“Della pittura [Federico] n’era intendentissimo; e per non trovare maestri a suo modo in Italia, che sapessino colorire in tavole ad olio, mandò infino in Fiandra, per trovare uno maestro solenne, e fello venire a Urbino, dove fece fare molte pitture di sua mano solennissime; e maxime in uno istudio, dove fece dipingere i filosofi e poeti e tutti i dottori della Chiesa così greca come latina, fatti con meraviglioso artificio; ritrassevi la sua Signoria al naturale, che non gli mancava nulla se non lo spirito. Fece venire ancora di Fiandra maestri che tessevano panni d’arazzo,…” (Vespasiano Da Bisticci, Vite di Uomini Illustri del secolo XV)
28 Uomini Illustri collocati in gruppi di quattro, su due piani: Platone (dal registro superiore della parete nord) Aristotele, San Gregorio, San Girolamo, Tolomeo, Boezio, Sant Ambrogio, Agostino, Cicerone, Seneca, Mosé, Salomone, Omero, Virgilio, San Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Euclide, Vittorino da Feltre, Pio II, Bessarione, Solone, Bartolo, Alberto, Sisto IV, Ippocrate, Pietro d’Abano, Dante, Petrarca.
28 tavole ricollocate nelle loro posizione originale, in una mostra curata da Carlo Bertelli, Alessandro Marchi e Maria Rosaria Valazzi, organizzata da Villaggio Globale International e Civita Cultura, promossa dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche, dalla Regione Marche e dalla Città di Urbino, con la partecipazione del Museo del Louvre.

La Galleria Nazionale delle Marche ha ricomposto per restituire temporaneamente al pubblico lo Studiolo di Federico di Montefeltro, capitano di ventura, signore rinascimentale, duca di Urbino, nell’integrità originaria. Infatti, con la fine della dinastia dei Della Rovere e la devoluzione del ducato di Urbino alla Stato pontificio, ci fu lo smembramento dei dipinti dello Studiolo: un’operazione di rimozione “devastante” che portò alla parcellizzazione delle immagini con il taglio del supporto ligneo.
A noi fiorentini vengono i brividi, ma di Maria Luisa ce n’è stata una sola, purtroppo, e quanto era stato concepito spazialmente e strutturalmente come unicum, un sistema organico fatto di aggregazioni e rimandi interni – reso ora esplicito anche dagli esami dei supporti – fu trasformato in una serie di ritratti individuali con la perdita del disegno unitario, dei riferimenti al Duca, del messaggio implicito.
Come se non bastasse, solo la metà dei ritratti è conservata nel Palazzo divenuto sede della Galleria Nazionale delle Marche – opere acquistate dalla Stato italiano nel 1934 a seguito del famoso accordo sul Fidecommesso Barberini e riportate in loco – mentre le restanti quattordici tavole dove potrebbero essere? Ovviamente al Museo del Louvre dove giunsero nel 1863 (dopo la “razzia” attuata nel 1633 dal Cardinale Antonio Barberini, le complicate divisioni ereditarie, il passaggio nella collezione del Cardinale Fesch zio di Napoleone e poi in quella del marchese Campana, la sua bancarotta e, infine, l’acquisto dei 14 dipinti da parte di Napoleone III) e da allora sono rientrate in Italia per questa mostra.

L’universo del Duca, il suo sogno, le sue ambizioni sono tutte racchiuse lì: in quel luogo unico, intimo, emblematico che egli progettò e volle all’interno del Palazzo-Città. La ricortruzione di quel microcosmo intellettuale tanto denso di significati e messaggi, con la raffigurazione dei cosiddetti Uomini illustri: filosofi, poeti, scienziati, uomini di ingegno, dottori della Chiesa del lontano passato o contemporanei, chiamati a raccolta dal Duca per ispirarlo e guidarlo.
