Il devastante terremoto del 6 aprile 2009 cancellò, alle 3.32, la vita di trecentonove persone. Oltre milleseicento furono i feriti, sessantacinquemila gli sfollati e danni stimati superiori a dieci miliardi di euro. Una tragedia a cui si sono aggiunti gli scandali legati alla ricostruzione che indignano profondamente minando la credibilità delle istituzioni troppo spesso incapaci di fondarsi sulla trasparenza. I tempi sono ancora lunghissimi e la crisi economica blocca, per mancanza di fondi, progetti avviati. L’Aquila, e l’Abruzzo avrebbero bisogno dei grandi numeri del turismo per accelerare il ritorno alla normalità e la cultura potrebbe essere il volano per tutti i tesori, spesso sconosciuti, che la regione può offrire.
Consideriamo quindi come una nuova partenza, l’inaugurazione di ieri a L’Aquila 
del Munda, il Museo Nazionale d’Abruzzo che ha sede in borgo Rivera, a ridosso delle mura, di fronte alla Fontana delle 99 Cannelle, un’area significativa perché legata alla fondazione della città. La struttura – ex Mattatoio comunale concessa in comodato d’uso gratuito per l’inagibilità della sede storica del museo all’interno del Forte spagnolo gravemente danneggiato – è stata completamente riqualificata con tecnologie antisismiche e ripensata per questa sua nuova funzione i cui interventi di restauro sono stati interamente assunti dallo Stato nell’ambito del progetto Mumex (i grandi musei attrattori del Mezzogiorno).
Cardone-durante-il-restauro
Una volta spenti microfoni e telecamere per gli interventi istituzionali, lontano da qualsiasi retorica, quella vissuta era commozione profonda e sincera. Sarà stato per la luce degli occhi degli aquiliani, per il periodo storico che stiamo vivendo, i segni ancora profondi di un disastro non solo ambientale, ma è stata una delle rarissime volte che mi sono sentita orgogliosamente italiana. 
Il nuovo museo ospita o
ltre cento opere, con i più importanti pezzi del Museo Nazionale d’Abruzzo che aveva sede nel castello cinquecentesco: capolavori delle diverse epoche (reperti archeologici, sculture lignee e dipinti fino al XVIII secolo) le cui tipologie rappresentano non solo la varietà e la qualità delle collezioni del museo, ma anche identità storico culturale dell’intera regione. 
Cardone-dopo e prima del restauro
Il percorso ideato da Lucia Arbace, Direttore del Polo Museale dell’Abruzzo (che nei primi mesi del nuovo anno ci accompagnerà in itinerario alla scoperta di alcuni tesori del territorio) si compone di cinque grandi ambienti espositivi che iniziano con la sezione archeologica. Manufatti rappresentativi delle diverse civiltà connotando le identità delle genti italiche. I mascheroni in osso, appartenuti ad uno dei letti scavati a Fossa – la teoria di gladiatori scolpiti nella pietra –  sono tra le più antiche scene di questo tipo pervenute ai giorni nostri.
Monili in oro e dischi in lamina di bronzo, oltre a oggetti mai presentati e rinvenuti durante le campagne di scavo nell’ultimo decennio, aggiornano il panorama abruzzese. Tra i pezzi più noti il cippo funerario con serpente, animale caro al popolo di maghi dei Marsi. Tipico dell’ambiente faunistico del lago Fucino, ancor oggi al centro di uno degli eventi religiosi più caratteristici della regione: la festa di San Domenico Abate, festa dei “serpari” (in maggio).
Gentile Da Rocca Madonna del Latte,1283 Tempera su tavola Proveniente dalla Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, Fossa (AQ)
La porta a due battenti, proveniente da Campovalano di Campli, introduce in un coloratissimo e raffinato Medioevo. In Abruzzo, tra la fine del XII e la prima metà del XIV secolo, la produzione di statue lignee, e di tavole dipinte di soggetto mariano, ebbe esiti felicissimi e di difficile paragone, per intensità religiosa e finezza artistica, ad altre produzioni coeve. 
Dalle sedes sapientiae alle Madonne lactans, alle Vergini angioine: esempi di Madonne abruzzesi rivestite di sontuose vesti e, nel contempo, umanissime nell’allattare il figlio. Le più antiche (Lettopalena, Ambro, Sivignano) hanno i tratti austeri delle regine di Bisanzio come la “Madonna del latte” di Montereale (tempera su pergamena incollata su tavola di pino), straordinaria per ricchezza e qualità decorativa con l’uso del lapislazzulo, oggetto di una partecipata devozione da parte degli abitanti di Montereale e del circondario. Oppure la Madonna realizzata da Gentile da Rocca, raro e finora unico esempio di tabernacolo duecentesco abruzzese datato 1283, firmato dal suo autore, uno dei maestri operanti nel cantiere della Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, presso Fossa, con il suo importante ciclo di affreschi.
