Fra i viaggi da realizzare, quello del sole sempre visibile, veniva rinviato ogni anno a causa degli impegni di lavoro, ma l’articolo I semi di tutto il mondo si custodiscono alle Svalbard pubblicato lo scorso novembre è stato il propulsore per decidere di partire in occasione del solstizio d’estate e, dopo l’eclissi del 27 marzo – parziale in Italia, ma totale nell’arcipelago norvegese – sono iniziati i preparativi.

Però, per quanto si possa leggere e pianificare lo spettacolo della natura incontaminata e l’incontro ravvicinato con le specie dell’Artide, niente è paragonabile all’esperienza delle giornate senza fine con la luce abbagliante durante l’intero arco giornaliero e le improvvise oscurità per l’arrivo di velocissime perturbazioni. La scala cromatica dei grigi spazzata via dagli azzurri, dai rosa, gli arancio, i viola.

Vasti ghiacciai, fiordi mozzafiato con picchi frastagliati, le isole di Svalbard (il nome “coste fredde” appare la prima volta in alcuni testi islandesi del Dodicesimo secolo) vennero scoperte nel maggio del 1596 dall’esploratore olandese Willem Barents partito da Amsterdam a bordo della Heemskerck. Si trattava del terzo tentativo dopo essere stato bloccato dal ghiaccio nei due anni precedenti. Erano deserte e, soprattutto, inospitali per l’epoca. Il clima è molto difficile per gli improvvisi cambiamenti delle condizioni atmosferiche, ma è mitigato dalla Corrente del Golfo con temperatura media estiva di sei gradi.

Tra i 74° e gli 81′ di latitudine Nord e i 10° e i 35′ di longitudine Est, si estendono su una superficie di 63.000 km² di cui, quasi due terzi, di zone protette fra le più suggestive al mondo con tre riserve naturali, sei parchi nazionali, un’area geotropica e quindici riservate agli uccelli (trentasei specie nidificano sulle scogliere). Nonostante che solo il 6-7% della superficie terrestre sia coperta da vegetazione, stupiscono le 164 varietà di fiori capaci di vivere oltre la “tree-line”.

Contrariamente alla Siberia e al Canada settentrionale, dove predomina la tundra, alle Svalbard si alternano montagne a ghiacciai, calotte glaciali a tundra. Le coste – sia occidentali che settentrionali di Spitsbergen, l’isola più grande e famosa dell’arcipelago – presentano fiordi strabilianti e in fondo hanno spesso un ghiacciaio che forma piccoli iceberg dove è possibile arrivare con apposite imbarcazioni perfettamente attrezzate.

A soli 1.309 chilometri dal Polo Nord, Longyearbyen sull’isola di Spitsbergen, da località mineraria per l’estrazione del carbone, è oggi il punto di partenza per ogni attività scientifica o escursione turististica nella zona Isfjorden.

L’aeroporto collega la cittadina più a nord del mondo con voli di linea per Tromsø e Oslo, mentre il porto, e le imprese locali, offrono servizi logistici alle navi dei diversi progetti di ricerca in partenza dal 78° 14′ N 15° 30′ E.

Nel museo, una mostra permanente descrive la storia dell’arcipelago, la simbiosi fra mare, terra, natura e l’evoluzione culturale ricordando anche Umberto Nobile.

In rete si trova di tutto, ma è da leggere attentamente Visit Svalbard per la capillare informazione con suggerimenti pratici, a iniziare dal tipo di abbigliamento, o per mantenere un’adeguata distanza dalle renne che brucano nei prati tra le case, oltre a ogni possibile precauzione da adottare a quelle latitudini.

