di Caprio nei panni del protagonista è impegnato nel ruolo più fisico della sua carriera, selvatico e animalesco nel mettere in scena il caparbio istinto alla sopravvivenza di chi rinasce più volte, da una fossa come da un ventre animale, in un viaggio che diventa esperienza spirituale.
L’attore non si è risparmiato, rischiando l’ipotermia e recitando anche con la febbre alta, per incarnare fino in fondo la trasformazione del personaggio che perde l’impulso distruttivo iniziale imparando devozione per la sacralità della natura, dallo sparo mimato con un pezzo di legno contro le alci nel fiume a quel cadere in ginocchio, certo esausto ma incantato, davanti alla maestosa bellezza dei bisonti.

Nel resto del cast: Tom Hardy è lo spietato Fitzgerald pieno di pregiudizi e incapace di accettare le diversità, reso egoista dalle sue cicatrici e debole dalle sue paure, non un semplice cattivo; Dohmnall Gleeson è il Capitano Henry capo della spedizione, impegnato a costruirsi l’autorevolezza che il suo ruolo esige; l’emergente Will Poulter è il giovane Jim Bridger, insicuro e costretto a legare la sua sorte a quella del feroce Fitzgerald che teme e non stima, finché non potrà dirsi di nuovo al sicuro; Arthur Redcloud è il solitario guerriero Pawnee che incontrando Hugh Glass sul suo cammino ne diventa, per un breve tratto di strada, quasi un fratello nella purezza di una solidarietà senza barriere.

Alejandro González Iñárritu ha iniziato a immaginare questo progetto ispirato dai grandi pittori del passato, ha citato Turner e Caravaggio in particolare, e la bellezza della natura impressa nelle immagini sublimi di Revenant – redivivo sembra spesso un quadro dipinto con la luce.
Un film epico e intimo allo stesso tempo con la macchina da presa che segue il suo protagonista nella traversata di grandi spazi, anche trascinato via dalla corrente di un fiume, ma ne intercetta brividi e sofferenza registrando a distanza ravvicinata anche il più flebile dei respiri, rendendo tangibili i suoi pensieri senza l’invadenza di una voce fuori campo.

Dopo il trionfo di Birdman [o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza] alla notte delle stelle dell’anno scorso, Revenant – redivivo ha raccolto 12 candidature all’Oscar e si prepara a diventare un evento, meriterà ogni statuetta che sarà capace di portarsi a casa e soprattutto quella a Leonardo Di Caprio, ma se così non sarà potremo legittimamente gridare al complotto.
Didascalie immagini
- Locandina italiana
- Alejandro González Iñárritu sul set con Leonardo di Caprio e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki
- Ricordi di vita indiana e spiritualità onirica, unico terreno su cui conservare la propria umanità
- Sopravvissuto tra sconfinate distese di neve e accampato sul fiume
- Le luci della sera sul fiume Missouri
- Uno straordinario Leonardo Di Caprio è Hugh Glass sotto un costume di scena che arrivava a pesare anche 45 kg
- Tom Hardy è lo spietato Fitzgerald
- Forrest Goodluck è il giovane mezzosangue Hawk / Will Poulter è Jim Bridger (© 2015 New Regency Productions / RatPac Entertainment)
In copertina:
Leonardo Di Caprio è il cacciatore Hugh Glass (© 2015 New Regency Productions / RatPac Entertainment)
SCHEDA FILM
- Titolo originale: The revenant
- Regia: Alejandro González Iñárritu
- Con: Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck, Paul Anderson , Kristoffer Joner, Joshua Burge, Duane Howard, Melaw Nakehk’o, Fabrice Adde, Arthur RedCloud, Christopher Rosamond, Robert Moloney, Lukas Haas, Brendan Fletcher, Tyson Wood, Mc Caleb Burnett, Vincent Leclerc, Stephane Legault, Emmanuel Bilodeau, Cole Vandale, Thomas Guiry, Scott Olynek, Amelia Crow Show, Peter Strand Rumpel, Timothy Lyle, Kory Grim, Anthony Starlight, Jamie Medicine Crane, Veronica Marlowe, Clarence Hoof, Dion Little Child, Blake Wildcat, Paul Young Pine, Cody Big Tobacco, Dallas Young Pine, Chesley Wilson, Michael Fraser, Scott Duncan, Mariah Old Shoes, Grace Dove, Adrian Glynn Mc Morran, Isaiah Tootoosis, Alex Bisping, Chris Ippolito, Jeffrey Olynek, C. Adam Leigh, Kevin Corey, David Rampanen, Javier Botet, Haysam Kadri, Jordan Crawford
- Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu, Mark L. Smith parzialmente ispirata al romanzo di Michael Punke
- Fotografia: Emmanuel Lubezki
- Musica: Ryūichi Sakamoto, Alva Noto
- Montaggio: Stephen Mirrione
- Scenografia: Jack Fisk
- Costumi: Jacqueline West
- Produzione: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro González Iñárritu, Mary Parent, Keith Redmon e James Skotchdopole per Anonymous Content, New Regency Pictures, Ratpac Entertainment
- Genere: Avventura
- Origine: USA, 2015
- Durata: 156’ minuti