Francesco Mazzola, detto Parmigianino (Parma 11 gennaio 1503 – Casalmaggiore 24 agosto 1540), era l’ottavo figlio di Filippo Mazzola e di Maria di Ser Guglielmo. La sua era una famiglia di pittori originaria del pontremolese, terra che da una parte si inazzurra verso il mare e dall’altra si innebbia nella pianura padana. Ma lui nacque (11 gennaio 1503) a Parma e visse in Vicolo delle Assi, a due passi dalla maestosa cattedrale romanica e dalle immaginifiche figure di marmo rosa di Verona del battistero dell’Antelami. Quando a due anni rimase orfano del padre, gli zii Michele e Pier Ilario, pittori anch’essi, se ne presero cura, avendo intravisto la scintilla del genio che brillava negli occhi di quel bellissimo bambino. Rinunciano alle proprie carriere perché lui potesse, nella loro bottega, mescolando l’arcobaleno dei colori, respirare cultura, fantasia, immaginazione e libertà. Divisero con lui, alla loro modesta tavola, pane e arte, bevendo l’amore della pittura nel calice della bellezza.
Della sua vita si sa poco. È solo dalle pagine del Vasari (Le vite dei più eccellenti scultori, pittori e architetti), da qualche lettera, dalle note dei creditori, dal testamento con le sue ultime volontà che si può tentare di ricostruire la sua breve, intensa, drammatica vicenda umana e artistica.

Francesco Mazzola detto il Parmigianino, AutoritrattoSappiamo che era bellissimo, ce lo dice Vasari: “Francesco era di bellissima aria ed aveva il volto e l’aspetto grazioso, piuttosto d’angelo che di uomo“. Aveva solo sedici anni quando rivelò il suo talento, dipingendo un Battesimo di Cristo (oggi a Berlino) per la Chiesa di Bardi, un paesino dell’appennino parmense. Nella Parma dell’epoca, vivace di fermenti artistici, la figura dominante era il Correggio (Antonio Allegri Correggio, Reggio Emilia 1489-1534), intento ad affrescare la cupola della Chiesa di San Giovanni, strabiliando per le sue ardite innovazioni prospettiche e per quelle sue pennellate tutte luce e colore. Con lui Francesco fece un breve apprendistato, apprezzato dal maestro che gli fece dipingere nei sottarchi alcune figure di santi (Sant’Ilario di Poitiers e San Nicola di Bari), ma anche un putto reggifestone, che anticipava il suo giovanile capolavoro (aveva solo diciassette anni) quel cantico di amore e mistero, realizzato per il Conte Galeazzo Sanvitale in un piccolo ambiente rischiarato solo dalla luce delle torce nel castello di Fontanellato.
In quella piccola stanza (Stufetta) dove Paola Gonzaga, moglie del Conte, si ritirava per meditare e ricevere amici letterati, il mito ovidiano di Atteone diventa in un immaginario impianto architettonico di vegetazione, fiori e animali, tragica allegoria di un nero lutto, come la morte di un figlioletto, che aveva colpito la nobildonna. L’incanto di questi affreschi che ne rivelano la grandezza, la maturità di tecnica e linguaggio sono tornati all’antico splendore e alla perfetta leggibilità dopo il restauro eseguito negli anni 1997-1998 dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Dopo questo exploit, Parma diventa stretta per Parmigianino, che comincia a guardare Roma come sua meta ideale. Qui Papa Clemente VII dei Medici aveva creato un clima esaltante di cultura ed arte, dove i grandi artisti del momento potevano esprimersi al massimo lasciandoci capolavori immortali come La Trasfigurazione di Raffaello e il Giudizio Universale di Michelangelo. Alla metà del 1524 arrivò a Roma il giovane Parmigianino, portando al Papa un dono davvero speciale, una specie di biglietto da visita che lo rivelava in tutta la sua personale ricerca, in tutta la sua intenzione di stupire e dimostrare le sue grandi capacità, un suo Autoritratto. “Per investigare le sottigliezze dell’arte si mise in giro a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio dei barbieri, di quei mezzi tondi. Fatta fare una palla di legno al tornio e quella divise per farla mezza tonda e di grandezza simile allo specchio dei barbieri. In quella si mise con grande arte a contraffare quello che vedeva nello specchio e particolarmente se stesso….tanto simile al naturale che non si potrebbe stimare ne credere…pareva la sua effige in quella palla, una cosa divina“. Parmigianino nell’offrire a Clemente VII il suo dono disse: “Io questo so fare“. L’entusiastica accoglienza pontificia spalanca al giovane provinciale gli ambienti più esclusivi di una Roma traboccante di fervore artistico.

