Una fra le più antiche e più grandi città dell’area caucasica, Baku (capitale dell’Azerbaijan) ha oggi circa due milioni di abitanti e si sviluppa lungo un ampio golfo al centro della riva occidentale del Mar Caspio, in una depressione situata 28 m al di sotto del livello del mare. La zona fu abitata fino dal Paleolitico, come hanno rivelato recenti scavi, mentre il nome “Baku” ha lontane e incerte origini, risalendo forse ai tempi più remoti dell’epoca zoroastriana, quando la parola Baga indicava il sole, e anche Dio; alla stessa epoca (VI-IV secolo a.C.), appartiene probabilmente la fondazione della Qız Qalası, termine tradotto come “torre della vergine”, o più propriamente “torre vergine”, alludendo alla sua massiccia struttura, con mura di cinque metri di spessore e un’altezza di quasi trenta metri. La parte superiore, a fasce di pietra bianca e nera, fu innalzata nel XII secolo, quando la torre venne inglobata nelle mura cittadine; della struttura più antica rimane la base in pietra bianca: molte sono le ipotesi sulla data della fondazione e sulla funzione dell’edificio più antico: una “torre del silenzio”, dove gli zoroastriani collocavano i loro defunti? Un osservatorio astronomico? Gli studiosi non hanno raggiunto alcuna conclusione certa, lasciando all’immaginazione la facoltà di sbizzarrirsi davanti all’imponenza del monumento più antico di Baku, divenuto il simbolo della città.

La dinastia degli Shirvanshah, che regnò sull’Azerbaijan dal IX secolo fino alla metà del Cinquecento, trasferì nel XII secolo la capitale da Shamakhi, – situata nell’interno, e distrutta da un devastante terremoto – a Baku, che divenne un importante crocevia di commerci e scambi sulla Via della Seta. Agli inizi del Quattrocento risale la costruzione del palazzo reale, attorno al quale si sviluppò un grande complesso, comprendente oltre alla residenza degli Shah, la moschea, le tombe reali, il mausoleo di un venerato derviscio Sufi e il Divankhana, una splendida sala dall’elegante e ariosa architettura, circondata da una loggia, che veniva utilizzata per le cerimonie ufficiali.

Sui fianchi della collina in cima alla quale sorge il palazzo degli Shirvanshah, si distende la città vecchia, con i suoi palazzi in pietra chiara dalle eleganti verande in legno scolpito che si affacciano sulle strade lastricate, i piccoli hammam, le antiche moschee, i caravanserragli: un gioiello racchiuso dalle mura medioevali, nelle quali si aprono alcune porte sopravvissute all’abbattimento compiuto nel corso dell’Ottocento.

Adiacente al tratto di mura superstiti, il Parco del Governatore (ribattezzato da poco Parco della Filarmonica) costituisce il polmone verde della città ottocentesca, realizzato grazie a un’idea quanto meno originale. L’Azerbaijan faceva parte dell’impero russo dagli inizi del XIX secolo, e intorno al 1830 il Comandante del presidio militare decise di far pagare a tutte le navi mercantili che arrivavano in porto una tassa da corrispondere non in denaro, ma trasportando a Baku alcuni metri cubi di terreno fertile, da utilizzare per creare un parco, impresa quasi impossibile su un suolo arido di nuda roccia. Vennero piantati alberi da frutto ed esotici, e il parco si ampliò ulteriormente nei decenni successivi, mentre la città cresceva a ritmo vertiginoso fra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, grazie al petrolio che sgorgava copiosissimo nella vicina penisola di Abseron e che attirava in Azerbaijan imprenditori da molti paesi.

Nel 1876 i Fratelli Nobel, industriali svedesi, fondarono la Branobel, società per lo sfruttamento del petrolio azero, mentre nel 1907 i Rothschild impiantarono qui il primo oleodotto al mondo. Il fiume di petrolio si trasformò per Baku in un fiume di denaro, e i nuovi ricchi, che accumulavano fortune vertiginose, fecero a gara nel costruire lungo l’arteria principale della città una serie di palazzi tanto lussuosi quanto pacchiani, ispirati alle regge francesi e ad altri esempi di architettura monumentale europea, senza tralasciare una copia, o meglio una libera interpretazione, del Palazzo Ducale di Venezia.

Nel 1895, uno dei fratelli Nobel, Alfred – chimico specializzato nel settore degli esplosivi e inventore della dinamite – lasciò in eredità la sua quota di azioni della Branobel a un fondo destinato a istituire un premio a suo nome, per riscattarsi in qualche modo dalla fama di “mercante di morte” che le sue invenzioni nel campo degli esplosivi gli avevano procurato. Nel 1901, quattro anni dopo la morte di Alfred Nobel, si tenne a Stoccolma la cerimonia che prevedeva la prima consegna di cinque Premi Nobel: per la pace, la letteratura, la chimica, la medicina e la fisica. La dimora della famiglia Nobel a Baku, dall’evocativo nome di Villa Petrolea, fu edificata nel 1884 all’interno del quartiere modello realizzato per i dipendenti della Branobel, una piccola città autonoma con case, scuola, ospedale e un teatro. Restaurata dopo l’abbandono e il degrado dell’epoca sovietica, la villa è oggi sede del Baku Nobel Heritage Fund (http://www.bakunobel.org/main.htm), che gestisce l’unico Museo dei Fratelli Nobel fuori dalla Svezia, realizzato all’interno di quella che fu per quasi quaranta anni una residenza della famiglia.

