ΓΝΩΘΙ ΣEΑΥΤΟΝ

(“Conosci te stesso”, motto scolpito sul pronao del Tempio di Apollo a Delfi)

Enigmatico nella sua immutabile serenità, il sorriso arcaico dei due Kouroi aleggia nelle sale del Museo di Delfi, espressione di un mondo dove tutto è conosciuto e tutto è compreso, e il tempo è una funzione circolare. Le due grandi statue votive, prime fra le opere monumentali offerte al santuario oracolare di Delfi, furono scolpite da Polimede di Argo agli inizi del VI secolo a.C., e con la loro struttura rigorosamente sintetica e geometrizzante si collocano nella fase iniziale dello stile arcaico.
Kouroi gemelli (VI sec. a.C .) – Delfi, Museo Archeologico
In un ambiente di grande suggestione che si affaccia su una vallata di olivi a poca distanza dal golfo di Corinto, il santuario di Delfi fu luogo di culto e meta di pellegrinaggi fino dall’età micenea. Proprio qui Apollo sconfisse e uccise il serpente Pitone, simbolo delle oscure forze della terra, e qui secondo la leggenda si ricongiunsero le due aquile inviate da Zeus agli estremi confini del mondo perché volassero una in direzione dell’altra. Il punto del loro incontro coincideva con l’ombelico del mondo, l’omphalos, il centro della terra dal quale tutto ha avuto origine e dove tutto rinasce; nello stesso modo in cui, secondo le credenze dell’epoca, il feto si sviluppa nel grembo materno crescendo attorno all’ombelico, nucleo vitale del futuro essere umano.
Veduta del sito di Delfi; in primo piano il tempio di Apollo / Una versione dell’omphalos, la pietra scolpita che segna il centro della terra, realizzata in età ellenistica (circa 330 a.C.) - Delfi, Museo Archeologico
L’ omphalos, simboleggiato da una pietra scolpita custodita nell’adyton, la cella sotterranea del tempio di Apollo, segnava il nucleo primigenio dell’universo: qui la Pizia (la Sibilla Delfica), pronunciava i suoi vaticini, che venivano interpretati dai sacerdoti e trasmessi a colui che aveva posto il quesito e che attendeva all’esterno, dopo essersi purificato e aver onorato il dio con offerte; secondo il filosofo Eraclito, «Il Signore cui appartiene quell’oracolo che sta a Delfi non dice né nasconde, ma accenna», e questo faceva sì che il santuario divenisse un centro con grande influenza sulla vita politica di tutta la Grecia, almeno dal VI secolo a.C.: la Pizia veniva interrogata su questioni come la fondazione di nuove colonie o la decisione di intraprendere una guerra; la sua risposta giungeva all’interessato attraverso la mediazione dei sacerdoti, e l’interpretazione che questi davano del responso emesso era vincolante e indiscutibile. Prima di vaticinare, la Sibilla si purificava con l’acqua della vicina fonte Castalia, così come facevano i pellegrini che arrivavano a Delfi, prima di entrare nel recinto del tempio.
Delfi: Il teatro e lo stadio
Ai Giochi Pitici, che si tenevano a Delfi ogni quattro anni, partecipavano tutte le città della Grecia; secondi per importanza solo a quelli di Olimpia, in origine i Giochi Pitici prevedevano esclusivamente esibizioni musicali nel teatro adiacente al tempio di Apollo – nume tutelare di tutte le arti e in particolare della musica; dal IV secolo a.C. entrarono a far parte della competizione anche discipline atletiche: nel punto più alto del complesso del santuario, addossato alla montagna, venne costruito lo stadio, mentre le gare equestri si disputavano nella pianura sottostante.
Statua in bronzo detta L’Auriga – Delfi, Museo Archeologico
Per celebrare una vittoria nella corsa con le quadrighe, Polizelo, tiranno di Gela, fece realizzare fra il 478 e il 474 a.C. la scultura in bronzo dell’Auriga, oggi custodita nel Museo di Delfi: la statua si è conservata quasi intatta, mentre del carro e dei cavalli che completavano il monumento sono rimasti solo pochi frammenti. Esempio straordinario del passaggio fra la stilizzazione geometrizzante, tipica dell’età arcaica, e gli ideali estetici che avrebbero caratterizzato la classicità, l’Auriga rappresenta una fra le più alte realizzazioni del cosiddetto ‘Stile Severo’. La lunga veste, il chitone, scende fino ai piedi con pieghe parallele che accentuano l’andamento verticale della figura; l’espressione del volto, intensa e concentrata ma allo stesso tempo di sereno distacco, colloca l’atleta in un sopramondo nel quale tutte le emozioni – anche la gioia per la vittoria – appaiono giungere come un’eco lontana. I particolari di grande raffinatezza, e l’uso di materiali diversi in funzione cromatica – gli occhi di onice, le ciglia e le labbra di rame, la fascia sulla fronte d’argento – fanno dell’Auriga un’opera straordinaria, alla quale nessuna immagine fotografica può rendere giustizia.
Dettaglio del volto dell’Auriga – Delfi, Museo Archeologico
Nel Museo figura una statua di Socrate, di età ellenistica, che evoca il rapporto privilegiato del filosofo con l’oracolo: secondo Platone (Apologia di Socrate), durante il processo che si sarebbe concluso con la sua condanna a morte, Socrate portò come elemento a favore delle proprie idee il fatto che quando il suo discepolo Cherefonte si recò a Delfi per interrogare l’oracolo “domandò se c’era nessuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che più sapiente di me non c’era nessuno”. Socrate considerava l’oracolo di Delfi come ispiratore e nume tutelare della propria dottrina: e non è forse obiettivo primario della maieutica (l’arte della levatrice) socratica quello di far emergere in ciascun allievo la propria interiorità, piuttosto che imporre il pensiero del maestro, secondo un principio che appare in diretta filiazione dal motto delfico γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso)?
