Vista dall’aereo poco prima dell’atterraggio, la piccola città di Flores in Guatemala mostra la sua insolita collocazione, occupando interamente un’isoletta nel lago di Petén. Insolita ai nostri occhi, ma coerente con l’abitudine dei Maya, che edificavano le proprie città circondandole di acque. Il suggestivo nome di “Aeropuerto Flores Mundo Maya”, corrisponde in realtà a uno stanzone spoglio, ma ha il sapore di una formula magica che introduca a un mondo ignoto, alla scoperta di una dimensione tanto inaspettata quanto destinata a risultare piena di fascino e di sorprese.

Flores fu fondata come Tayasal a metà del XV secolo dagli Itzà, giunti qui dallo Yucatàn, dove avevano abbandonato la capitale Chichén Itzà; quest’ultima è oggi il sito maya più conosciuto e visitato, affollato da centinaia di bancarelle che prosperano smerciando paccottiglia di ogni genere – proliferate a dismisura in occasione dell’annunciata fine del mondo, che avrebbe dovuto verificarsi il 20 dicembre 2012. Flores rimase l’ultimo regno maya indipendente a resistere all’avanzata degli Spagnoli, finché nel 1697 Tayasal dovette soccombere: furono distrutti tutti i templi e le piramidi, fino a cancellare ogni traccia dell’antica capitale, ma la sua particolare posizione, insieme alla strada sopraelevata che la unisce alla sponda del lago, testimonia l’origine maya di Flores. Questa tipologia urbanistica è comune a tutte le civiltà mesoamericane: anche l’odierna Città del Messico, la Tenochtitlàn degli Aztechi, si trovava in origine su un’isola in mezzo a un lago, ed era collegata alla terraferma da ponti e strade sopraelevate.

Flores costituisce la porta di accesso a Tikal, la più grande e importante città maya del Guatemala, che si sviluppò a partire dal III secolo d.C., fino a raggiungere nel VI secolo una popolazione superiore ai centomila abitanti. Il periodo di massimo splendore durò per circa duecento anni, dopo di che la città visse un rapido declino, concluso nel X secolo col tramonto definitivo; i motivi dell’abbandono di Tikal non sono mai stati chiariti, ma questo evento segnò anche la fine della civiltà maya delle pianure.

Circondata dalla giungla, con i templi e le piramidi che sembrano in lotta perenne contro la vegetazione che rischia di soffocarli, emergendo dall’immenso mare verde solo con il culmine degli edifici più alti, Tikal possiede un fascino particolare, che le viene dall’impressione di provvisorietà: i suoi monumenti si rivelano all’improvviso tra gli alberi, quasi visioni effimere, come se la foresta si fosse dischiusa per un momento lasciando vedere i suoi tesori sepolti, pronta a inghiottirli di nuovo.

Quelle che appaiono come le testimonianze di un mondo morto da secoli riservano una sorpresa, la scoperta di un popolo che immaginavamo inghiottito dalla voragine del tempo: i Maya. Tutti i pannelli esplicativi collocati accanto ai monumenti di Tikal sono infatti in tre lingue: spagnolo, lingua maya e inglese; il mondo Maya è infatti una realtà viva del nostro tempo, di cui fanno parte dai 2 ai 6 milioni di persone – il numero varia in funzione dei criteri più o meno restrittivi con cui si valuta l’appartenenza a questo popolo; si stimano in circa due milioni coloro che parlano abitualmente le lingue maya – il Guatemala ne riconosce ufficialmente 22, il Messico 8 – e vivono ancora secondo le antiche tradizioni, difendendo la propria cultura.

Così, nell’altopiano del Guatemala, sulle rive dello splendido e luminoso lago di Atitlàn, che occupa il cratere di un vulcano spento – circondato da altri tre vulcani di cui uno attivo – i villaggi maya vivono con i ritmi dettati dal volgere dei giorni e delle stagioni: agricoltura, pesca e un artigianato originale e molto attivo, che nei tessuti e nelle ceramiche tramanda disegni di origine antica; blu è il colore dominante nel costume delle donne di Atitlàn, e blu sono in prevalenza le decorazioni del vasellame in ceramica prodotto qui, dalle forme interamente modellate a mano, senza l’utilizzo del tornio.

Santiago Atitlàn, la cittadina principale, nasce dalla deportazione forzata in un unico luogo della popolazione maya che viveva nei villaggi lungo il lago, imposta dagli Spagnoli nel 1547 per avere un controllo diretto su quelli che erano considerati schiavi e come tali trattati: Santiago doveva fornire ogni 15 giorni dai quattrocento ai cinquecento uomini, destinati al lavoro nelle miniere d’argento; anche dopo l’abolizione della schiavitù, la popolazione del lago fu soggetta al lavoro forzato e si cercò in ogni modo di cancellarne l’identità culturale. Non stupisce quindi il profondo attaccamento dei Maya di Atitlàn alle proprie tradizioni e alla religione degli avi; anche le Cofradias, confraternite religiose istituite dagli Spagnoli nel processo di cristianizzazione dei nativi, sono col tempo state assorbite dalla religione maya, grazie agli elementi comuni: le statue dei santi nelle chiese sono divenute oggetto del culto dedicato agli spiriti-guardiani presenti nell’affollato pantheon maya, e i membri delle Confraternite svolgono oggi il ruolo di custodi e garanti dei riti tradizionali; ogni Confraternita si prende cura delle statue dei propri santi, vestendole con abiti colorati, che spiccano vivaci nelle nicchie delle chiese.

