Che furono anche “gioie e dolori” per il grande Maestro, a cui si adatta benissimo il noto proverbio.
Ormai, lontani i tempi di magra del tirocinio milanese, aveva raggiunto grande notorietà e ricchezza con le sue opere immortali come Manon Lescaut, Bohéme, Tosca e la sua esistenza era quella di un acclamato musicista che viveva delle ricche rendite dei diritti d’autore. In tutti i teatri d’Europa e d’America trionfavano le sue opere, ma anche le orchestrine dei transatlantici, gli organetti per le strade, i grammofoni, i primi cinematografi, parlavano al cuore con la sua musica, diffondendo un’ondata di sentimenti e passioni da tutti comprensibili.
Proprietario di una bella villa a Torre del Lago ( sul Lago di Massaciuccoli in provincia di Lucca) diventata sua residenza, dove aveva trovato fonte di ispirazione, quiete e serenità, viveva da uomo benestante, famoso e ammirato. La ditta Borsalino studiava e realizzava, appositamente per lui, i cappelli con cui lo riconosciamo nelle foto dell’epoca. Le camicie arrivavano da Londra e scarpe e vestiti venivano confezionati per lui da una maison di Parigi!
Insieme alla passione per le belle donne e la caccia, che in quel momento gli dava grandi soddisfazioni per l’ampia scelta venatoria, che i dintorni del lago gli offrivano, c’era quella per i motori, soprattutto le automobili.
Quando il Re d’Italia ancora non ne possedeva una ( ne acquistò più tardi una per andare a visitare i soldati al fronte della prima Guerra Mondiale), Giacomo Puccini aveva già acquistato ( 20 giugno 1901) una favolosa Di Dione Bouton, targata 33-40, cinque cavalli, con cui quando sfrecciava nelle polverose strade della Versilia, suscitava ammirazione e stupore, ma anche qualche multa per eccesso di velocità. A quest’epoca solo Giovanni Agnelli a Torino, l’americano Mr. Adler a Roma, il Dottor. Osvaldo Barnioni a Firenze e  il Duca degli Abruzzi, ne possedevano una.
Giacomo puccini-ritratto
Ci fu anche un motoscafo nel suo parco motori, che battezzò Cio Cio San, dal nome della tenera protagonista della sua opera Butterfly, di cui però si liberò presto perchè troppo dispendioso. Amante della velocità, era appassionato anche dei treni, che gli permettevano di raggiungere le capitali dove si rappresentavano i suoi capolavori, ma anche di incontrare le sue conquiste, che furono molte, vissute appassionatamente, sfuggendo al controllo della gelosissima Elvira, sua compagna. Per lui Elvira aveva abbandonato, travolta dalla passione, un marito e un figlio, in una Lucca scandalizzatissima, condividendo con lui a Milano, momenti ardenti e la vita modesta e incerta di un giovane artista difficile da capire fino in fondo.

Era il 25 febbraio 1903, quando la famiglia Puccini al completo, Elvira, il maestro, il loro figlio Antonio a bordo, della fiammante automobile Clement Bayard, appena acquistata, guidata dal fedele chauffeur Guido Barsuglia, si accingeva a ritornare da Lucca a Torre del Lago. La sera invernale fredda, umida e piovosa, sconsigliava la partenza. Ma il maestro fiducioso nella potenza e sicurezza del nuovo acquisto e nella perizia dell’autista, volle intraprendere egualmente il  viaggio. Ma sul monte Quiesa, vicino a Vignola, alla folle velocità di 40km all’ora, ad una curva, forse per la nebbia, l’autista perse il controllo del mezzo e l’auto finì in un fosso. Tragedia. Mentre Elvira e Antonio rimasero illesi, l’autista sbalzato lontano si fratturò un femore. Puccini,che era rimasto sotto la macchina, si fracasso una gamba. Il ritorno a Torre del Lago avvenne su una specie di zattera, dove su un carro-lettiga giaceva avvilitissimo il maestro, confortato da amici e familiari. Questo incidente capita, purtroppo, quando lui stava già, con passione e sentimento, lavorando a Butterfly ( dal romanzo di Madame Crisantème di Pierre Loti) dedicandosi a questo nuovo tema di dolcezza e  morte in uno scenario diverso da tutte le altre opere.
