Fedeltà assoluta alla sensazione visiva, essenza della luce catturata in ogni momento possibile, il desiderio di fermare il vibrante crepuscolo o i riflessi marini, l’intenso chiarore luminescente della neve e del gelo. Tutto questo ed altro ancora vi trapasserà gli occhi e le membra alla m
ostra su Monet che rimarrà aperta fino al 31 Gennaio 2016 alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea  (GAM) di Torino. Quante volte ho pensato che avevamo avuto anche troppo impressionismo negli ultimi tempi e nelle varie mostre: mi sono dovuta ricredere. L’esposizione, poco più di 40 opere, è intensa, avvolgente, preziosa, ma anche innovativa, grazie ad accostamenti e riflessioni sugli aspetti molteplici, ma sempre assolutamente coerenti, di questo campione dell’arte impressionista. I dipinti sono tutti dei capolavori, che riescono a coinvolgere ed introdurre chiunque nella magia di Monet. Documentano, infatti, i momenti più significativi del suo lungo percorso artistico. Le opere arrivano quasi tutte dal Musée d’Orsay e fra loro molte non sono mai state presentate in Italia prima d’ora. Non solo opere di piccolo formato dal magnetismo impressionante, ma anche tele di grandi dimensioni, fra le quali spicca il frammento centrale della Colazione sull’erba, opera capitale nel percorso di Monet, audace ricorso al grande formato per un momento contemporaneo di vita conviviale.
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La storia di questa opera è singolare e riflette pienamente il ruolo centrale di questo artista nel rinnovamento generato dal movimento impressionista. Lo stesso Monet, in una conversazione con il Duca di Treviso, in visita nel suo atelier di Giverny nel 1920, disse “Tengo molto a questo lavoro così incompleto e mutilato”. E la ragioni erano numerose per l’anziano pittore che vedeva in ciò che rimaneva di questa sua ambiziosa tela lo slancio della sua smania giovanile di rinnovare l’arte , ma anche le effigi di coloro che lo avevano affiancato all’epoca e che non erano più in vita. Avevano posato per le varie figure sia Camille, modella e sua prima moglie, morta nel 1879, sia il suo amico e collega di pennello Bazille, perito durante il conflitto franco-prussiano nel 1870. E’ un’opera che forse prende ispirazione da Le Déjeuner sur l’herbe di Manet, esposto al Salon de Refusés nel 1863; ma, a differenza di questo, l’opera di Monet non ha più alcun legame con l’arte antica e vuole vivere tutto nel presente, essere realistico, moderno e quindi studiato dal vero. E’ dal 1865 che comincia a realizzare vari studi sul paesaggio mentre è a Chailly, determinato a realizzare qualcosa di importante con figure per il Salon dell’anno successivo. I disegni ci dimostrano la sua idea iniziale: giovani uomini e donne, elegantemente vestiti, che pranzano e conversano sul margine di un sentiero nel bosco. Vari studi sui personaggi sono poi il secondo passo, ritraendo en plein air sia Camille che Bazille, che lo raggiungerà solo nell’agosto del 1863 dopo molte richieste di Monet, il quale vedeva in lui non solo un modello ma anche qualcuno con cui confrontarsi :”Vorrei davvero che lei venga, ho bisogno del suo consiglio sulla scelta del paesaggio in cui inserire le figure, talvolta ho timore di commettere uno sbaglio”. Il rapporto intenso fra Monet e Bazille sarà proficuo per entrambi ed anche per noi che, attraverso l’epistolario di quest’ultimo, siamo a conoscenza di tanti dettagli della vita di Monet. Grazie a Bazille apprendiamo che nel dicembre 1865 Courbet fece visita ai due pittori, che condivideranno spesso case ed atelier, e che rimase incantato dal dipinto della Colazione sull’erba che Monet stava realizzando. Eppure, proprio la visita di Courbet porterà Monet ad interrompere la sua opera, visto che, dopo aver seguito qualche cambiamento su  indicazione del maestro, abbandonerà l’opera, lasciandola  incompiuta in un angolo del suo studio. Nel 1878 verrà data in pegno al locatore della casa abitata ad Argenteuil da Monet e dalla sua famiglia, per saldare il debito della pigione, e, lasciata in uno scantinato umido, si deteriorerà. Dopo averlo recuperato, Monet decide di salvarne due parti tagliando via la parte danneggiata. La tela, divisa in due quadri, non lasciò più la casa dell’artista e venne probabilmente anche ritoccata dallo stesso nel 1920. Nella grande tela, il frammento centrale  presente a Torino, si coglie l’intenso abbacinare del sole sugli incarnati e sui vestiti chiari, mentre la luce filtra tra le fronde donando effetti di contrasto.
