Credo che nulla possa essere più astratto, più irreale, di quello che effettivamente vediamo. Sappiamo che tutto quello che riusciamo a vedere nel mondo oggettivo, come esseri umani, in realtà non esiste così come noi la vediamo e lo percepiamo.
Nessun’altra parola, se non queste dello stesso artista, possono descrivere meglio l’opera di Giorgio Morandi, esposta, in tutta la sua completa evoluzione, nella mostra Giorgio Morandi 1890-1964 presso il Complesso del Vittoriano fino al prossimo 21 giugno.

Si tratta di una mostra senza precedenti, curata da Maria Cristina Bandera, direttrice della Fondazione Roberto Longhi, che racconta in modo chiaro e sistematico l’intero percorso artistico e biografico di Morandi attraverso cento opere ad olio, a cui sono state affiancate le incisioni, i disegni e gli acquerelli.
Mai come in Morandi la vita di un artista coincise con le opere: il suo temperamento dimesso, introverso, ma allo stesso tempo stregato dalla realtà circostante e dalla intima quotidianità, si manifestò appieno nei suoi dipinti, dove gli oggetti di uso domestico, come bottiglie, vasi, lampade, pipe e fiori, diventano come le rovine dei “capricci” di Canaletto o la natura nei paesaggi di Poussin e Lorraine, cioè motivi di bellezza e contemplazione.
Le opere in mostra sono state scelte per essere presentate secondo un accostamento molto mirato– ha dichiarato la curatrice- al fine di mettere in evidenza, in una lettura inedita, ma anche in una successione meticolosa e approfondita, lo sviluppo dei temi affrontati dal maestro, così da offrire ai visitatori la possibilità di indagare il modus operandi di Morandi e di ricostruirne l’universo artistico. In quest’ottica, allo scopo di offrire una lettura attuale e aggiornata, un’attenzione particolare è rivolta a evidenziare e ad accostare tra loro opere caratterizzate dalle sottili variazioni di uno stesso tema all’interno dei diversi generi pittorici trattati dall’artista.
L’allestimento, infatti, segue il percorso artistico del pittore. Protagonisti non sono soltanto i suoi dipinti ad olio, ma anche le incisioni, arte nella quale si cimentò sin dagli inizi della sua carriera, ricevendo anche riconoscimenti importanti.
La sua primissima opera che venne pubblicata fu proprio un’incisone del 1915, per tale ragione la sezione iniziale della mostra è dedicata proprio a questa produzione: accanto alle acqueforti sono state esposte le matrici originarie in rame, raffiguranti le stesse tematiche che Morandi affrontò nei dipinti ad olio, testimonianza che questa non fu un’attività secondaria. Nel 1930, infatti, ottenne la cattedra per chiara fama di tecnica dell’Incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel 1953 il riconoscimento internazionale del Gran Premio per l’Incisione alla Biennale di San Paolo in Brasile.
Segue poi una più breve sezione dedicata ai disegni e agli acquerelli, importanti prodromi alla pittura ad olio. Esposte in questo spazio troviamo anche due acquerelli raffiguranti delle Bagnanti, chiaramente ispirate alle sperimentazioni di Cézanne e Picasso.

Successivamente troviamo le due grandi sale dedicate alla pittura ad olio che si dividono, oltre che cronologicamente, anche per soggetti, le Nature Morte e i Paesaggi.
Come dichiarato dallo stesso artista gli stessi titoli che ho scelto per queste opere sono convenzionali, come Natura morta, Fiori o Paesaggio, senza alcuna allusione alla bizzarria o a un mondo irreale. Non a caso, dopo la breve esperienza futurista, testimoniata dalla Natura Morta del Centre Pompidou, aderì nel 1918 al movimento della Metafisica, divenendone uno dei più importanti esponenti insieme a De Chirico e Sironi.

La sua personale “metafisica degli oggetti comuni”, proseguì nel corso del suo percorso artistico e divenne soggetto di diverse tecniche pittoriche, caratterizzate prima da una stesura nitida, chiara e pulita, ancora legata al perido di militanza all’interno di Valori Plastici, poi da una a tocchi più rapidi e dall’effetto sfocato, che sarà quella che caratterizzerà tutta la sua produzione fino alla fine della sua carriera. Il colore pieno e pastoso rendono ancora più mistici questi oggetti, che lui divinizzava ponendoli su un tavolo da posa, studiandone le posizione, i colori e le ombre.

La stessa sorte toccò ai paesaggi, a cui è dedicata la seconda grande sala. Sono quelli che egli vedeva dalla finestra della sua casa, che, come gli oggetti, diventano luoghi arcadici, come se la realtà assurgesse a spazi ideali, metafisici appunto.
Didascalie immagini
- Grande natura morta con la lampada a destra 1928, incisione all’acquaforte
Milano, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, Castello Sforzesco - Natura morta 1914, olio su tela
Parigi, Centre Pompidou – Musée national d’art moderne / Centre de création industrielle - Natura morta 1957, olio su tela
Siena, Pinacoteca Nazionale, Collezione Cesare Brandi - Paesaggio 1927, olio su tela
Roma, Camera dei Deputati - Paesaggio (Paesaggio con i fili della luce) 1940, olio su tela
Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi
In copertina:
Un particolare: Grande natura morta con la lampada a destra 1928, incisione all’acquaforte
Milano, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, Castello Sforzesco