Questa tenera storia d’amore e morte ha come sfondo il Giappone ( dove Puccini non era mai stato!), un mondo lontano pieno di fascino e mistero che, in questi anni, era fonte di ispirazione per tutte le arti, musica compresa. Ora, però, che la fatale frattura alla gamba lo teneva inchiodato al letto, al secondo piano della villa, curato amorosamente dalla sorella, ma anche guardato…a vista da donna Elvira, Puccini sentiva incrinarsi quel perfetto mondo idilliaco di creatività, quell’incanto di emotiva sintonia che, dalle languide sponde del Lago di Massaciuccoli, gli parlava dei sospiri d’amore di Butterfly. Aveva già composto l’orchestrazione, ed ora si vedeva crollare quell’ideale pensato in musica. Restare immobile era un dramma non da poco per un personaggio come Puccini, tanto da fargli confidare “tra atroci dolori e spasimi orribili” all’amico librettista Illica: ” addio tutto, addio Butterfly, addio vita”. Finalmente i luminari dell’università di Pisa, Bologna, Firenze, che si erano affannati al capezzale dell’illustre infermo (visto che aveva categoricamente rifiutato il ricovero in ospedale!) si risolsero a prescrivere per la sua veramente complessa frattura, una bella classica ingessatura. Così, con un pianoforte a coda fatto venire appositamente da Lucca, e su una specie di carriola , con cui si poteva spostare almeno un po, il maestro poté ricominciare a narrare con le sue note, l’amore tra la piccola Cio Cio San e il tenente Pinkerton della marina USA di stanza a Nagasaki. Le immortali armonie di Butterfly nascevano dunque in un momento particolare della vita di Giacomo Puccini. L’incidente automobilistico, il fisico colpito dalla frattura, gli avevano mostrato la sua fragilità. L’ immobilità forzata gli aveva fatto riflettere su tante cose, ma soprattutto gli aveva reso impossibile incontrarsi e comunicare con Corinna, quello che era, in questo momento, il grande, intenso amore che gli riempiva i pensieri. Tra gli applausi della Prima di Tosca, al Teatro Regio di Torino, aveva incontrato questa bella, giovane studentessa universitaria, di ottima famiglia. Un colpo di fulmine per ambedue. Lui, quasi sessantenne, folgorato dalla gioventù e dalla fresca illusione di un improvviso promettente grande amore. Lei, conquistata e vinta dal fascino dell’artista, dell’uomo maturo, pieno di seduzione ed esperienza, leggeva come amore la sua infatuazione. Nei loro incontri clandestini e segretissimi travolti dalla passione, progettavano una vita insieme, dopo la separazione del maestro da Elvira, ancora solo compagna e non ancora consorte. Elvira pur avendo condiviso con Puccini la loro forte attrazione, nella modesta quotidianità degli inizi della carriera, pur godendo ora del successo, della ricchezza, e del prestigio, non era forse riuscita a leggere fino in fondo la sua anima, fermandosi alle prime pagine della complessa, spesso contraddittoria personalità dell’uomo-artista. Follemente gelosa di Puccini che, dovunque andava, suscitava intensi interessi femminili, trascorse i suoi giorni sempre assillata e lacerata dal sospetto dei suoi tradimenti.
Proprio nei mesi del “soggiorno obbligato” per l’incidente automobilistico, Elvira decise che era l’ora di scrivere l’ultimo atto, la parola fine alla storia d’amore con Corinna. A Torino, dove si recò personalmente, mise alle strette la ragazza, annunciandole che, ormai vedova del primo marito, era libera di sposarsi  con Puccini ( cosa che avvenne il 3 gennaio 1904).