Maestro del Trittico di BeffiTrittico di Beffi, inizi del XV secoloTempera su tavola con fondo oroProveniente dalla Chiesa di Santa Maria delPonte, Tione degli Abruzzi (AQ)
In
fluenze del gotico francese – diffuso dopo la conquista angioina del Regno di Napoli – nelle opere che, dalla fine del XIV secolo, ci traghettano verso il pieno Rinascimento. Le figure si animano e la Vergine entra in colloquio col figlio, come nella Madonna di San Silvestro, considerata il capolavoro della scultura lignea regionale. Alla stagione del tardogotico appartiene anche la “perla” del Museo, ll Trittico di Beffi che, insieme alle grandi opere di oreficeria, inserisce di diritto il panorama artistico abruzzese nello scenario internazionale. In quegli anni fu intensa la circolazione di opere e maestri e il trittico, attribuito a Jacobello del Fiore proveniente dalla chiesa di Santa Maria la Nova a Cellino Attanasio, è una testimonianza tangibile dei rapporti con Venezia e la cultura adriatica. Invece, la grande stagione dell’oreficeria, viene esemplificata da opere come il reliquario a cofanetto di Giovanni d’Angelo da Penne – argento, bronzo dorato e smalti – o il nodo di croce processionale firmato da Nicola da Guardiagrele, tripudio di smalti champlavés. Inoltre, unicum nell’intera regione, gli smaglianti colori delle due vetrate provenienti dalla chiesa di San Flaviano all’Aquila: la prima raffigurante il santo titolare della chiesa, l’altra San Piero Celestino, principale patrono della città.
Saturnino Gatti, Madonna in trono con Bambino e angeli, 1505Tempera su tavola con fondo oroProveniente dalla Cappella della Torre, PalazzoMargherita, Municipio dell’Aquila
Il periodo di reggenza aragonese, segnato dalla presenza di san Bernardino da Siena (qualità e quantità delle opere del Museo legate al francescanesimo, come il nucleo dei polittici cosiddetti crivelleschi) porta notevoli frutti a seguito dell’evangelizzazione promossa dall’Osservanza francescana, che si riflette in una produzione artistica incline con l’avanzare del Quattrocento a scelte più narrative, intrise di un naturalismo che lascia sgomenti per la capacità di restituire un volto umanissimo alle immagini sacre. Sul finire del secolo sono le botteghe aquilane a vivacizzare ulteriormente la scena artistica con maestri orafi e argentieri capaci anche di dipingere ad affresco o su tavola. Tra le più attive sicuramente quella di Silvestro di Giacomo che, durante la sua carriera, seppe aggiornarsi sui testi del Rinascimento sia romano che fiorentino (suo il legno intagliato e dipinto del San Sebastiano che fissa il canone della statuaria moderna in Abruzzo). Tra i suoi allievi più celebri: Saturnino Gatti. Brilla (nelle sale del museo – insieme ad altri capolavori del maestro – il fondo dorato della Madonna in trono con Bambino e angeli) e Francesco da Montereale (esposto un nucleo consistente di lavori), ma a scuotere l’ambiente abruzzese saranno le novità introdotte dall’esempio di Raffaello.
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Il raffaellismo ebbe vita lunga a L’Aquila, arricchendosi via via di altri apporti più moderni. Negli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento una delle personalità più notevoli è Cola dall’Amatrice, pittore e architetto, progettista della monumentale facciata di san Bernardino, ma anche autore di tavole e tele per committenti ascolani e romani. Recentissimi studi in corso di restauro all’Opificio delle Pietre dure, attribuiscono alla sua eccentrica produzione, il tondo con la Sacra Famiglia e i santi Francesco e Giovannino.
Protagonista indiscusso nel XVI secolo – in cui il prestigio dell’Aquila si rinnova grazie alla presenza della figlia dell’Imperatore Carlo V – è Pompeo Cesura, di cui il Museo espone anche un superbo legno intagliato e riportato al suo splendore (Cristo alla Colonna), testimonianza della plastica tardo manierista del secondo Cinquecento.
Tra naturalismo e barocco si dispiega il Seicento abruzzese. Accanto a lavori che escono dalla laboriosa bottega dei Bedeschini, è esposto uno dei quadri a soggetto animalier tipici della produzione del monaco celestino Carl Ruther, originario di Danzica (una Lepre di grandissima forza espressiva), mentre il classico naturalismo dei maestri emiliani filtra in Abruzzo con le opere di Giacinto Brandi.