Delfi: Il Tesoro degli Ateniesi
Lungo la Via Sacra che sale verso il tempio di Apollo, le città-stato della Grecia costruirono una serie di tempietti, i Tesori, destinati a custodire le ricche offerte che ciascuna di esse recava in dono all’oracolo; in cambio ricevevano dalla Pizia poche oscure parole, che avrebbero indirizzato le sorti di uno stato e del suo popolo in un senso o nell’altro. Il termine “sibillino” trae origine proprio dall’ermetica vaghezza dei vaticini pronunciati da queste misteriose presenze femminili, potenti quanto irraggiungibili, celate nel cuore segreto dei grandi santuari oracolari, arcane custodi di destini già scritti, e per ogni altro essere imperscrutabili.
Frontone orientale del Tesoro di Sifnos: Disputa fra Eracle e Apollo per il tripode dell’oracolo (525 a. C.) - Delfi, Museo Archeologico
Abitatrici di un vago mondo situato fra realtà storica, mito e immaginario collettivo, delle Sibille si favoleggiava che fossero creature dotate da Apollo di virtù profetiche e dell’immortalità, ma non dell’eterna giovinezza, così da essere condannate a un invecchiamento senza fine, fino all’estrema decrepitezza. Il mistero sacrale che avvolgeva le loro capacità divinatorie conservò il proprio potere anche in epoca cristiana, e fu tramandato per secoli attraverso tutto il Medioevo, fino a quando trovò la sua massima consacrazione nella Cappella Sistina, dove Michelangelo collocò cinque Sibille accanto ai Profeti, considerandole portatrici, come questi ultimi, del messaggio messianico.
Veduta del tempio di Apollo a Dydyma
Di origini remote, sicuramente precedenti alla presenza greca, il tempio oracolare di Dydyma (il cosiddetto Dydymaion), sulle coste occidentali dell’attuale Turchia, è citato per la prima volta nell’Inno ad Apollo che fa parte degli Inni Omerici, databili fra il VII e il VI secolo a.C. e attribuiti al grande poeta fin dall’antichità. Il tempio di cui oggi restano le rovine – il terzo in ordine di tempo costruito in questo luogo – fu edificato in epoca ellenistica ed era collegato con la città di Mileto – il più grande e ricco porto della Ionia – da una Via Sacra lastricata lunga quasi 15 chilometri, della quale sono stati riportati alla luce alcuni tratti. Ai lati della via sorgevano le statue dei Branchidi, la famiglia sacerdotale che gestiva in esclusiva tutte le attività del santuario, a cominciare dall’interpretazione dei responsi, e che faceva risalire le proprie origini all’indovino Branco, amato da Apollo – con quella visione creativa della genealogia, fantasiosa e spericolata, che caratterizza tutte le discendenze da dei e semidei della mitologia classica; la via era ornata anche da leoni e sfingi, di cui oggi a Dydyma non c’è quasi più traccia, essendo stati spediti al British Museum di Londra alla fine dell’Ottocento, durante la sistematica spoliazione che l’archeologo britannico C.T. Newton operò qui e in altri siti fra Grecia e Turchia.
Il cortile del tempio di Apollo a Dydyma e una delle gallerie che lo collegavano con il colonnato esterno
Il complesso del Tempio di Apollo – che non fu mai completato, nonostante i lavori si siano protratti per quattro secoli – era destinato a figurare fra le meraviglie del mondo antico per le sue straordinarie dimensioni e la ricchezza dell’apparato decorativo: occupando una vastissima superficie (ben oltre il doppio di quella del Partenone ad Atene), il Dydymaion avrebbe dovuto competere con il grandioso tempio di Artemide a Efeso. La sua struttura rappresenta però un unicum che non trova riscontro in nessun altro santuario dell’antichità: l’altissimo doppio colonnato del peristilio e le mura che in tutti i templi greci delimitano la cella, racchiudono qui un profondo cortile aperto, situato quasi cinque metri più in basso del livello del colonnato; due strette e oscure gallerie mettono in comunicazione il colonnato con il cortile, dove i sacerdoti scendevano per porgere alla Sibilla i quesiti, che venivano formulati per scritto. Al centro di questo ampio spazio aperto, occupato da un giardino ombroso di alberi di alloro e altre essenze, sorgeva un’edicola che ospitava la fonte sacra: l’acqua che ne sgorgava esaltava le doti divinatorie della Sibilla e facilitava lo stato di trance che permetteva alla profetessa di mettersi in contatto col dio e pronunciare i propri vaticini.
Le basi delle colonne del Dydymaion erano riccamente e finemente decorate con motivi geometrici e fitomorfi e con bassorilievi raffiguranti divinità marine
La fama dell’oracolo di Dydyma era destinata a durare per lunghissimo tempo: quando Alessandro Magno dette inizio nel 334 a.C. alla costruzione del terzo tempio, l’oracolo veniva consultato da almeno tre secoli; e trascorsero altri seicento anni prima che l’imperatore Diocleziano inviasse a Dydyma una delegazione per avere lumi in merito all’atteggiamento da tenere di fronte al crescente diffondersi del cristianesimo nell’impero: alla risposta della Sibilla fu attribuita la cosiddetta Grande Persecuzione del 303, l’ultima. Per quasi tutto il IV secolo della nostra era, il Dydymaion continuò ad attirare numerosi pellegrini, ansiosi di interpellare l’oracolo, finché nel 383 il tempio venne chiuso dalle autorità. Nel grande cortile dove la Sibilla vaticinava furono costruiti una basilica a tre navate e un battistero: qui, l’acqua di quella che era stata la fonte sacra ad Apollo veniva utilizzata per sancire, attraverso il battesimo, l’ingresso dei convertiti nella nuova religione.

