“Mentire per vivere, ecco cos’è la recitazione. Non ho fatto altro che imparare a esserne consapevole.”
Marlon Brando
Nell’epoca in cui a Hollywood gli attori erano ancora vincolati al carattere che ognuno incarnava per il pubblico – il duro Humprey Bogart, la canaglia Clark Gable, il delinquente James Cagney – con uno stile antinaturalistico che li rendeva in fondo in ogni ruolo sempre uguali a se stessi, l’arrivo sullo schermo di Marlon Brando fu un evento dirompente che avrebbe cambiato per sempre l’approccio di ogni attore professionista a venire, in una rivoluzione valida ancora oggi nel Cinema contemporaneo di tutto il mondo.
Al suo secondo film soltanto, con Un tram che si chiama desiderio (1951) di Elia Kazan il giovane Marlon irrompe sulla scena con una tale carica di selvaggia verità, l’impronta consolidata sulle tavole di Broadway data al suo Stanley Kowalski trasuda violenza trattenuta ed erotismo proibito ad ogni gesto, da rendere superato e inadeguato ogni parametro convenzionale di valutazione.
L’incontro con l’insegnante di recitazione newyorchese Stella Adler, capace per prima di riconoscerne il talento iniziando il giovane Brando alla ricerca della verità nell’arte del palcoscenico, perno centrale del metodo Stanislavskij da lei introdotto negli Stati Uniti, permise ad un giovane senza prospettive di costruirsi una carriera e una vita intera attraverso un’intensa attività d’introspezione applicata alla recitazione.

Il film Listen to me Marlon di Stevan Riley distribuito in dvd e blu-ray da Universal Pictures rappresenta un’inedita occasione di avvicinare dall’interno la figura di Marlon Brando, per molti il più grande attore di tutti i tempi, perché a più di dieci anni dalla scomparsa è la sua stessa voce a guidarci in questo viaggio alla scoperta dell’uomo oltre il mito.
Negli archivi personali del grande divo sono state ritrovate circa trecento ore di registrazioni audio, riflessioni private incise in solitudine senza interlocutori a inibirne la disarmante sincerità, spesso mai ascoltate da nessuno, che Brando utilizzava come sedute di autoipnosi e meditazione.
Il titolo Listen to me Marlon ‘ascoltami Marlon’ fa riferimento appunto a questo dialogo con se stesso.

Un enorme lavoro preliminare di trascrizione e catalogazione degli argomenti affrontati ha preceduto la selezione del materiale inserito nel montaggio definitivo, nel mosaico dei frammenti vocali – strutturato per dare l’illusione del flusso di coscienza continuo – emerge il ritratto intimo di un uomo segnato dai traumi dell’infanzia, che a dispetto della fama e dell’idolatria di cui è stato oggetto non è riuscito a liberarsi dall’insicurezza e dal senso d’inadeguatezza.
La sintesi del vasto materiale è necessariamente arbitraria, ma un tale approccio all’uomo Marlon è legittimato dallo stesso protagonista che immaginando un documentario futuro ipotizzava il taglio narrativo di un racconto su “un uomo complicato, perseguitato dai ricordi” isolato in solitudine e prigioniero della celebrità in un alternarsi di nostalgia e tristezza.

Listen to me Marlon è il racconto universale di una vita nella sua parabola esemplare di ascesa culmine e declino, con l’attività professionale e i capolavori cinematografici a cui Marlon Brando ha legato il suo nome che scorrono sullo sfondo: l’Oscar per Fronte del porto, l’incontro con Tahiti per Gli ammutinati del Bounty, il ritorno al successo con Il padrino e Ultimo tango a Parigi, i conflitti per la realizzazione di Apocalypse Now fino al compenso miliardario per Superman e alla perdita d’interesse per il mestiere d’attore.
Con un percorso emblematico di amarezza e disillusione Marlon è passato dall’attenta ricerca della verità nella messa in scena del personaggio alla convinzione che recitare è solo mentire e mistificare.