Particolare di una sala del Munda

Le collezioni del Museo Nazionale d’Abruzzo si sono arricchite negli anni Settanta del Secolo scorso. anche grazie alla donazione al Comune dell’Aquila della preziosa collezione Cappelli, affidata in deposito conservativo al Museo. In particolare, le opere dei protagonisti della scena artistica napoletana del Seicento: dalla Maddalena in meditazione del teschio di Jusepe de Ribera ai quattro capolavori di Mattia Preti.
Dopo il restauro è rifiorito il Cristo benedicente di Massimo Stanzione, sontuoso e monumentale. Infine, tra le opere più notevoli, la Natività attribuita a Bernardino Cavallino e, in chiusura del secolo, le opere del longevo Francesco Solimena, cui si deve sia il delicato Sant’Antonio da Padova sia l’Apoteosi di Carlo Borbone.
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Opere restituite agli aquilani e alla fruizione del pubblico – con ingresso gratuito fino al 3 gennaio 2016- attraverso soluzioni innovative, come le apposite piastre concepite per la prevenzione rischi, in un allestimento ispirato a valorizzare sia la dimensione narrativa del percorso, sia i collegamenti dei beni con le chiese, i monumenti e in generale il patrimonio culturale del territorio. A supporto il volume del Museo dei Quaderni a cura del Polo Museale dell’Abruzzo (edizioni Zip) e il Taccuino dei Musei Abruzzesi 2016.
Un’emozione autentica, un’occasione per organizzare un viaggio indimenticabile a L’Aquila e dintorni.

Didascalie immagini

  1. L’Aquila, Forte spagnolo. Loggiato del primo piano dopo il sisma
  2. Giovanni Paolo Cardone La Madonna in trono con il Bambino, San Giuseppe, San Francesco d’Assisi, San Giovannino 1585, Olio su tela Proveniente dalla Chiesa di San Giuseppe dei Cappucci. L’opera durante il restauro di Eugénie Kinigh
    (vedi dettaglio più sotto)
  3. Giovanni Paolo Cardone La Madonna in trono con il Bambino, San Giuseppe, San Francesco d’Assisi, San Giovannino 1585, Olio su tela Proveniente dalla Chiesa di San Giuseppe dei Cappucci. L’opera dopo e prima del restauro
  4. Gentile Da Rocca Madonna del Latte,1283 Tempera su tavola Proveniente dalla Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, Fossa (AQ)
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    (Foto di Gino di Paolo)
  5. Maestro del Trittico di BeffiTrittico di Beffi, inizi del XV secoloTempera su tavola con fondo oroProveniente dalla Chiesa di Santa Maria delPonte, Tione degli Abruzzi (AQ)
    (vedi dettaglio più sotto)
    (Foto di Gino di Paolo)
  6. Saturnino Gatti, Madonna in trono con Bambino e angeli, 1505Tempera su tavola con fondo oroProveniente dalla Cappella della Torre, PalazzoMargherita, Municipio dell’Aquila
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    (Foto di Gino di Paolo)
  7. Pittore attivo in ambito benedettino tra la finedel XII e l’inizio del XIII secoloMadonna “de Ambro”, prima metà del XIII sec.Tempera su tela applicata a tavolaProveniente dalla Chiesa di Santa Maria aGrajano, Fontecchio (AQ)
    (vedi dettaglio più sotto)
    (Foto di Gino di Paolo)
  8. Particolare di una sala del Munda
  9. Cristo di Penne all’arrivo presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma
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In copertina:
Particolare di una sala del Munda

DETTAGLI DI ALCUNE OPERE
(courtesy Villaggio Globale International)

  • MADONNA IN TRONO DI CARDONE
    Il dipinto, una delle tele più impegnative e meglio riuscite di Giovani Paolo Cardone (rimasta inedita fino al suo restauro nel 1971) è tra le opere del patrimonio museale abruzzese più gravemente danneggiate dal terremoto del 6 aprile 2009. Esposto, al momento del sisma, nella sala II della galleria del secondo piano del Castello cinquecentesco dell’Aquila, venne travolto dal collasso della parte sommitale della cortina muraria sudorientale della fortezza, restando per circa un mese sepolto tra le macerie e soggetto all’azione delle piogge che penetravano abbondantemente nel locale. Recuperato dai Vigili del Fuoco il 7 maggio, una scheda della protezione civile riferiva: “dipinto recuperato sotto le macerie, lacero, bucato e completamente bagnato..” Dopo i primi interventi d’emergenza l’opera – che appartiene alla piena maturità dell’artista e in cui compaiono i primi stilemi della sua singolare adesione alla Maniera – è stata sottoposta, tra il 2011 e il 2012, a un innovativo intervento di restauro, che ha permesso di ripristinare la pleneità della tela e di conseguire un sorprendente, inimmaginabile ancorché incompleto, recupero di leggibilità.