Didascalie immagini

  1. Kouroi gemelli (VI sec. a.C .) – Delfi, Museo Archeologico (© Donata Brugioni)
  2. Veduta del sito di Delfi; in primo piano il tempio di Apollo / Una versione dell’omphalos, la pietra scolpita che segna il centro della terra, realizzata in età ellenistica (circa 330 a.C.) – Delfi, Museo Archeologico (© Donata Brugioni)
  3. Delfi: Il teatro e lo stadio (© Donata Brugioni)
  4. Statua in bronzo detta L’Auriga – Delfi, Museo Archeologico (© Donata Brugioni)
  5. Dettaglio del volto dell’Auriga – Delfi, Museo Archeologico (© Donata Brugioni)
  6. Delfi: Il Tesoro degli Ateniesi (© Donata Brugioni)
  7. Frontone orientale del Tesoro di Sifnos: Disputa fra Eracle e Apollo per il tripode dell’oracolo (525 a. C.) – Delfi, Museo Archeologico (© Donata Brugioni)
  8. Veduta del tempio di Apollo a Dydyma (© Donata Brugioni)
  9. Il cortile del tempio di Apollo a Dydyma e una delle gallerie che lo collegavano con il colonnato esterno (© Donata Brugioni)
  10. Le basi delle colonne del Dydymaion erano riccamente e finemente decorate con motivi geometrici e fitomorfi e con bassorilievi raffiguranti divinità marine (© Donata Brugioni)

In copertina:
Frontone orientale del Tesoro di Sifnos: Disputa fra Eracle e Apollo per il tripode dell’oracolo (525 a. C.) – Delfi, Museo Archeologico, particolare (© Donata Brugioni)