Le ripide scale che si arrampicano sulle piramidi di Tikal, deserte e velate di muschio, erano forse un giorno animate come la gradinata che porta alla chiesa di San Tomàs a Chichicastenango: qui si brucia copàl (l’incenso tratto da una resina vegetale), si prega, si vendono fiori, in un vivace e colorato miscuglio di sacro e profano, che introduce all’atmosfera nell’interno della chiesa: i fedeli pregano inginocchiati sul pavimento e rivolti verso terra, la Madre Terra, con la quale fittamente e animatamente dialogano, usando i toni e la gestualità di chi parla con una persona di famiglia. Si accendono innumerevoli piccole candele di colori diversi – in funzione della grazia che si intende chiedere – disposte a creare disegni suggestivi quanto misteriosi, mentre si spruzzano in atto di offerta liquidi di vario genere, dal pox, un forte liquore locale, alle bibite di largo consumo. Sul fondo, l’altar maggiore troneggia in un tripudio di lumi e fiori, ma gli atti di devozione sono rivolti alla serie di grandi pietre quadrate incastonate nel pavimento della chiesa.

I vivaci colori dei tessuti e delle ceramiche esposti nel mercato di Chichicastenango, che si distende tra la chiesa di San Tomàs e quella del Calvario – anch’essa in posizione dominante in cima a una scalinata – li ritroviamo all’interno del cimitero cittadino, dove le tombe sono dipinte con toni brillanti e colori pastello. Un unico padiglione, nero di fumo, ha un aspetto inquietante: qui si celebrano esorcismi e riti di magia nera; di contro, in tutte le chiese maya del Guatemala e della regione messicana del Chiapas è presente il curandero (sciamano), guaritore di anime e corpi e capace di scacciare il malocchio, figura di grande importanza nei villaggi, la cui presenza e il supporto che fornisce ai fedeli sono stati accettati dai sacerdoti cattolici locali. Una realtà unica, nella quale cristianesimo e religione maya si sono incontrati e fusi in modo assolutamente originale, è quella del villaggio di San Juan Chamula, a 2260 metri di altezza nel cuore del Chiapas messicano: qui la comunità dei Maya Tzozil pratica una religione sincretica che unisce i culti ancestrali a un cattolicesimo sui generis, e in cui l’unico sacramento riconosciuto e amministrato è il battesimo.

La chiesa dedicata a San Giovanni Battista domina la piazza principale di San Juan Chamula con la sua semplice facciata imbiancata a calce; il portale d’ingresso è circondato da una triplice cornice verde e blu, decorata con una serie di croci maya, a forma di X con gli angoli arrotondati. All’interno non ci sono panche né altari e lungo le pareti laterali sono allineate numerose teche, che custodiscono una folla di statue di santi; il pavimento coperto con verdi frasche di pino e le travi a vista del tetto a capanna, in legno grezzo, creano l’impressione di un ambiente naturale, come se invece che all’interno di un edificio in muratura ci si trovasse in una foresta: nel verde che copre il suolo vengono create piccole radure, dove i fedeli dispongono le candele; di dimensioni e colori diversi, collocate in file regolari fino a raggiungere in qualche caso il centinaio, le candele restano accese finché il rito di preghiera viene compiuto; intanto uno sciamano, che agisce da intermediario fra i fedeli e il Divino, fornisce assistenza e pratica gli esorcismi del caso. Nell’abside, accanto alla statua del Battista, si trova una croce sulla quale al posto del Crocefisso è collocata una corona di mais: secondo il Popol Vuh (“Libro della Comunità”), raccolta di miti e leggende che viene definita la “Bibbia Maya”, l’uomo fu creato dal mais, che è sostanza divina ed elemento primordiale da cui tutto ha avuto origine. Il cerchio si chiude così in un perfetto sincretismo, nel quale i simboli del cristianesimo e della religione maya convivono e si integrano a vicenda, in un ambiente pervaso da un’intensa e profonda spiritualità da cui si rimane, comunque, toccati.

Didascalie immagini
- Città del Messico, Museo Nacional de Antropologia: Chac-Mool (“Artiglio rosso”) proveniente da Chichen Itzà (900-1250 d.C.); questo personaggio, comune alle varie culture mesoamericane, era il messaggero o intermediario fra gli uomini e le divinità,
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(© Donata Brugioni) - Chichen Itzà (Yucatàn – Messico): La Piramide di Kukulcàn (XII secolo), alta 25 metri, è in realtà un enorme calendario maya; in occasione degli equinozi si crea un gioco di ombre per il quale sembra che un enorme serpente strisci lungo la scalinata (© Donata Brugioni)
- Tikal (Guatemala): Veduta della Grande Piazza Centrale (© Donata Brugioni)
- Tikal (Guatemala): Tempio del Giaguaro (© Donata Brugioni)
- Tikal (Guatemala): Solo i templi più alti (circa 40 metri) spuntano dal grande mare verde della giungla (© Donata Brugioni)
- Panajachel (Guatemala): Il lago vulcanico di Atitlàn, circondato da altri vulcani (© Donata Brugioni)
- A pesca sul lago di Atitlàn / Tessitura a Santiago Atitlàn (© Donata Brugioni)
- Santi protettori delle Confraternite nella chiesa di Santiago Atitlàn (© Donata Brugioni)
- Chichicastenango (Guatemala): Sui gradini della chiesa di San Tomàs / Veduta del cimitero (© Donata Brugioni)
- San Juan de Chamula (Chiapas – Messico): Chiesa di San Giovanni Battista (© Donata Brugioni)
- San Juan de Chamula (Chiapas – Messico): Chiesa di San Giovanni Battista – Particolare del portale (© Donata Brugioni)
In copertina:
Città del Messico, Museo Nacional de Antropologia: Chac-Mool (“Artiglio rosso”) proveniente da Chichen Itzà (900-1250 d.C.); questo personaggio, comune alle varie culture mesoamericane, era il messaggero o intermediario fra gli uomini e le divinità, (© Donata Brugioni)