  • LA MADONNA DI GENTILE DA ROCCA
    Questa icona è una rara tempera su tavola, datata e firmata dall’autore: “Anno del Signore 1283 – Gentile da Rocca di Mezzo mi dipinse.” Della vita di Gentile da Rocca si hanno poche notizie, si suppone sia nato intorno alla metà del Duecento e abbia lavorato ai perduti affreschi dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone a Sulmona, che possiamo immaginare simili al ciclo dell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco e a quella parte delle pitture della straordinaria chiesa di Santa Maria a Cryptas a Fossa che gli viene riconosciuta per affinità di stile. Specializzatosi come frescante, il maestro originario dell’altopiano alle porte dell’Aquila, ottiene qui un risultato mirabile, confermando le sue eccellenti doti di disegnatore. L’opera è un raro esempio di tabernacolo dipinto, estremamente rilevante per la presenza degli sportelli laterali, dove affiorano poche tracce delle scene appartenute forse a un ciclo cristologico. Inizialmente coronata, la Madonna è impregnata di modi e temi della pittura bizantina; assisa sul trono ritratta nell’atto di allattare il bambino, ha un marphorion che le copre i capelli e le scende sulle spalle. Cristo benedice alla latina e con la mano sinistra regge un volume aperto ove è visibile l’iscrizione “Ego Sum Lux Mun- di. Qui sequitur” (Io sono la luce del mondo, per chi la segue).  
  • TRITTICO DI BEFFI
    Il trittico è conosciuto col nome del vicino castello di Beffi fin dal 1927, quando lo storico dell’arte Van Marle lo pubblicò nella sua opera The Devolpment of the Italian school of paintings. In realtà esso proviene dalla chiesa di Santa Maria del Ponte a Tione degli Abruzzi dunque più corretto sarebbe definirlo di “Tione”. Dietro la misteriosa identità dell’autore, genericamente individuato come il Maestro del trittico di Beffi, si celerebbe la figura di Leonardo da Teramo, artista attivo, oltre che nella città natale, a Sulmona e all’Aquila (C. Pasqualetti). Approfonditi studi condotti su questo artista, infatti, hanno permesso di stabilire importanti nessi e corrispondenze tra la sua carriera e i suoi spostamenti, con quanto si è riuscito a ricostruire finora del Maestro di Beffi, poliedrico arista, non solo pittore ma frescante e miniatore. L’opera, databile ai primi anni del 1400, è un’importantissima testimonianza del tardo gotico in Abruzzo, quel movimento internazionale capace di coniugare indirizzi stilistici provenienti da più parti d’Italia ed in grado di dialogare con il coevo linguaggio artistico europeo. Essa si contraddistingue per l’elevata qualità del disegno e dei materiali. Il fondo, ottenuto con finissima foglia d’oro attentamente punzonata lungo la cornice e nelle aureole dei santi, denuncia l’attaccamento al secolo appena concluso, il XIV, mentre la marcata espressività dei volti, messi in relazione con gli affreschi del coro della chiesa di San Silvestro all’Aquila, mostrano un’accurata ricercatezza e naturalismo, tipici dell’incipiente linguaggio artistico rinascimentale. L’opera, fortunatamente scampata al sisma del 2009, in breve è divenuta simbolo della rinascita della città, incarnazione della speranza e dei valori di bellezza ed armonia di un’intera comunità. Il trittico è partito alla volta di un tour verso le più prestigiose istituzioni culturali americane, vero e proprio ambasciatore dell’Abruzzo: l’opera è stata esposta alla National Gallery of Art di Washington, al Nevada Art Museum di Reno e successivamente al Getty Museum di Los Angeles, ammirata da oltre un milione di visitatori. (I.P.)
  • MADONNA IN TRONO CON BAMBINO E ANGELI
    La tavola della Madonna Regina Celorum, come indicato dalla scritta dipinta sul suppedaneo del trono, è opera matura di Saturnino, risalente probabilmente a dopo il 1502 e commissionata al maestro per la cappella del Palazzo del Capitano di Giustizia (poi Palazzo di città). Che la tavola fosse una commissione importante è sottolineato dal massiccio uso di foglia d’oro che Saturnino impiega per riempire di splendore l’intero sfondo della tavola. La Madonna, assisa sul trono e con il bambino sulle gambe, guarda con dolcezza lo spettatore, al quale il piccolo Gesù sembra porgere i fiorellini stretti nella mano, probabilmente dei garofanini rossi, simbolo della passione. La vergine siede sotto un grande baldacchino decorato con sei aquile, simbolo della città. La sua figura, immersa nell’oro, ricorda i gruppi in terracotta con lo stesso soggetto, peraltro trattato anche dallo stesso Saturnino, scultore oltre che pittore, per la basilica di Collemaggio.  