Claude Monet, Madame Louis Joachim Gaudibert (1868)
L’amore per le figure probabilmente risiede nel desiderio dell’artista di potersi imporre al Salon, sbocco ideale per essere accettati e realizzare una solida carriera. Monet non ne è esente. Nel 1867 il mercante di Le Havre Gaudibert divenne un importante mecenate per Monet . Commissionò il suo ritratto insieme a quello di sua moglie, l’unico che è arrivato fino a noi. La tela, pur riprendendo i codici delle opere da Salon, rompe la tradizione poiché ci mostra la donna volta all’indietro, e mostra all’osservatore solo un profilo sfuggente, mentre si sistema in modo disinvolto i polsini dell’abito. La bella veste di seta cadente è resa con pennellate sapienti che rendono l’effetto cangiante della stoffa, mentre accanto una semplice natura morta ci dona uno sguardo su due rose gonfie e turgide, e il silenzio dell’intimità della casa è mosso da vibrazioni di luce: un capolavoro.
Di questi stessi anni le opere che rappresentano i paesaggi innevati dimostrano la maestria di Monet nel rendere gli effetti di luce su ogni superficie.
Claude Monet, Effetto di neve a Vétheuil o Chiesa di Vétheuil sotto la neve (1878-1879)
 Se all’inizio le ombre sono un po’ troppo scure e dense, le sue composizioni, sin dalle opere più giovanili, appaiono ben calibrate.
Claude Monet, Il calesse. Strada sotto la neve a Honfleur (1867 circa)
Già ne Il Calesse, del 1867, il cielo leggero dalla tonalità calda, la precisione delle luci, ci raccontano di un Monet che, qualsiasi fosse la temperatura, andava a dipingere in esterno per cogliere il dato naturale più fedele. La sagoma del calesse che si allontana, pur se appena accennata, è perfettamente percepibile e dona un senso di realtà al dipinto. La neve gli permetteva di giocare con le tonalità più chiare della sua tavolozza, e con pennellate leggere, frammentate, riuscirà a creare suggestioni come nel paesaggio con La Gazza, del 1868-69. La tecnica sopraffina di Monet si rivela dalla neve poggiata sulla staccionata di legno, soffice e spessa come se si fosse appena posata, e gli alberi sono posti sapientemente a mezza via per creare l’effetto di profondità reso ancor più evidente dalle ombre azzurrate della mattinata invernale. 
Claude Monet, La gazza (1868-1869)
L’uccello, unico elemento vivente, catalizza l’attenzione grazie allo scuro mantello di piume che sembrano appena muoversi in questo silente paesaggio. Opera di grande suggestione: eppure, non verrà accettata al Salon del 1869.
La capacità di rendere gli effetti naturali si esplica in ogni opera presente in mostra, dove il mare o il fiume, insieme alle imbarcazioni delle regate, sono soprattutto quelle del bacino naturale di Argenteuil, lungo la Senna.
 Claude Monet, Le barche. Regate a Argenteuil (1874 circa)
Durante il suo soggiorno a cominciare dal 1870 circa Monet è solito cercare di cogliere i riflessi argentei sulla superficie d’acqua, mentre le vele sono la parte dinamica delle sue composizioni. Anche qui vediamo la sua tavolozza divenire sempre più raffinata, con toni delicati che permettono all’artista di rendere le superfici con più precisione.
Claude Monet, Argenteuil (1875) Olio su tela; 56x65
Nella tela intitolata Argenteuil del 1875, il punto di vista è ribassato a pelo d’acqua e la vista si concentra sugli scafi, tanto da sentirci dentro il paesaggio, animato da figurine appena accennate. I colori sono frammentati in piccole pennellate che rendono tutto caldo e vibrante.
La mostra di Torino ci fa conoscere anche un Monet particolarmente colorato, come si vede dal dipinto realizzato in Olanda nel 1886, quando, ormai pittore conosciuto, non ha più gli assilli economici che negli anni Sessanta dell’Ottocento lo avevano portato ad un tentativo di suicidio.
