L’imperativo di “essere contemporanei a tutti i costi” porta spesso tra gli artisti meno avveduti alla distruzione di ponti e legami con il passato, senza che emerga però una cifra specifica o una forte scelta estetica. Un azzeramento miope di solito risolto con la reiterazione di concetti e forme già rodate ma assunte come ‘nuove e innovative’ per scarsa conoscenza di ciò che è stato. Saperi ed esperimenti di un passato, seppur prossimo, che invece se conservati, analizzati, reinterpretati e rimodellati possono indicare sì percorsi di ricerca validi e interessanti per il domani.
Una riflessione questa che trova eco nei lavori di Angelin Preljocaj e Cristina Caprioli proposti dal festival Fabbrica Europa e visti Stazione Leopolda di Firenze.

Come ‘mettere in danza’ non una performance sonora ma l’evento stesso, l’esperimento appunto, che l’ha vista nascere, traslandolo così dall’arte del suono a quella del movimento? A tale quesito risponde Angelin Preljocaj, coreografo versatile a suo agio tra gli stili più disparati, con Empty Moves (Part I, II & III), lavoro per quattro danzatori della durata di un’ora e quarantacinque minuti senza intervallo che condensa ben dieci anni di ricerca.
2 dicembre 1977 al Teatro Lirico di Milano John Cage in Empty Words emette fonemi incomprensibili di fronte ad un pubblico dapprima silenzioso ma poi sempre più irritato e rumoroso verso un’operazione che appare astrusa e poco chiara. Al grido di “vogliamo capire!” gli spettatori si ribellano a quelle “parole vuote”, frutto della scarnificazione del testo di Henry David Thoreau Disobbedienza civile elaborata da Cage tramite le tecniche aleatorie dell’I-Ching, che istigano una sorta di pulsione indomita a riempire lo spazio di suoni.

Partendo dalla registrazione di quella serata milanese, nel 2004 Angelin Preljocaj intraprende il suo progetto di ricerca sui “movimenti vuoti”, sorta di atto di auto-riflessione sul proprio linguaggio coreografico. Nasce così Empty Moves che, dopo Part I (2004), genera Part II (2007) e Part III (2014), quest’ultimo presentato alla scorsa edizione del festival di Montpellier. Il risultato finale è un mirabile ordito in continuo divenire, dove la partitura sonora con urla e schiamazzi in crescendo accompagna i movimenti per suggerirne possibili sviluppi e contrasti. Tra schemi e strutture, andamenti all’unisono e frammenti, lo stato dei corpi viene indagato in tutti gli elementi costitutivi del movimento, dalle prese ai salti e dalle cadute alle torsioni mantenendo però una fluidità che canalizza il tutto con andamento morbido.
Soffiate quest’anno le candeline per il trentesimo compleanno della compagnia che porta il suo nome, Preljocaj con tratto acuto continua a mantenere il proprio seggio tra i nomi più rappresentativi del panorama internazionale.

Figura di spicco in Svezia, paese dove vive e opera stabilmente dagli anni Ottanta, ma poco conosciuta e invitata purtroppo nel suo paese d’origine, cioè l’Italia, Cristina Caprioli condensa in sé la figura di artista e quella di studiosa, portatrice una concezione del fare coreografico che travalica i consueti confini per approdare nelle arti multimediali e nel calcolo combinatorio. Ne è un esempio la sua installazione presentata alla Stazione Leopolda Trees, una foresta fatta di strisce bianche mossa da raffinate ombre, nate complessi studi algoritmici, che invita gli spettatori ad attraversarla in maniera serena rifuggendo così l’idea di mistificazione dell’opera d’arte spesso in voga.

Fondata a Stoccolma nel 1998 la sua compagnia indipendente ccap, Caprioli in Omkretz, parola svedese che sta per “circonferenza o circuito”, sviluppa sulla partitura sonora eseguita dal vivo da Yoann Durant un tour de force dove due danzatori sfidano i loro stessi limiti eseguendo continui cambi di traiettoria e direzione. Punto di partenza è qui il celebre lavoro creato nel 1979 da Lucinda Childs e Sol LeWitt Dance, il cui “moto armonico”, oscillante da una parte all’altra del palcoscenico, viene rielaborato da Cristina Caprioli secondo continui scatti trigonometrici. La linea retta, come in un complesso sistema analitico, tende a farsi curva donando all’intera coreografia una forza centripeta, simile a quella del vortice che tutto risucchia. L’energia dei due danzatori tende ad implodere regalando suggestioni di rara bellezza, quando la danza si fonde con la scienza.
Didascalie immagini
- Ballet Preljocaj in Empty Moves (Part I, II & III) (cor. A. Preljocaj) (© Jean Claude Carbonne)
- Ballet Preljocaj in Empty Moves (Part I, II & III) (cor. A. Preljocaj) (© Jean Claude Carbonne)
- Trees, installazione di Cristina Caprioli (© Cristina Caprioli)
- Omkretz (cor. C. Caprioli) (© Cristina Caprioli)
In copertina:
[particolare]
In foto:
Ballet Preljocaj in Empty Moves (Part I, II & III)
(cor. A. Preljocaj)
© Jean Claude Carbonne
Ballet Preljocaj in Empty Moves (Part I, II & III)
(cor. A. Preljocaj)
© Jean Claude Carbonne
Trees, installazione di Cristina Caprioli
© Cristina Caprioli
Omkretz (cor. C. Caprioli)
© Cristina Caprioli
XXII FABBRICA EUROPA
Empty Moves (parts I, II & III)
coreografia Angelin Preljocaj
creazione sonora John Cage, Empty words
coreologo Dany Lévêque
Omkretz
coreografia Cristina Caprioli
partitura sonora e musica dal vivo Yoann Durant
prima italiana
14 maggio 2015
Stazione Leopolda, Firenze