Il 12 settembre 2015, dopo tredici anni di chiusura, il Villino Favaloro di Palermo riapre al pubblico e ospita il terzo e conclusivo capitolo della “saga” espositiva dei curatori Andrea Bruciati ed Helga Marsala, “Le stanze d’Aragona”; in mostra le opere di trentasei artisti italiani, sia veterani che emergenti.

Il Villino Favaloro, uno dei più pregiati edifici del Liberty palermitano, viene progettato dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile nel 1889-1891 e completato dal figlio Ernesto tra il 1913 e il 1914. E’ ubicato tra le palme in una via centrale della città e la sua architettura è modernista. Consta infatti di un giardino d’inverno in vetro e ferro, di saloni allietati da affreschi e decorazioni floreali in stile “art nouveau” e di una piccola torre ottagonale decorata dai mosaici di Salvatore Gregorietti, decoratore molto in voga nella Palermo del tempo. Il villino è appartenuto alla famiglia Favaloro (da cui il nome), poi al palermitano Giuseppe Di Stefano Napolitani, Senatore del Regno d’Italia nel 1920, e infine alla Regione siciliana in quanto C.r.i.c.d., Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione. Nel 2002, dopo un terremoto, l’edificio viene dichiarato inagibile e da allora chiuso e abbandonato. Si pensa di allestirvi un museo della fotografia, dedicato a Enzo Sellerio, ma nell’attesa il villino riapre eccezionalmente per “Le stanze d’Aragona”.

Il progetto è animato dall’intento di ripercorrere la produzione artistica contemporanea, in particolare quella astratta e concettuale. Alcune opere sono state create appositamente per l’evento, altre estratte dal corpus di lavori già compiuti, più recenti. Ma perché i curatori hanno scelto Palermo e perché il titolo dell’evento allude a scenari siciliani quattrocenteschi? Nella stagione del dominio aragonese la Sicilia, nonostante periodi di malcontento sociale e politico, rifulge di stimoli artistici e culturali: in architettura si diffonde lo stile gotico-catalano, di cui a Palermo è splendido esempio la residenza di Francesco Abatellis, maestro Portulano del Regno; e non dimentichiamo che Alfonso detto “Il Magnanimo” nel 1434 promuove la nascita della prima Università Siciliana, il Siculorum Gymnasium, a Catania. Come afferma Helga Marsala il titolo adottato non è casuale ed è anche provocatorio: “Le stanze d’Aragona si svolge in una città oggi considerata marginale, che un tempo fu fucina di avanguardie e talenti straordinari, per ribadire che il cuore delle cose, la sostanza, lo sguardo differente, appartengono non alle forme e agli equilibri provvisori, non alle gerarchie e alle tendenze accreditate. Anzi. Qualche volta è intorno alle luminose periferie – del mondo, ma soprattutto del pensiero – che i tanti centri possibili ruotano e si ridefiniscono.”

Le opere in mostra si collocano nel periodo che intercorre tra il 2001 e il 2015; rispecchiano dunque le ricerche più attuali e rispetto al passato mostrano linee di continuità o di divergenza. La tensione tra figuratività e astrazione permea alcune di esse, come i riferimenti ambientali nelle opere di Paolo Chiasera e Stefano Arienti, o il volto corrucciato dell’uomo al telefono, colto in primo piano da Giulio Frigo; ma come fanno notare i due curatori le notazioni figurative non sono mai utilizzate in chiave narrativa o realistica. Gli artisti non vogliono raccontare né aderire mimeticamente al visibile. La chiave utilizzata è quella concettuale, la stessa che caratterizzava il rifiuto di ogni aspetto naturalista o realista di Bruno Munari, che costruiva forme che non rappresentavano nulla se non esse stesse. Era l’arte “concreta”, che vediamo rivivere nei monocromi rettangolari in Unitè d’habitàtion di Paolo Parisi o di Controluce di Claudio Verna: qui l’arte invita alla contemplazione come accadeva negli anni ’50 con la “pittura del campo di colore”(Color field painting), tendenza che rispondeva alla violenza emotiva dell’espressionismo astratto con la sospensione indotta da grandi e fisse campiture di colore. La ricerca concettuale è arricchita dalla sperimentazione di materiali sempre diversi, come il gesso pigmentato su lino del trittico di Stefano Cumia o il connubio di olio e serigrafia di Antonio Catelani. Ha invece un gusto optical nei ridondanti schemi geometrici di Nunzio Bianchi. Ed è indagine sulla superficie quella condotta da Tiziano Martini, che mescola materiali acrilici e sporcizia, mentre la pittura continua a farsi ibrida con il tavolino su cui Andrea Mastrovito dichiara la morte di Camus con acrilico e collage, o con il minimalismo di Maria Morganti che su un legno compone un frammento di pongo e calcedonio. L’oggetto a volte non compone l’opera ma in essa si materializza conferendo a un dipinto suggestioni dadaiste, come il chiodo perfetto di Diade (I) di Manuele Cerutti.

Emerge dunque un excursus riepilogativo di note tendenze dell’arte contemporanea, dai riferimenti dada all’Informale, all’arte povera, astratta, concettuale, optical, che sembrano stridere con quella culla di culture antiche che è Palermo, ma solo quando si dimentica che il Liberty è arte contemporanea o che nei pressi di quel grande scenario sopratutto normanno sono nati grandi artisti di un presente non troppo lontano come Renato Guttuso.

Didascalie immagini
- Paolo Parisi, Unité d’habitation (Four reds), 2013, olio su tavola, 44 x 31 cm (Courtesy l’artista)
- Tiziano Martini, Untitled, 2015, pittura acrilica, primer ed emulsione acrilica, sedimenti pittorici, sporcizia, imprimitura acrilica, 160 x 130 cm (Courtesy A+B gallery, Brescia)
- Andrea Mastrovito, Senza titolo, 2014, acrilico e collage su tavola, 23 x 31 cm, Albert Camus est mort, 2014, matita su materiali vari, 60 x 60 x 70 cm (Courtesy l’artista, Collezione privata, Ginevra, ph Fotografi Associati – Palermo)
- Maria Morganti, Frammento di pittura. Calcedonio e azzurro, 2013, Pietra e pongo 3,5 x 2 x 2,2 cm, pittura a olio, legno 18 x 12 x 2,5 cm (Courtesy Otto Zoo, Milano)
- Manuele Cerutti, Diade (I), 2015, olio su lino, 40 x 60 cm (Courtesy l’artista e Guido Costa Projects, Torino, ph Cristina Leoncini)
In copertina:
Maria Morganti, Frammento di pittura. Calcedonio e azzurro, 2013, Pietra e pongo 3,5 x 2 x 2,2 cm, pittura a olio, legno 18 x 12 x 2,5 cm (Courtesy Otto Zoo, Milano)
Orari: da martedì al sabato, dalle 16.00 alle 20.00
Dove e quando
Evento: Le stanze d’Aragona – Pratiche pittoriche in Italia all’alba del nuovo millennio – cap. III
- Fino al: – 14 November, 2015
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