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E’ qui che realizza il Campo di tulipani, dove il pittore cerca di sfidare i colori della natura con la sua tavolozza che giudica povera per poter rendere al meglio la bellezza dei campi in fiore, regolari e senza fine, dove per giorni si era perso instancabilmente, affascinato da un paesaggio così rigoglioso. Tavolozza strana e composizione quasi irriverente, è questo invece il dipinto dei Tacchini, realizzato nel 1876 per Ernest Hoschedé, che gli aveva commissionato quattro opere per decorare l’antica dimora settecentesca portata in dote dalla moglie, e che poi diventerà la seconda signora Monet. L’antico castello si intravede in lontananza, ma Monet si sofferma sugli animali da cortile, con il bianco delle piume che si staglia sul prato immerso nella penombra dei grandi alberi. L’antico castello fa solo da quinta di chiusura per una scena di tripudio coloristico. Una pennellata veloce, che rende il senso del movimento e della leggerezza dei piumaggi, i colori contrastanti, rendono l’opera affascinante pur nella irriverenza che traspare e che fu rilevata da subito durante la terza mostra impressionista del 1877: “…scatenò risate folli. I presenti soffocavano dalle risate, si contorcevano tenendosi la pancia”.
Claude Monet, I Tacchini (1877)
A partire dal 1890 per Monet diviene sempre più importante il desiderio di creare opere con lo stesso soggetto ma in momenti diversi della giornata. Arrivano quindi le famose serie, che cominceranno con i Covoni, poi con i Pioppi, ma senza dubbio la più importante è quella della Cattedrale di Rouen, composta di almeno una trentina di opere, quasi tutte dallo stesso punto di vista e molto ravvicinato. A Torino si possono ammirare due tele con la facciata occidentale della famosa costruzione gotica, vero simbolo dell’arte antica francese, presi in due diversi momenti atmosferici, in luce ed in ombra. Il poco spazio che rimane al cielo, è comunque sfruttato dall’artista come proiettore di luce, con giochi e accenti sapienti che rendono anche il senso di merletto murato che questa costruzione emana, grazie alla luce che si fa materia.
a sinistra: Claude Monet, La Cattedrale di Rouen. Il portale con tempo grigio (armonia grigia) (1892 circa) Olio su tela; 100,2x65,4 Parigi, Musée d’Orsay
L’atmosfericità della sua arte è, negli ultimi anni, resa visibile nelle opere che tornano ad indagare su soggetti consueti, come la nebbia di Londra e la pietra degli edifici come il parlamento inglese. L’influenza di Turner si percepisce nel dipinto che ci accompagna alla conclusione della mostra, dove l’effetto del sole nella nebbia, con la silhouette del grande Parlamento londinese, porta a perdersi fra le mille pennellate che sembrano ottenute a pastello tanto sono amalgamate fra loro.  Una luminosità intensa e carica di significati, dove non c’è più distinzione fra terra, cielo, aria e acqua,  riuscendo nel contempo a rendere con questa tecnica, perfettamente riconoscibile  il soggetto che si specchia sul Tamigi.
Claude Monet, Londra, il Parlamento, effetto di sole nella nebbia (1904)
Il bel catalogo che accompagna la mostra, ricco di saggi interessanti e ben scritti,  ha in copertina il dipinto di una giovane donna, la figliastra Suzanne, figlia della seconda moglie Alice, che passeggia con parasole in un campo di fiori.
 Claude Monet, Studio di figura en plein air: donna con parasole girata verso destra (1886)
Sembra rifare il verso ad un dipinto di molti decenni prima che rappresentava Camille nello stesso modo, ma voltata dalla parte opposta. Non c’è desiderio di ritrattistica in questa grande opera, ma solo la voglia di cogliere la leggerezza di una figura vestita con un abito candido e leggero  sotto il sole; il tutto definito dall’effetto di controluce dell’ombrellino e la varietà di  sfumature della natura estiva che fa da cornice ad un’immagine quasi senza tempo. Nell’osservarla sembra quasi di sentire la brezza che le fa sventolare il foulard e che muove l’erba del prato. Un pittore multisensoriale, insomma, che a Torino, grazie alla sapiente scelta dei curatori, ci cattura nella sua magia e ci fa comprendere perché Monet è l’Impressionismo.