Anni felici quelli romani (1524-1527), forse i più felici della sua vita, in cui il disegno e l’incisione prevalgono sulla pittura da farlo considerare il padre dell’acquaforte. Qui avviene la sua maturazione guardando più alla “grazia” di Raffaello che alla “terribilità “di Michelangelo. Un clima ideale dunque che neppure il Sacco di Roma (1527) che lo coglie imperturbabile mentre sta dipingendo sul cavalletto La visione di San Girolamo, oggi alla National Gallery di Londra, sembra scuoterlo più di tanto. Sempre il Vasari ci dice che stava lavorando a quella tela quando i feroci lanzichenecchi di Carlo V entrarono nel suo studio e “restarono stupefatti da quell’opera che, come da galantuomini che dovevano essere, lo lasciarono seguitare ed egli fu da que tedeschi provveduto e grandemente stimato e da ogni ingiuria difeso…“.
Comunque da una Roma sconvolta, in preda a ogni sorta di violenza e travolta dalle soldataglie imperiali, Parmigianino si allontana e si rifugia a Bologna dove rimane fino al 1530. Del resto anche Papa Clemente VII, atterrito, se n’era scappato da Roma a gran velocità, travestito da vivandiere, col cestino delle provviste sotto braccio….per rientrarvi nel 1528 con le scuse di un pentitissimo Carlo V.
E il bel ritratto allo specchio con cui Parmigianino si era presentato al Papa? Clemente VII lo regalò a Pietro Aretino che lo cedette al Valerio Vicentino, intagliatore di cristalli, che lo vendette ad Alessandro Vittoria, scultore a Venezia, che nel 1608, lo lasciò oppure lo vendette a Rodolfo II di Asburgo e da qui alla collezione del Kunsthistorisches di Vienna, dove lo possiamo ammirare.
 Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524,
Parmigianino a Bologna esegue opere mirabili come San Rocco e i donatori, La  conversione di San Paolo, La Madonna col Bambino e San Giovannino, La Madonna, Santa Margherita e i Santi e La Madonna della rosa, oggi a Dresda. Qui si incontrò nuovamente con Papa  Clemente VII, nel febbraio 1530, quando questi arrivò in città per incoronare imperatore del Sacro Romano Impero il potente Carlo V (evento immortalato dal Vasari in un dipinto in Palazzo Vecchio a Firenze), ormai perdonatissimo, che lo aveva fatto scappare da Roma. Ecco come il Vasari ci racconta : “In quel tempo venne a Bologna lo imperatore Carlo V e Papa Clemente VII per l’incoronazione di sua Maestà, dove Francesco, andando a tal ora a vederlo mangiare fece senza ritrarlo l’immagine sua ad olio in un quadro grandissimo…“. Il Parmigianino dunque si trovò a partecipare ad un evento di portata epocale come la cerimonia di incoronazione di Carlo V da parte del Papa Medici, cui avrebbe seguito il rituale gastronomico rinascimentale del banchetto imperiale, esibizione della mensa come teatro del potere, che prevedeva un intero bue arrostito in Piazza Grande, su un enorme spiedo fabbricato ad arte.
Parmigianino vide materializzarsi, sotto un baldacchino d’oro, l’uomo che in quel momento era il simbolo del potere sulla terra, che anche in un gesto naturale, come mangiare, doveva offrirsi agli occhi della città e del mondo nella sua “magnificentia”, di cui anche la tavola imbandita era un segnale fortissimo.
Francesco cercò lo sguardo dell’Imperatore, ne comprese l’immensa autorità, ma scoprì anche l’uomo che forse, solo dalla mediatica sensibilità degli artisti si lasciò leggere fino in fondo. Colse quel che di malinconico che spesso c’è nello sguardo del grandi. Intuì il fardello del mondo che si era depositato sulle sue spalle, che sognava in un fraterno abbraccio di popoli diversi e solidali e che, nonostante i suoi sforzi, faticava a tenere insieme.

Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Ritratto di Carlo VL’opera che Clemente VII si aspettava da Parmigianino doveva essere eccelsa degna di essere premiata dall’Imperatore. Questo avrebbe potuto cambiare il suo destino, garantendogli prestigio, fama ma anche tanto denaro. Egli si mise subito all’opera centellinando i ricordi per far assumere all’imperiale soggetto un’immagine ideale pensando più a un ritratto dell’anima che del corpo. Infatti anche se lo rappresenta a tutto campo racchiuso nella scatola di metallo di una lucida ed elaborata armatura, troneggia in mezzo a figure allusive, come una bellissima Gloria alata con l’ulivo della pace e la palma della vittoria (o il martirio del potere?). Nell’ ansia della perfezione, schiavo della sua mistica della bellezza, Parmigianino non era convinto della completezza dell’opera, come dice Vasari: “Francesco mal consigliato da un poco fedele suo amico non volle lasciarlo [il quadro] e così sua Maestà non l’ebbe e così lui non fu premiato“. Ma a Bologna in questa gara fra pennelli c’era anche Tiziano che eseguì prontamente con le sue pennellate vibranti di luce e colore, il ritratto dell’Imperatore col suo cane (ispirandosi a quello del pittore austriaco Jakob Seisenegger). Carlo V lo vide e lo premiò, questo cambiò il destino di Tiziano che diventò il suo pittore preferito.  Parmigianino se ne tornò a Parma con le pive nel sacco anche dopo aver subito il furto di lastre di rame, di incisioni e suoi disegni la cui vendita serviva per sbarcare il lunario.