Alla fine il film di Stevan Riley ci consegna l’immagine di un uomo curioso degli altri esseri umani, impegnato nel rivelarsi a se stesso e consapevole dell’attenzione che la sua notorietà poteva dirottare su cause etiche e battaglie morali per il rispetto della dignità umana.
Fu a fianco di Martin Luther King nelle marce per rivendicare equità di diritti per i neri degli Stati Uniti – è percepibile una sincera nota di dolore nella sua voce quando ricorda la consapevolezza del leader sulla fine violenta cui sarebbe andato incontro – e non esitò a rifiutare l’Oscar vinto per Il padrino (1972) come forma di protesta verso l’industria cinematografica hollywoodiana per l’immagine distorta e umiliante che riservava nei film ai nativi d’America, arrivando per questo a subire anche la sorveglianza occulta dell’FBI.
Un ritratto onesto, lontano dall’agiografia che non può esaurire la biografia di una personalità così complessa.

Attraverso la testimonianza diretta è Marlon Brando stesso a raccontare il senso della sua vita, questa la sfida vinta dal film nel rievocare l’impegno dell’infanzia a vendere bottiglie o falciare prati per i pochi centesimi necessari al biglietto del cinema, con la considerazione che nel buio della sala ognuno è solo in rapporto allo schermo e alle sue fantasie.
A dispetto di ogni cinico disincanto della maturità, pensieri profondi sul valore del Cinema come specchio di riflessione per la natura umana rende coscienti del supporto che la settima arte può rappresentare per una miglior comprensione di se stessi, perché in fondo a ogni considerazione il fine ultimo di tutto è vivere!

Negli ultimi anni della sua vita Marlon appassionato di nuove tecnologie accettò di far scansionare col laser la sua faccia consapevole delle meraviglie digitali future, affidare a quel clone virtuale gli ultimi messaggi come un commiato prima del totale dissolversi nell’eternità rende tangibile la fragilità di un’anima già consegnata alla leggenda.
Didascalie immagini
- Copertina italiana del dvd
- Marlon Brando sul set di Un tram che si chiama desiderio (1951) di Elia Kazan / Fronte del porto (1954) di Elia Kazan: Marlon è il più giovane nella storia dell’Academy a conquistare l’Oscar per il Miglior Attore
- Marlon bambino / Sulle tavole di Broadway in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams / Uno dei primi provini cinematografici / Nella versione cinematografica firmata Elia Kazan di Un tram che si chiama desiderio
- Ultimo tango a Parigi (1972): un fotogramma e sul set con Bernardo Bertolucci
- Gli ammutinati del Bounty (1962) di Lewis Milestone / Il paradiso di Tahiti / Marlon Brando e la figlia Cheyenne / Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola
- Marlon Brando e Martin Luther King / Ospite in tv per denunciare le violenze contro i pellerossa / Col trucco di Vito Corleone per Il padrino
- Il selvaggio (1954) di László Benedek / Riflessi in un occhio d’oro (1967) di John Huston / Queimada (1969) di Gillo Pontecorvo / Bulli e pupe (1955) di Joseph L. Manckiewicz / Fronte del porto (1954) di Elia Kazan /
Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola / Viva Zapata! (1952) di Elia Kazan / Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola / Giulio Cesare (1953) di Joseph L. Manckiewicz / La scansione del volto di Marlon Brando
(© 2015 MB Films Ltd)
In copertina:
Marlon Brando in una foto di scena per Un tram che si chiama desiderio (1951) di Elia Kazan
[particolare]
(© 2015 MB Films Ltd)
SCHEDA FILM
- Titolo originale: Listen to me Marlon
- Regia: Stevan Riley
- Sceneggiatura: Stevan Riley, Peter Ettedgui
- Fotografia: Ole Bratt Birkeland
- Montaggio: Stevan Riley
- Scenografia: Kristian Milsted
- Produzione: John Battsek con R. J. Cutler e George Chignell in coproduzione con Nicole Stott e in associazione con Olivia Percival per Passion Pictures e Universal Pictures
- Genere: Documentario
- Origine: USA, 2015
- Durata: 98’ minuti