Didascalie immagini

  1. Claude Monet, Colazione sull’erba (1865-1866)
    Olio su tela; 248,7×218 Parigi, Musée d’Orsay
  2. Claude Monet, Madame Louis Joachim Gaudibert (1868)
    Olio su tela; 216,5×138,5 Parigi, Musée d’Orsay
  3. Claude Monet, Effetto di neve a Vétheuil o Chiesa di Vétheuil sotto la neve (1878-1879)
    Olio su tela; 52,5×71 Parigi, Musée d’Orsay
  4. Claude Monet, Il calesse. Strada sotto la neve a Honfleur (1867 circa)
    Olio su tela; 65×93 Parigi, Musée d’Orsay
  5. Claude Monet, La gazza (1868-1869)
    Olio su tela; 89×130 Parigi, Musée d’Orsay
  6. Claude Monet, Le barche. Regate a Argenteuil (1874 circa)
    Olio su tela; 60,5×105 Parigi, Musée d’Orsay
  7. Claude Monet, Argenteuil (1875),
    Olio su tela; 56×65, Parigi, Musée de l’Orangerie
  8. Claude Monet, Champs de tulipes en Hollande (1886),
    Olio su tela; 65,5×81,5 Parigi, Musée d’Orsay
  9. Claude Monet, I Tacchini (1877)
    Olio su tela; 174×172,5 Parigi, Musée d’Orsay
  10. a sinistra: Claude Monet, La Cattedrale di Rouen. Il portale con tempo grigio (armonia grigia) (1892 circa) Olio su tela; 100,2×65,4 Parigi, Musée d’Orsay
    a destra: Claude Monet, La Cattedrale di Rouen. Il portale e la torre Saint-Romain in pieno sole (1893) Olio su tela; 107×73,5 Parigi, Musée d’Orsay
  11. Claude Monet, Londra, il Parlamento, effetto di sole nella nebbia (1904)
    Olio su tela; 81,5×92,5 Parigi, Musée d’Orsay
  12. Claude Monet, Studio di figura en plein air: donna con parasole girata verso destra (1886)
    Olio su tela; 130,5×89,3 Parigi, Musée d’Orsay

In copertina:
Un particolare di: Claude Monet, In norvegese o la barca a Giverny (1887 circa)
Olio su tela; 89,3×130,5 Parigi, Musée d’Orsay

Catalogo edito da Skira

 

Prorogata al 14 febbraio 2016

Dove e quando

Evento: MONET dalle Collezioni del Musée d’Orsay
  • Fino al: – 14 February, 2016
  • Sito web