Sempre più spesso – assistendo ai concerti dei grandi nomi del jazz, soprattutto americani – il mio giudizio si trova stretto fra una dicotomica indecisione fra “pancia” e “testa”. La testa si compiace fra timbri ben torniti, armonie e ritmiche complesse, assoli da manuale e influenze più o meno assorbite; la pancia invece sprofonda in una profonda noia provocata da una sensazione di “già sentito”, di abitudine e prevedibilità.
Così è stato – ahimè – anche per il concerto del Vijay Iyer Trio, svoltosi il 22 marzo a Messina presso il Palacultura “Antonello da Messina” e organizzato dalla Filarmonica Laudamo nella persona del direttore artistico Luciano Troja.
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Seduto in sala prima dell’inizio dello spettacolo pensavo che la mia passione per questo artista mi avrebbe impedito di scrivere una recensione equa; Iyer è un pianista eccellente e un compositore ricco e colto che ha fuso nella sua musica molteplici interessi. Alle prime note tutte le mie aspettative sono state confermate: la testa ha cominciato a godere di un’introduzione in pianoforte solo, leggera e rarefatta, che ha subito evidenziato il tocco elegante del leader. Sopra una nuvola eterea creata da Stephan Crump al contrabbasso e da Marcus Gilmore alla batteria, Iyer dirige il gruppo con un’autorevolezza che lo avvicina molto ad Ahmad Jamal.
Anche nelle composizioni a tempo veloce il trio dimostra un’estrema compattezza. La tecnica di Iyer è indubbia: tutte le note vengono snocciolate con estrema chiarezza e nitidezza e nei pezzi più ricchi di groove il pianoforte si riscopre strumento percussivo con piccole spore monkiane. Superato un guasto tecnico all’amplificatore, Crump utilizza il proprio strumento con una concezione ritmica molto originale, slegata dalla semplice funzione di sostegno ritmico-armonico; il suo rapporto con il contrabbasso è fisico anche se non proprio materico, il gesto è ampio e sentito, l’intonazione precisa e la tecnica davvero elastica. Gilmore, da canto suo, mette in campo tutta la forza e l’irruenza dei suoi venticinque anni. Dallo swing alla marcia, dai delicati e sognanti even eight ai più roboanti groove, resta sempre presente, a volte troppo. Come solista ha ancora da imparare il controllo compositivo dell’idea di partenza, ma la giovane età ne giustifica in parte la foga.
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Nonostante tutto questo, la pancia si appisolava. La musica di Iyer è compita quasi quanto il suo aspetto da collegiale; non c’è mai un reale scatenarsi, fatta eccezione per un singolo, orgiastico, momento di improvvisazione collettiva. Ritmiche complesse – quasi sempre molto cariche nella parte dedicata alla batteria – e armonie ricche e ampie dai toni postimpressionistici alla lunga stancano non consentendo una totale partecipazione al discorso musicale. Ci si trova spesso in un’aura sonora sublime nella quale però ci si sente come narcotizzati e troppo poco stimolati.
Che il jazz all’americana cominci a stufare? Che ormai anche queste manifestazioni musicali così raffinate si siano formalizzate in una sorta di nuovo mainstream? O più semplicemente chi scrive sta attraversando un periodo di crisi e smarrimento? Non lo so, ma una cosa è sicura: questi concerti lasciano un che di insoddisfazione nonostante l’altissimo livello della musica ascoltata. 

Didascalie immagini

  1. Vijay Iyer Trio: Vijay Iyer – pianoforte, Stephan Crump – contrabbasso, Marcus Gilmore – batteria. (Wikipedia Commons)
  2. Vijay Iyer Trio: Vijay Iyer – pianoforte, Stephan Crump – contrabbasso, Marcus Gilmore – batteria. (Wikipedia Commons)

In copertina:
Vijay Iyer Trio: Vijay Iyer – pianoforte, Stephan Crump – contrabbasso, Marcus Gilmore – batteria.
[particolare]
(Wikipedia Commons)