Una sezione è dedicata anche agli orsi che, incontrabili ovunque, rappresentano un reale pericolo ed è indispensabile una guida armata per allontamnarsi dai centri abitati. Quello polare è fra i maggiori predatori e nelle isole di Svalbard, protetti dal 1973 (sono considerati reato anche i richiami, dare loro cibo o disturbarli inutilmente), ne sono stimati circa tremila. Le dimensioni di un adulto variano da duecento a ottocento chilogrammi.
Elemento estraneo in habitat artico, l’uomo diviene una potenziale preda e i giovani esemplari – sotto il quintale e sempre affamati – possono essere estremamente aggressivi. In quelle particolarissime condizioni appare evidente come l’orso sia il simbolo della vulnerabilità della natura minacciata dall’inquinamento creato esclusivamente da noi (si resta basiti constatando il progressivo scioglimento dei ghiacciai per le emissioni dei gas serra e l’aumento del livello di riscaldamento globale).

La bellezza dell’umana solitudine, orsi, trichechi, colonie di uccelli marini, i rumori improvvisi, ma anche il varco creato dalla rompighiaccio nel mare bianco, blocchi di pareti che si staccano sprofondando in acqua, le cascatelle che zampillano dalle rocce sono ricordi indelebili, ma nulla arriva all’intensità emotiva dei colori e il magnetismo della luce solare che raggiunge la massima efficacia dal 12 giugno al 1° luglio.

Iipnotizzati dalla luce proprio come lo stormo di migliaia di uccelli provenienti dal Canada e in transito sopra Ground Zero l’11 settembre 2010 durante la proiezione in cielo un grande raggio blu per ricordare lo skyline delle torri. Gli uccelli, incapaci di proseguire, continuavano a volare in vortice attorno al fascio luminoso fin quando la Municipal Art Society di New York spense tutto per venti minuti per far riprendere la migrazione.

Una sorta di droga alla quale è difficile sottrarsi, magari tirando le tende per rendere buia la camera, ma dopo dieci minuti a letto, riaprire la finestra per sedersi al sole delle due, le tre, le quattro di notte… rendersi conto che è scesa una lacrima quando, nel viaggio di ritorno, ci si accorge dal cielo di essere ormai al di sotto della linea del Circolo Polare Artico… avevo la cabina a poppa, proprio sulla scia della nave, e sono rimasta ore e ore a fissare il nord che si allontanava in una tavolozza di colori con la forza e il vigore di quelli di Vincent e la delicatezza del tutù de la ‘Petite danseuse’.

Solo un branco di nove balene è riuscito a strapparmi da una dimensione indefinibile riportandomi alla realtà con uno spruzzo viola!
Si perde completamente l’orientamento abituati a pensare l’aurora a oriente e poi avere il sole a occidente.

Certo poi si razionalizza con l’inclinazione dell’asse terrestre e lo schiacciamento dei poli, ma in quei momenti la tachicardia accelera e quando l’aereo ha toccato l’asfalto dell’Amerigo Vespucci la certezza di dover iniziare subito a preparare una fuga per tornare in quelle terre inesplicabili a “caccia” di aurore boreali.
Didascalie immagini
- Longyearbyen, la città più a nord del mondo in una piantina del Circolo Polare Artico (fonte)
- Svalbard: uccelli in volo sui ghiacciai perenni (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Svalbard: mare ghiacciato (sopra) e la scia lasciata dalla nave rompighiaccio (sotto) (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Alcuni tipi di fiori che sbocciano alle Svalbard: dryas octopetala, silene wahlbergella, ranunculus nivalis (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Svalbard: caduta di ghiaccio in mare (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Panorama sui ghiacciai (Foto © 2015 Federico Ciavaglia)
- Porto di Longyearbyen: la bandiera sventola indicando latitudine e longitudine della città più a nord del mondo (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Svalbard: la penisola di Hotellneset (Foto © 2015 Federico Ciavaglia)
- Longyearbyen : un cucciolo di renna (Foto © 2015 Federico Ciavaglia)
- Svalvard: un orso solitario (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Svalbard: trichechi (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Svalbard: la luce del sole di notte (Foto © 2015 Patrizia Moresi)
- Mare di Barents: lo schizzo di una balena nel viola del sole notturno (Foto © 2015 Cinzia Colzi)
- Illuminazione solare durante il solstizio d estate in giugno (fonte)
In copertina:
Il taxi delle Svalbard ‘Sleddog’ trainato dai cani (Foto © 2015 Patrizia Moresi)