La fonte principale del pregiudizio? È l’ignoranza, un fattore ancora difficile da debellare e molto pericoloso, come testimoniato giorno dopo giorno dalle pagine cronaca dove si evidenzia che sull’altra sponda dell’Atlantico chi è preposto a vigilare sull’integrità sociale continua invece a scegliere deliberatamente i “nemici pubblici” facendosi schermo di un pregiudizio etnico che fa strage di innocenti.
Appare quindi più che mai vivo e valido il sogno espresso da Martin Luther King prima di essere assassinato a Memphis nel 1968, raccolto e reso concreto l’anno successivo dalla nascita del Dance Theatre of Harlem, ospite lo scorso 17 giugno del XXVI Ravenna Festival.
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Perché anche le arti e la riflessione sulla bellezza devono essere intaccate dal razzismo? Perché non si può dare a tutti, senza pregiudizi etnici, la possibilità di studiare il balletto, troppo spesso considerato elitario e appannaggio dei soli bianchi?
Alcune riflessioni queste che hanno spinto Arthur Mitchell, classe 1934 primo ballerino afroamericano ad entrare nel 1955 nel prestigioso New York City Ballet di George Balanchine, ad aprire una scuola di danza classica nello stesso quartiere della Grande Mela in cui era nato e cresciuto, Harlem.
Forte di un progetto sociale pensato in maniera capillare, rivolto sia all’educazione artistica dei ragazzini del ghetto sia alla formazione dell’intera comunità, Mitchell insieme al suo illuminato insegnante Karel Shook (1920-1985) inizia nel 1969 a dare lezioni in un garage della 152nd. Nasce così con un piccolo gruppo di studenti ma in continuo aumento, il Dance Theatre of Harlem che nel 1971 al Guggenheim Museum di New York fa il suo debutto come compagnia neoclassica composta da ballerini afroamericani.
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Il riconoscimento internazionale maturato nel trentennio successivo ha però una battuta d’arresto nel 2004 a seguito di una crisi finanziaria che porta allo scioglimento l‘ensemble, lasciando attivi i soli progetti didattici tra scuole, università e festival.
La pausa di riflessione porta in sé il seme della rinascita, arrivata nel 2009 con la nomina di Virginia Johnson, già ballerina della compagnia sin dagli anni Settanta, a direttore artistico e il passaggio di Mitchell ad una carica onoraria. Alla “Creole Giselle” Johnson il compito di dare una nuova identità al ensemble trovando interpreti adeguati e ricostituendo un repertorio che sappia guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici.
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Apprezzato alla serata ravennate il nuovo DTH, non più all blacks e formato da diciotto ballerini di differente nazionalità, tra cui brasiliani, australiani e portoricani, appare in splendida forma con un programma che conserva molto lo smalto del primo periodo.
Immancabile l’omaggio a Balanchine, coreografo che proprio sul corpo di Mitchell aveva creato capolavori come Agon e il ruolo di Puck in A Midsummer Night’s Dream, con lo scoppiettante Tchaikovsky Pas de Deux. Creato nel 1960 per Violette Verdy e Conrad Ludlow adoperando frammenti musicali inediti de Il Lago dei Cigni, questo duetto in repertorio del DTH dallo scorso anno, altri infatti erano i titoli balanchiniani custoditi da Mitchell prima dello scioglimento, è un elettrizzante banco di prova per danzatori virtuosi abili ad essere note umane.
Come immancabili sono stati due titoli di Robert Garland, già danzatore della compagnia e suo attuale coreografo residente, entrambi del 1999 e creati espressamente per il DTH quali New Bach e Return. Sorta di doppio manifesto tra una tessitura di linee lunghe e capricciose dalla tempra neoclassica sulle musiche del compositore tedesco e l’esigenza di accogliere a piene mani il vernacolo offerto dalle canzoni di Aretha Franklin e James Brown per affermare il proprio essere “Classically American”.
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Completa il quadro un titolo che coniuga con sapore pop ascendenze classiche e impulsi modern. Si tratta di Vessels creazione per dieci danzatori su musiche di Ezio Bosso commissionata a Darrell Grand Moultrie, coreografo richiestissimo da balletti e teatri oltre che dalla star Beyoncé per il suo staff artistico. Nativo di Harlem e formatosi alla Juillard School, Darrel Grand Moultrie in Vessels, letteralmente “recipienti” al debutto lo scorso novembre, tra andamenti all’unisono, lifts ricercati e pose plastiche sviluppa in maniera fluida una nitida intelaiatura in cui far riecheggiare la musica di Bosso accennando a tenui velature misteriose.
Una serata tutta sulle punte all’insegna di una danza che pur nelle nuove proposte ricorda con generosità il vero e sempre valido significato dell’arte del movimento.

Didascalie immagini

  1. Vessels (cor. D. G. Moultrie) (© Silvia Lelli)
  2. New Bach (cor. R. Garland) (© Silvia Lelli)
  3. Tchaikovsky Pas de Deux (cor. G. Balanchine) (© Silvia Lelli)
  4. Return (cor. R. Garland) (© Silvia Lelli)

In copertina:
Vessels (cor. D. G. Moultrie) (© Silvia Lelli)

Dance Theatre of Harlem

Vessels (2014)
coreografia Darrell Grand Moultrie
musica  Ezio Bosso
costumi  George Hudačko
luci  Clifton Taylor

New Bach (1999)
coreografia  Robert Garland
musica  Johann Sebastian Bach
costumi  Pamela Allen
luci  Roma Flowers

Tchaikovsky Pas de Deux (1960/DTH 2014)
coreografia  George Balanchine
musica  Pëtr Il’ič Čajkovskij
luci  Peter D. Leonard

Return (1999)
coreografia  Robert Garland
musiche  Aretha Franlin e James Brown
costumi  Pamela Allen-Cummings
luci  Roma Flowers

17 giugno 2015
Ravenna, Palazzo Mauro de André
XXVI Ravenna Festival

Dove e quando