Nel 1920 l’Azerbaijan fu inglobato nell’Unione Sovietica, la Branobel venne nazionalizzata e la città vide scomparire dalla propria economia tutti i proventi dell’estrazione di idrocarburi; iniziò allora quello che è stato definito un periodo di “ibernazione”. Il sonno di Baku durò settanta anni, con un brusco risveglio nel 1990, quando la rivolta per l’indipendenza dell’Azerbaijan dall’Unione Sovietica fu soffocata nel sangue; l’anno successivo nasceva come stato indipendente la Repubblica dell’Azerbaijan, ma il processo di crescita non è stato indolore, e nel corso degli anni Novanta, con la guerra nel Nagorno Karabak, l’Azerbaijan ha perduto un sesto del suo territorio.

L’alba del terzo millennio porta a Baku una nuova stagione di sviluppo e splendore, grazie alle immense riserve di gas naturale: sorgono palazzi, grattacieli, musei, alberghi, edifici governativi, stadi, firmati da grandi architetti di fama internazionale, che fanno a gara nell’ideare le forme più fantasiose, sul filo dell’assurdo e del kitsch, andando addirittura oltre la fantasmagorica skyline di Dubai: il simbolo della Baku odierna è rappresentato dalle Flame Towers, tre grattacieli dalla forma di fiamma disposti in cerchio, sulle cui superfici vetrate quando fa sera vengono proiettate fiamme altissime, con un effetto scenografico di grande impatto, anche piuttosto inquietante.

Jean Nouvel ha firmato il Museo d’Arte Moderna, mentre all’architetto austriaco Hans Franz si deve il progetto per il nuovo Museo del Tappeto, un lungo cilindro disposto orizzontalmente, che richiama la forma di un tappeto arrotolato. L’Heydar Aliyev Center, inaugurato nel 2012 e destinato a ospitare mostre, eventi e concerti, è un edificio dalle forme sinuose, in cui l’architetto Zaha Hadid ha ripudiato programmaticamente ogni eventuale spigolo o linea retta.

L’interesse per l’arte contemporanea in Azerbaijan sta vivendo un momento di grande fervore: quest’anno, per la seconda volta, il paese è presente alla Biennale di Venezia con due mostre in sedi diverse, Beyond the line e Vita vitale; la prima presenta le opere di artisti non conformisti attivi nel periodo sovietico, un’epoca in cui i lavori di Javad Mirjavadov, Tofik Javadov, Ashraf Murad, Rasim Babayev, e dello scultore Fazil Najafov venivano deliberatamente ignorati, gli artisti non potevano tenere mostre né viaggiare all’estero, finendo in tal modo con l’essere esclusi dalle istituzioni statali che gestivano l’arte ufficiale. In Vita vitale i temi del delicato equilibrio dell’ecosistema nel nostro pianeta e del rapporto fra le attività umane e la natura che ci circonda sono affrontati in modo critico e suggestivo da artisti contemporanei azeri e di altre nazionalità.

Le due mostre rivelano un paese che medita sul proprio passato e guarda al futuro, attento all’impatto che le trasformazioni sociali e industriali del XX secolo hanno avuto sul suo stesso suolo e su quello del mondo intero. Una sensibilità non casuale: a oriente, l’estrema periferia di Baku si estende fino alla penisola di Absheron, che i pozzi petroliferi in attività da oltre un secolo e mezzo – e le relative industrie, insieme con quelle chimiche – hanno reso uno dei luoghi a più alto inquinamento ambientale d’Europa.

Didascalie immagini
- La Qız Qalası o Torre della vergine (IV-VI secolo a.C. – XII secolo d.C.) (© foto Donata Brugioni)
- Il Divankhana nel palazzo degli Shirvanshah (XV secolo) sorge al centro di un cortile circondato da un porticato (© foto Donata Brugioni)
- Una via della città vecchia; in alto la facciata del Divankhana (© foto Donata Brugioni)
- Un tratto dalle mura di Baku viste dal Giardino del Governatore (© foto Donata Brugioni)
- Un tratto dalle mura di Baku viste dal Giardino del Governatore (© foto Donata Brugioni)
- Ognuno degli imponenti palazzi costruiti nella seconda metà dell’Ottocento sulla via principale di Baku era la residenza di una singola famiglia dei “signori del petrolio” (© foto Donata Brugioni)
- Il Baku Boulevard, che segue l’ampio arco del golfo di Baku, fu creato agli inizi del Novecento / Veduta notturna delle Flame Towers con l’effetto scenografico dell’illuminazione in forma di fiamme (© foto Donata Brugioni)
- Il nuovo Museo del tappeto (© foto Donata Brugioni)
- Veduta dell’Heydar Aliyev Center progettato da Zaha Hadid
- Beyond the lIne: Tofik Javadov, Oil Workers, 1958-1959, Collection of Museum of Modern Art, Baku (Photo: Mirnaib Hasanov. Image courtesy of Heydar Aliyev Foundation)
- Vita Vitale: Leyla Aliyeva, Life, 2014 Various dimensions, installation. Specially commissioned for Here Today. Installation shot (© Leyla Aliyeva, photo by Thierry Bal)
In copertina:
(© foto Donata Brugioni)