Corinna, offesa, sconvolta, delusa, avvilita, tra lacrime e singhiozzi, uscì dai sogni del maestro. Intanto, dalla tastiera del pianoforte di Puccini scendevano, sulle acque del lago, lacrime dell’amore ferito e disilluso di Butterfly, che  canta:” un bel di vedremo….”. Ci sarebbe l’emozione che ci dà questa romanza, se non ci fosse stata per il maestro, la triste fine del suo amore per Corinna?
Tante furono le automobili della collezione di Giacomo Puccini, come Fiat, Hispano Suiza, Lancia, etc., così come tanti furono gli amori, piccoli o grandi, che riempirono la sua vita e il suo cuore. Nel 1911 un incontro casuale al Caffè Margherita, sul lungomare di Viareggio, si trasformò in un’altra appassionatissima complicatissima storia d’amore. Come sempre nel solito clima di sotterfugi e gelosia, nell’incapacità del maestro di districarsi tra moglie e amanti. Lei era la baronessa Josephine Von Stanghel, in vacanza nella ormai famosa très chic località balneare toscana. Il maestro aveva già comprato un terreno dove doveva sorgere una bellissima villa, in cui avrebbe voluto vivere con la sua adorata Josephine. Insieme a bordo delle sue potenti autovetture, sfrecciavano lungo la costa versiliese disegnandosi un futuro felice insieme, inseguendo sogni di una vita coronata dalla loro passione, che però, i tuoni della Prima Guerra Mondiale interruppe di colpo. Vienna era stata il luogo e il nido dei loro incontri  clandestini e qui Puccini era stato visto e segnalato molto spesso. Josephine era una cittadina tedesca.
Giacomo puccini sulla sua de-dion bouton 1902
L’opinione pubblica puntò il dito contro il maestro, accusandolo di collaborazione col nemico. Nelle sue lettere piene di amore e comprensione, Josephine  tocca le corde più segrete del cuore di Puccini che si sentiva veramente legato a lei e finalmente capito fino in fondo. Ma anche questa romantica bella intensa relazione di passione e sentimenti autentici era destinata a finire. L’età che avanzava, la debolezza della accettata quotidianità finì per legarlo alla ansiosa, gelosa consorte. Insieme trascorsero una vita ne felice ne facile. La loro era stata una difficile convivenza, tra due caratteri ostili non fatti per intendersi e tanto meno compensarsi, solo con l’età raggiunsero una specie di saggezza disillusa che sembrò porre fine alla storica belligeranza. Questo permise a Giacomo ed Elvira di finire insieme la vita regalandosi qualche anno di quiete. Poi, la grave malattia che colpì il maestro ( un cancro alla gola per lui accanito fumatore) fece si che si prendessero finalmente per mano, senza rancore, creando fra di loro un legame che fino ad allora non c’era mai stato. Dopo molte peregrinazioni tra le cliniche più famose d’Europa, dopo consulti con i più illustri specialisti, alla fine Puccini si ricoverò all’Istitut de la Couronne di Bruxelles, dove fu sottoposto ad un rischiosissimo intervento chirurgico da parte del Prof. Ledoux, famoso in questa patologia. Pochi giorni prima della sua morte, 29 novembre 1924, che privava la musica del suo genio e della sua sensibilità, che lasciava incompiuto sul pianoforte di Torre del Lago, lo spartito con la storia d’amore di Turandot, una bionda bella signora straniera si presentò alla suora che assisteva Giacomo Puccini, affidandole un mazzolino di viole, pregandola di consegnarglielo personalmente. Era Josephine? Non si è mai saputo chi fosse. Ci fa piacere pensare che fosse lei.

Didascalie immagini

  1. Giacomo Puccini, ritratto
  2. Giacomo Puccini sulla sua De-Dion Bouton, 1902

In copertina:
Giacomo Puccini sulla sua De-Dion Bouton, 1902
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