Il Don Giovanni di Da Ponte e Mozart, sembra ormai evidente, è uno di quei mostri sacri la cui riproposizione porta con sé perplessità, debiti, discussioni. Lo spazio drammaturgico-musicale che i due autori ci hanno lasciato è ingombrante come quelle tele bianche sulle quali l’artista vede impressa tutta la Storia dell’Arte; per affrontarlo bisogna quindi cancellare tutti i modelli precedenti e mettere in gioco la totalità della propria creatività artistica.
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Così è stato il 23 maggio al Teatro Olimpico di Vicenza in occasione dell’inaugurazione della sezione lirica delle Settimane musicali. Il seduttore protagonista dell’opera mozartiana, interpretato da Luca Dall’Amico, si trasforma – nella visione del regista Lorenzo Regazzo – da incarnazione caratterizzata e prototipica del male assoluto a giovane marionetta superficiale ed eterocondotta. Seduto davanti a un televisore e in fondo consapevole della propria vacuità mediatica, egli si ritrova schiacciato dalle aspettative che ruotano attorno al Mito, aspettative che non può disattendere pur non essendo in grado di affrontarle. A manipolarlo troviamo un furbo, intrigante e mefistofelico Giovanni  Furlanetto nei panni di Leporello; sarà lui – insieme ad una Donna Anna (Anna Viola) abusata dal padre e desiderosa di vendicarsene – motore dell’azione e artefice delle ultime ventiquattro ore di vita del padrone, ribaltando dunque la teoria dell’alter ego che vede spesso legati Don Giovanni e Leporello.
Nel tentativo di sciogliersi, dunque, dalla schiavitù dei modelli illustri Regazzo fa però il passo più lungo della gamba. La poetica dei bassi demiurghi (di certo più calzante nel Così fan tutte dell’anno passato) appare qui forzata. Se infatti don Alfonso è effettivamente l’artefice della vicenda dell’ultima opera della trilogia, lo stesso non si può dire per il servo di don Giovanni. Per Da Ponte e Mozart, Leporello è infatti un carattere tipico dell’opera buffa, un servo pauroso debitore più degli zanni italiani che del Mosca del Volpone jonsoniano. Ce lo scolpisce così tanto il testo di parola quanto il testo musicale: l’aria a elenco Madamina, il catalogo è questo e i veloci passaggi borbottati dei concertati sono indizi chiari del suo ruolo nell’economia dell’opera.
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Nonostante questa evidente forzatura, la rappresentazione risulta comunque gradevole grazie anche (e forse soprattutto) all’interpretazione musicale. Giovanni Battista Rigon, nella duplice veste di direttore artistico e direttore d’orchestra, ha scelto per l’occasione di eseguire la versione “viennese” del Don Giovanni, quella ripensata da Mozart stesso nel 1788. Una versione, questa, poco sentita nella sua forma integrale e che spesso viene mescolata alla precedente – e più nota – versione “praghese” del 1787; il pubblico dell’Olimpico ha avuto modo così di ascoltare – oltre a Dalla sua pace di don Ottavio e Mi tradì quell’alma ingrata di donna Elvira, ormai pretesi dagli interpreti in ogni occasione – anche un grazioso duetto fra Zerlina e Leporello che nella sua semplicità bilancia la successiva scena di Elvira.
La direzione di Rigon è leggera, agile e asciutta; tutti i tempi sono sostenuti e condotti con l’eleganza e il brio che meritano. Gli archi rispondono bene alle indicazioni del direttore ottenendo colori inaspettati e suggestivi come il pianissimo ottenuto attaccando con la punta dell’archetto in Dalla sua pace.
Tutti in parte gli interpreti la cui giovane età non ha sacrificato la qualità. Inutile soffermarsi qui sulla professionalità del ben noto Furlanetto che occupa il palcoscenico con la sua presenza; Dall’Amico si mostra, oltre che un buon cantante, anche un attore di garbo che sa obbedire alla indicazioni del regista nella creazione di un giovinastro dinoccolato e greve. Arianna Venditelli, nel semplice costume di donna Elvira creato dalla scenografa e costumista Maria Elena Cotti, prorompe in un’invidiabile agilità vocale che le fa perdonare quei piccoli errori d’attacco in Ah, chi mi dice mai. Peccato invece per una timida Anna Viola nei panni di donna Anna: intonata e precisa negli attacchi, è sembrata ritrarsi sempre di più nel corso dell’opera forse a causa di un’ingiusta sfiducia nei propri mezzi. La napoletanità di Minni Diodati le mette a disposizione quella sfrontatezza necessaria nell’interpretare Zerlina; Abramo Rosalen – nel filologico doppio ruolo di Masetto e del Commendatore – riesce ad essere ora grave e severo, ora estremamente buffo e divertente. Lietissima rivelazione è il tenore Matteo Macchioni: appena rigido nel gesto incanta il pubblico della cavea palladiana con Dalla sua pace
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A conti fatti, questo Don Giovanni vicentino si regge bene in piedi su salde gambe. La godibilità dell’esecuzione musicale permette di affrontare a cuor sereno la discutibile regia di Regazzo la cui mancanza è stata non farsi interprete e mediatore fra autore e pubblico ma centro dell’opera. Non disvelatore di nuovi orizzonti d’attesa, insomma, ma fabbro che piega e modella su se stesso un testo altrui.
Ma ben vengano questi pungoli di riflessioni.

Didascalie immagini

  1. Teatro Olimpico di Vicenza, Don Giovanni [23 maggio 2015]
  2. Teatro Olimpico di Vicenza, Don Giovanni [23 maggio 2015]
  3. Teatro Olimpico di Vicenza, Don Giovanni [23 maggio 2015]

In copertina:
Teatro Olimpico di Vicenza, Don Giovanni [23 maggio 2015]
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Teatro Olimpico di Vicenza
Don Giovanni
Regia Lorenzo Regazzo
Direttore d’orchestra: Giovanni Battista Rigon