E che ne fu del quadro grandissimo? Il Papa lo lasciò a Bologna al Cardinale Ippolito dei Medici che lo regalò a Francesco Gonzaga che lo passò a Vincenzo Gonzaga. Così rimase nella Celeste Galleria dei Gonzaga a Mantova fino alla sua dispersione nel 1630. Solo nel 1883 riapparve, ridotto malissimo nella galleria di un antiquario inglese. Dopo attenti restauri, confronti, dibattiti, ne fu riconosciuta l’autenticità e alla fine arrivò a Parma nella collezione del maestro Mario Lanfranchi, per poi spiccare il volo nel nuovo mondo di Carlo V, in quella della celebre cantante lirica Anna Moffo. Oggi con gli occhi del Parmigianino, Carlo V ci guarda dalla Galleria Rosemberg e Stiebel di New York.
Il 10  maggio 1531 Parmigianino è di nuovo nella sua città e riceve dagli amministratori della Chiesa magistrale della Steccata la somma di 400 scudi per affrescare l’arcone della Chapela Grande e realizzare le dorature dei rosoni di rame, tempi strettissimi però! Francesco si perde però in mille schizzi, disegni, progetti per arrivare alla sua idea di perfezione e illuminare con le sue figure l’ arcone della Chiesa ma anche per soddisfare la trepida attesa dei fabbriceri della Steccata.
Intanto scendono dal suo cavalletto bellissimi ritratti come La Schiava turca (Parma, Galleria Nazionale), fanciulla dai magnetici occhi dorati che non è né schiava e né turca ma che con la complicata elegantissima acconciatura alla moda dell’epoca, dettata da Isabella d’Este, ha fatto nascere questo equivoco. E poi la Madonna dal collo lungo (Galleria degli Uffizi, Firenze, non terminata nel tempo dovuto e che rimase nel suo studio fino alla sua morte), ispirata al mondo medievale e al dogma dell’Immacolata Concezione (Collum tuum ut columna).
Finalmente il tripudio del soffitto della Chiesa a cui comincia a lavorare con ardore. Qui i colori, l’oro, le vergini folli e savie, le foglie, i frutti, gli animali palpitano nello spazio sconfinato della sua fantasia. Quella di Francesco è un’ispirazione altissima in cui sacro e profano non si distinguono più perchè fusi in un’ideale sinfonia di perfezioni, in un inno a più voci alla bellezza e al divino. Divorato dalla sua stessa passione, come stregato dalla sua stessa ispirazione, rimane per giorni e giorni sull’impalcatura al caldo e al freddo per completare la sua opera. Mescola colori, crea incarnati dai riflessi dell’avorio e dei petali di rosa. Gioca con le luci e stende l’oro per creare con la sua quasi alchemica inventiva sfumature e bagliori che alludono a pratiche magiche. In questo tempo si diede all’alchimia pensando in breve di arricchire, come dice il Vasari. L’oro non basta mai e i committenti protestano, lo accusano di furto e lo denunciano per inadempienza. Si spalancano per lui le porte della prigione di Parma, ma grazie ad alcuni fidati amici come un bandito riesce a fuggire trovando rifugio a Casalmaggiore.

Quel Francesco Mazzola che aveva l’aspetto piuttosto d’angelo che di uomo, lontano dalla sua città, dalla sua casa , dai suoi amici “aveva preso l’aria di mezzo stolto, e già la barba et i capelli cresciuti, aveva più il viso di uomo salvatico“. Mori solo, malato il 24 agosto 1540, si disse avvelenato da quel mercurio che voleva trasformare in oro, probabilmente gli era stata fatale la malaria come al Carlo V del suo ritratto. Come aveva scritto nel suo testamento  volle essere sepolto nella Chiesa del Servi di Casalmaggiore “nudo, con una croce di arcipresso sul petto in alto“.

Didascalie immagini

  1. Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Autoritratto
    disegno su carta, Windsor Castle, Royal Library
    (fonte: Royal Collection website)
  2. Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Ritratto di Carlo V
    New York, Galleria Rosemberg e Stiebel

In copertina:
Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, 1524,
Vienna, Kunsthistorisches Museum