  • LA MADONNA DI GENTILE DA ROCCA
    Questa icona è una rara tempera su tavola, datata e firmata dall’autore: “Anno del Signore 1283 – Gentile da Rocca di Mezzo mi dipinse.” Della vita di Gentile da Rocca si hanno poche notizie, si suppone sia nato intorno alla metà del Duecento e abbia lavorato ai perduti affreschi dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone a Sulmona, che possiamo immaginare simili al ciclo dell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco e a quella parte delle pitture della straordinaria chiesa di Santa Maria a Cryptas a Fossa che gli viene riconosciuta per affinità di stile. Specializzatosi come frescante, il maestro originario dell’altopiano alle porte dell’Aquila, ottiene qui un risultato mirabile, confermando le sue eccellenti doti di disegnatore. L’opera è un raro esempio di tabernacolo dipinto, estremamente rilevante per la presenza degli sportelli laterali, dove affiorano poche tracce delle scene appartenute forse a un ciclo cristologico. Inizialmente coronata, la Madonna è impregnata di modi e temi della pittura bizantina; assisa sul trono ritratta nell’atto di allattare il bambino, ha un marphorion che le copre i capelli e le scende sulle spalle. Cristo benedice alla latina e con la mano sinistra regge un volume aperto ove è visibile l’iscrizione “Ego Sum Lux Mun- di. Qui sequitur” (Io sono la luce del mondo, per chi la segue).
  • MADONNA DE AMBRO
    È stata battezzata de Ambro, per l’iscrizione tanto lacunosa quanto misteriosa che appena si legge nella parte inferiore. Databile tra la fine del II e la prima metà del XIII secolo, questa sontuosa icona è una tempera dipinta su un fine tessuto applicato su tavola. Ancora bizantina nell’impianto, l’immagine è molto austera ma particolarmente vivace e squillante dal punto di vista cromatico. Notevole l’acconciatura di questa Madonna lactans; sotto una corona ornata di preziose gemme i capelli sono raccolti in una doppia reticella intessuta di perle che termina con una coppia di nappe colorate, i pendilia. Ieratico è il piccolo Cristo, riccamente rivestito, colto nel gesto di trattenere il braccio della madre, mentre con l’altra mano regge il volume delle Sacre scritture. L’opera proviene dalla chiesa di Santa Maria a Graiano in San Pio di Fontecchio (AQ), un’antica chiesa oggi diruta che faceva parte di un importante monastero benedettino che, fin dalla fondazione intorno all’anno mille, era dedicato a San Mauro.
  • CRISTO DI PENNE
    Accanto alle Madonne è proposto il duecentesco Cristo del Duomo di Penne, assoluto capolavoro riconducibile alla tipologia dei gruppi lignei della Deposizione a più figure. Sacre rappresentazioni del dolore, tali figurazioni possedevano la straordinaria capacità di rappresentare la sofferenza e la compostezza dei protagonisti dell’evento. Scolpito in maniera tanto sintetica quanto delicata, il corpo di Gesù evoca il momento in cui veniva rimosso dalla croce da Nicodemo e da Giuseppe d’Arimatea, sotto gli occhi della Madonna e di San Giovanni, addolorati. L’opera ha subito un importante restauro a Roma presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, grazie al finanziamento della Wiegand Foundation di Reno (Nevada). In occasione del sisma era precipitato rovinosamente e la potenza dell’impatto con il suolo aveva determinato lo schiacciamento irreversibile delle fibre di legno in corrispondenza del naso e del ginocchio sinistro; una frattura al collo aveva provocato un parziale distacco della testa, rimasta unita al busto grazie alla resistenza delle fibre più interne del supporto. Anche la pellicola pittorica è apparsa subito in condizioni davvero gravi, ed è stato quindi necessario arginare le mancanze imputabili alla caduta, sulla fronte, il profilo destro e la nuca in corrispondenza del collo. (A.P.)

L’eventuale non corretto funzionamento delle mappe è una problematica Google e non possiamo intervenire

Dove e quando

  • Indirizzo: MunDA – Museo Nazionale d’Abruzzo – Borgo Rivera – L’Aquila