È stato analizzato con nuove strumentazioni il retro delle tavole (le fibre lignee, la definizione dei tagli ecc.), confermando la ricostruzione dello Studiolo finora ritenuta valida; si sono indagati i pigmenti, gli strati pittorici e soprattutto – tramite riflettografie – i disegni sottostanti, provando l’esistenza di almeno due gruppi di disegni e dunque di almeno due mani. E se le analogie con la trama preparatoria della Comunione degli Apostoli realizzata dal fiammingo Giusto di Gand per la Chiesa del Corpus Domini confermano, per un gruppo di dipinti, la paternità già riconosciuta del grande pittore nordico incaricato dal Duca – una scelta ponentina dei dipinti in raffinato contrasto con le tarsie fiorentine – ancora dubbia rimane l’identificazione del secondo artista. La critica concordemente ritiene debba trattarsi di quel pittore di nazionalità spagnola che nel 1477 risultava addirittura residente in un appartamento accessorio del palazzo ducale, ma che si tratti di Pedro Berruguete, come voleva Longhi, è ancora materia di discussione

Così le testimonianze urbinati degli artisti che lavorarono per lo studiolo si affiancano a opere che illustrano la personalità, il gusto e la cultura di Federico e di coloro che gli furono accanto: il San Sebastiano di Pedro Berruguete e La Comunione degli Apostoli di Giusto di Gand, Il famoso Doppio Ritratto realizzato sempre dall’artista spagnolo e l’imponente Candelabro con le imprese del Duca, opera di Francesco di Giorgio Martini prestata dal Museo Diocesano Albani; il Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro di Bartolomeo della Gatta della Galleria Colonna di Roma e quello di Battista Sforza, di Domenico Rosselli dai Musei Civici di Pesaro; i due Tondi marmorei con bassorilievi raffiguranti Federico e Ottaviano Ubaldini, conservati nella Chiesa e Museo di San Francesco a Mercatello sul Metauro, e il monumentale Leggio che troneggiava nella Biblioteca del Duca a sostegno della famosa Bibbia ebraica, il quale si narra Federico avesse preso come bottino di guerra a Volterra; e poi – tra gli altri – alcune opere di Giovanni Santi, autore che secondo recenti interpretazioni potrebbe aver collaborato alle opere urbinati di Giusto di Gand, tanto che il Cristo Comunica San Pietro, che giunge da Casa di Raffaello, un tempo era attribuito proprio al pittore fiammingo.

La mostra è accompagnata da catalogo Skira e da un innovativo apparato multimediale – per approfondire l’opera e il contesto storico e artistico nel quale essa ebbe origine, rievocando il clima della corte urbinate nell’ultimo decennio di vita del Duca di Montefeltro, e per visualizzare il percorso d’indagine e studi condotto in questi anni – ma anche da poche e importati opere scelte.
Didascalie immagini
- P. Berruguete, Doppio Ritratto
tempera su tavola, cm 143 x 88 – Urbino, Galleria Nazionale delle Marche - Giusto di Gand (Joos Van Wassenhove) Antwerpen (B), not. 1460 – 1475 Pedro Berruguete (Paredes de Nava) Palencia (SP), 1450ca. – 1505 Duns Scoto
ipinto su tavola, 120 x 75 cm – Urbino, Galleria Nazionale delle Marche © M2ADL - Due medaglie di bronzo (raffiguranti l’emblema del Duca)
diam. cm 12 – Pesaro, Museo/Biblioteca Comunale - Bartolomeo della Gatta, Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro
olio su tavola, cm 53,5 x 40,9 – Roma, Galleria Colonna
In copertina:
Lo Studiolo del Duca. Il ritorno degli Uomini Illustri alla Corte di Urbino
(particolare cover catalogo edito da Skira)
“…quale a’ dì suoi fu lume della Italia […] tra l’altre cose sue lodevoli, nell’aspero sito di Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime […]”
Baldassarre Castiglione, all’inizio del suo Libro del Cortegiano (1528), evocando nostalgicamente gli “ottimi Signori” che governarono la “piccola città d’Urbino”, fa esplicito riferimento alla gloriosa memoria del duca Federico da Montefeltro (1422-1482): uno dei più illustri esempi di uomo del Rinascimento, un eccellente condottiero (cioè mercenario) capace di coniugare abile azione politica ed efficace propaganda culturale. In effetti Federico – immortalato sempre con il suo famoso profilo aquilino, per nascondere la mancanza di un occhio perso durante una giostra a cavallo – sarà alla costante ricerca di legittimità, dinastica e intellettuale, non inconsueta per i Signori del Rinascimento.
Tradizionalmente lo si dice figlio illegittimo di Guidantonio da Montefeltro, ma Federico con più probabilità era figlio del nobile capitano Bernardino Ubaldini della Carda e di Aura da Montefeltro, a sua volta figlia illegittima del conte Guidantonio. Questi, non essendo certo di poter contare su una linea di discendenza maschile, adottò il piccolo Federico fin dalla nascita e gli garantì la miglior educazione mandandolo a studiare presso la famosa Cà Zoiosa di Vittorino da Feltre, dove si formava l’élite dell’epoca.
