Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 – Milano, 14 novembre 1971), intellettuale irriducibile, autentico, visionario, ha dato all’impegno letterario il senso di una diretta responsabilità civile, concependo l’attività culturale come strumento di denuncia e di presa di coscienza, ma anche come intervento immediatamente militante.
Nella storia della letteratura, è accaduto raramente che la clamorosa uscita de La vita agra (1962) desse parola al disagio di quella realtà quotidiana che stava appena sotto la patina dorata del Boom economico italiano.
Davvero di grande pregio l’iniziativa Fondazione Teatro della Toscana di proseguire la lettura teatrale a puntate del testo affidandone a Giacomo Bisordi la direzione di sei attori in un viaggio a più voci per far risuonare l’incredibile bagaglio di immagini e riflessioni sulla società neocapitalista che Bianciardi trascrisse eroicamente’ in quelle pagine incandescenti e nate dalla deflagrazione dell’Italia post-bellica, fra l’altro oggi leggibili anche come come una sinistra profezia per i nostri stessi anni.
A oltre mezzo secolo di distanza, il gruppo di giovani attori si interrogano su come far convivere sul palcoscenico le parole di ieri e i pensieri di oggi, in un tentativo di indagare l’urgenza che aveva animato la penna dello scrittore e il regista afferma “È un romanzo estremamente complesso, eterogeneo”, si transita da dichiarazioni di poetica a visioni apocalittiche sul futuro (molto precedenti a quelle che avrebbero fatto personalità del calibro di Pasolini o Eco), procedendo attraverso dialoghi che in più di un’occasione anticipano le nevrosi di Fantozzi. Ma ciò che attrae di più è la contraddizione insita nel racconto stesso: quella che potrebbe essere, a prima lettura, solo una reiterazione del detto si nasce incendiari per morire pompieri, in profondità è una disamina del percorso mentale che in ciascuno di noi porta ad abbracciare la propria medietà e in ultimo la propria mediocrità.”

Capitolo conclusivo della ‘trilogia della rabbia’, di cui fanno parte Il lavoro culturale (1957) e L’integrazione (1960), La vita agra narra dell’isolamento di un intellettuale nella Milano del ‘miracolo italiano’. L’io narrante (un traduttore) ha scelto di rifiutare l’integrazione nell’industria culturale e di lavorare in proprio, perseguitato da mille richieste (i ‘tafanatori’) e dalla quotidiana angoscia di non riuscire a tradurre le venti cartelle che gli assicurano la sopravvivenza. Unici lenimenti, ma non tali da costituire una speranza, sono il liberatorio erotismo di un forte vincolo affettivo e la scelta della propria irriducibilità a farsi rotella del meccanismo, genesi stessa, quest’ultima, della propria condizione, insieme, di autenticità e di ‘devianza’.

Giacomo Bisordi, prosegue “Fausto Cabra e Francesco Sferrazza Papa hanno fatto un superbo lavoro di selezione dei brani del romanzo, in modo da costruire una drammaturgia composita che tenta di scandire e organizzare in quadri il flusso mentale di Bianciardi avendo il romanzo una struttura ricca e multiforme, tante sono le voci che si avvertono, come altrettanti sono i pensieri che si affastellano l’uno all’altro all’interno di Bianciardi. In prova abbiamo rintracciato, da un lato, la sua voce narrante, un ‘magma’ diviso tra tutti e sei gli attori, dall’altro, i
personaggi veri e propri di Bianciardi e di Anna, la sua compagna, letti prevalentemente da Fausto Cabra e Giulia Valenti. Il ritmo della storia è cadenzato da una macchina da scrivere in scena, attraverso cui il personaggio di Bianciardi innesca i singoli quadri.”
È un girare intorno alla vita di un uomo costretto a confrontarsi con un mondo arido, frenetico e indifferente, dove si rinuncia a tutto, alla propria umanità e alla capacità di relazionarsi con gli altri, pur di non perire travolti da una società di massa che va avanti e si sviluppa sempre più velocemente. C’è l’inumanità o alienazione, cui è ridotta la folla della metropoli; c’è la nausea del traffico e dell’automobile; c’è la pena per il mondo aziendale, ove la gente appare sottoposta a un processo di disidratazione spirituale. C’è, insomma, una contestazione globale al sistema e all’uomo integrato nel sistema. Il tutto reso in scena dal forte legame degli attori con l’oggetto-libro.
Il regista conclude “Abbiamo voluto un rapporto fisico con il libro, elemento in comune con la precedente lettura a puntate de Il deserto dei Tartari diretta da Andrea Macaluso, “tutti in scena hanno La vita agra in mano, esprimono un bisogno, una dipendenza dalla scrittura e dalla lettura. Questa necessità deriva da ciò che Bianciardi ha definito ‘letteratura integrale’: per lui vivere è leggere e scrivere in un’identità totale. La regia cerca quindi un equilibrio tra la polifonia dei pensieri di Bianciardi e gli eventi dell’intreccio, generando un percorso visivo ed emotivo che orienti lo spettatore attraverso il romanzo.”
(fonte: Matteo Brighenti)
Didascalie immagini
- Luciano Bianciardi, La vita agra
(copertina del volume) - Uno scatto durante le prove (courtesy Fondazione Teatro della Toscana Teatro della Pergola)
- La vita agra (1964)
locandina del film di Carlo Lizzani
In copertina:
Uno scatto durante le prove (courtesy Fondazione Teatro della Toscana Teatro della Pergola)
Fondazione Teatro della Toscana
LA VITA AGRA
Lettura teatrale a puntate
liberamente tratta dal romanzo di Luciano Bianciardi
da un’idea di Valentina Bartolo
con
Fausto Cabra,
Cristina Poccardi,
Paola Senatore,
Francesco Sferrazza Papa,
Giulia Valenti,
Marco Vergani
adattamento a cura di Fausto Cabra e Francesco Sferrazza Papa
scene di Paola Castrignanò
illustrazioni originali di Cosimo Lorenzo Pancini
regia di Giacomo Bisordi
Teatro della Pergola
venerdì 10 aprile, ore 18.45 prima puntata
sabato 11 aprile, ore 18.45 seconda puntata
domenica 12 aprile, ore 20.45 versione integrale
Spazio Alfieri
Lunedì 13 aprile, ore 18,
proiezione del film di Carlo Lizzani (1964),
con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli.
Dove e quando
- Date : 10 April, 2015 – 13 April, 2015