Federico rese omaggio al maestro Vittorino includendolo infatti (unico laico fra quattro contemporanei: altri due sono papi e uno cardinale, il Bessarione) tra i 28 Uomini Illustri del suo Studiolo. Il fratello (e quindi non fratellastro) Ottaviano Ubaldini fu invece inviato alla raffinata corte milanese di Filippo Maria Visconti dove imparò le arti della prudenza e della dissimulazione. L’unità fra i due fratelli è emblematicamente rappresentata nel dittico scultoreo di Mercatello sul Metauro – esposto in mostra – in cui sono immortalati come campioni, rispettivamente, della vita activa o della vita contemplativa.
Morto Guidantonio e ammazzato in una congiura il figlio legittimo che era stato nominato duca all’età di sedici anni, fu Federico ad assumere la conduzione del ducato per acclamazione. Signore di un piccolo territorio come il Montefeltro, Federico dovette vedersela per un paio di decenni con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini: una lotta senza esclusione di colpi militari ma anche di calunnie reciproche e scambi di accuse verbali.
Non solo, ma la tensione tra i due crebbe ulteriormente quando Francesco Sforza, altro capitano di ventura che allora occupava le Marche e suocero di Sigismondo, preferì assoldare Federico per il controllo e la difesa dei territori occupati. Una volta divenuto anche duca di Milano, Francesco Sforza tuttavia non rinnovò l’incarico mercenario a Federico, che decise allora di servire il re di Napoli: dapprima Alfonso il Magnanimo e poi suo figlio illegittimo Ferrante d’Aragona. La guerra napoletana, dalla fine degli anni cinquanta ai primi anni sessanta del Quattrocento, impegnò Federico su vari fronti e lo portò ad allearsi con papa Pio II, unito al Montefeltro anche dall’odio per il Malatesta. Federico rimase al servizio degli Aragona per ventisette anni ininterrotti. Oltre a garantirgli guadagni cospicui e costanti, che gli consentivano spese stravaganti per la costruzione e l’arredo dei palazzi di Urbino e di Gubbio, come pure delle fortezze nel Montefeltro, questa “condotta” portò a Federico un notevole prestigio. Al culmine del successo, ebbe anche il comando della lega italica (1466), per la quale guadagnò sull’esercito veneziano di Bartolomeo Colleoni la decisiva vittoria di Molinella (23 luglio 1467), Nel 1474 Federico raggiunse l’apice del prestigio ottenendo l’agognato titolo ducale di Urbino da papa Sisto IV Della Rovere che gli concesse anche l’Ordine equestre di San Pietro. In quell’anno fu anche aggregato all’Ordine dell’Ermellino dal re Ferdinando I di Napoli e all’Ordine della Giarrettiera dal re Edoardo IV d’Inghilterra.
Il legame con Sisto IV fu decisivo e lo portò anche allo scontro con Lorenzo de Medici.
È convincente la tesi – grazie al recente ritrovamento di una lettera cifrata inviata al Pontefice – secondo la quale Federico avrebbe segretamente offerto al Papa il suo aiuto contro i Medici già in occasione della congiura dei Pazzi del 1478, ottenendo in cambio il conferimento del diritto di successione ducale in favore del figlio Guidobaldo. La prova sarebbe nel suo ritratto coevo, prestato all’esposizione della Galleria Colonna, in cui Federico indossa la collana d’oro donatagli dal papa per suggellare il patto sanguinoso. Federico però – le cui gesta sono state raccontate in versi poetici ne La vita e le gesta di Federico di Montefeltro Duca d’Urbino dal padre di Raffaello Sanzio, Giovanni Santi di cui sono esposti in mostra anche alcuni dipinti – morì nella guerra di Ferrara il 10 settembre 1482, mentre comandava l’esercito del duca di Ferrara, opposto a quello papale e veneziano. Guidobaldo aveva 10 anni.
Federico fu in vita continuo coltivatore dell’erudizione personale, per questo soprattutto con la seconda moglie Battista Sforza favorì e sostenne le arti e la cultura in generale. Alla corte di Federico operarono gli architetti Maso di Bartolomeo, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini, suo amico e confidente. Anche Piero della Francesca era intimo amico di Federico che chiamò a dipingere anche Paolo Uccello, Giusto di Gand e Pedro Berruguete. Tra i suoi protetti, anche il matematico Luca Pacioli. La famosa biblioteca di Federico, unica in quell’epoca per vastità e pregio, venne realizzata grazie all’opera del fiorentino Vespasiano da Bisticci, suo principale fornitore, e dell’urbinate Federico Veterani. L’intera biblioteca (oltre 1760 codici manoscritti, caduti in stato d’abbandono dopo la morte di Guidobaldo, figlio di Federico) venne acquistata per soli 10.000 scudi dal papa Alessandro VII Chigi nel 1657: da allora costituisce il nucleo più importante della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Dove e quando
- Fino al: – 04 July, 2015
- Sito web