Nell’agosto 2014, la stampa britannica ha riportato la notizia del furto di tre pannelli in legno scolpito, con tre Stazioni della Via Crucis, che si trovavano nell’Italian Chapel di Lamb Holm, un’isoletta nell’arcipelago delle Orcadi, a nord della Scozia. Un gesto spregevole, non tanto per il valore commerciale dei pezzi trafugati, ma perché l’Italian Chapel rimane, a 70 anni dalla sua costruzione, il simbolo di quanto il concetto di “nemici” o “alleati” possa essere un’astrazione di comodo, spesso imposta da poteri estranei al vissuto quotidiano e al sentire comune, e di come nelle grandi tragedie della storia, la solidarietà umana possa illuminare i periodi più oscuri.

Correva l’anno 1942 e un gruppo di oltre 500 militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi in Nord Africa veniva trasferito con un viaggio di migliaia di chilometri alle isole Orcadi, estrema propaggine settentrionale del Regno Unito, di fronte alle coste della Norvegia – una posizione chiave fra il mare del Nord e l’accesso al Baltico. I prigionieri erano destinati a portare avanti la costruzione delle cosiddette “Barriere Churchill”, una serie di sbarramenti fra un’isola e l’altra, progettati per impedire l’ingresso dei sommergibili tedeschi nella baia di Scapa Flow, dove aveva sede un’importante base navale britannica: qui, infatti, un sommergibile tedesco era penetrato nel 1939 e aveva affondato la corazzata Royal Oak, che giace ancora nelle acque della baia con oltre ottocento uomini del suo equipaggio.

Alloggiati in una dozzina di baracche sull’isoletta disabitata di Lamb Holm, i prigionieri italiani del “Campo 60” iniziarono a rendere più ospitale la piatta distesa battuta dai venti e velata dagli improvvisi banchi di nebbia che si levano dal mare, creando vialetti in cemento e piantando fiori. Il materiale da costruzione non mancava, e questo permise all’intraprendenza dei prigionieri – tra i quali si trovavano carpentieri, falegnami, elettricisti e anche un fabbro – di allestire un teatrino e adibire una delle baracche a circolo ricreativo, dotato anche di un tavolo da biliardo costruito interamente in cemento. Al centro del campo fu eretta una statua equestre di San Giorgio che uccide il drago, realizzata con filo spinato e cemento da Domenico Chiocchetti, pittore e scultore originario di Moena, in Trentino. Nel basamento della statua fu murato un barattolo contenente una pergamena con i nomi di tutti i prigionieri e alcune monete italiane; qualunque fosse il significato simbolico che i prigionieri intendevano dare all’immagine del guerriero che sconfigge il male, la scelta del soggetto appariva inattaccabile, figurando come omaggio al santo patrono dell’Inghilterra.

Dopo ripetute richieste da parte dei prigionieri e del loro cappellano, nel 1943 il Comandante del Campo dette il suo consenso alla creazione di una cappella, realizzata unendo due delle baracche. Giorno dopo giorno, l’anonimo volume semicilindrico in lamiera ondulata si trasformava in qualcosa di completamente nuovo, dando vita a una chiesetta dalla facciata in stile neogotico, coronata da un frontone triangolare affiancato da due piccole guglie.
Con inesauribile inventiva, i prigionieri italiani fornirono uno straordinario esempio di “arte di arrangiarsi”: il materiale recuperato in uno dei numerosi relitti che giacevano sui bassi fondali dell’isola, legno e ferro, veniva utilizzato per il tabernacolo e i candelabri dell’altare; impensabile, a prima vista, che la leggerezza e la grazia armoniosa delle lampade appese al soffitto siano il risultato del riciclo delle scatolette di latta che contenevano le razioni di carne, spianate e pazientemente ritagliate a formare arabeschi e stelline. Nelle abili mani di Giuseppe Palumbi, esperto di arte fabbrile, prendeva forma un’elaborata cancellata di ferro battuto, destinata a separare il presbiterio dalla navata: e se questi termini appaiono troppo altisonanti per un’opera realizzata a partire da una baracca di lamiera ondulata, decorata con materiali di recupero, poveri e approssimativi, è lo spirito che animava l’impresa e coloro che vi contribuirono a rendere appropriata una terminologia destinata alle grandi chiese e cattedrali.

Chiocchetti, ideatore e cuore dell’impresa, portava avanti la decorazione pittorica: sulla volta furono rappresentati i simboli dei quattro Evangelisti e più in basso due Cherubini e due Serafini; al centro del soffitto spicca la Colomba, simbolo dello Spirito Santo, mentre sopra l’altare Chiocchetti dipinse la Madonna della Pace, ispirandosi a una immaginetta che aveva portato con sé, nella quale era effigiata la Madonna dell’Ulivo del pittore genovese Nicolò Barabino (1832 – 1891): il Bambino tiene in mano un ramoscello d’ulivo e la figura di Maria è circondata da un cartiglio retto da Cherubini, con la scritta “REGINA PACIS ORA PRO NOBIS”.

Nel 1945, quando alla fine della guerra i prigionieri furono rimpatriati in Italia, Chiocchetti si trattenne ancora sull’isola qualche settimana per completare l’acquasantiera, alla quale stava lavorando: di forma esagonale, sostenuta da una colonnina tortile, e decorata lungo il bordo con testine di Cherubini in rilievo, anche l’acquasantiera – come la maggior parte della chiesetta e delle sue decorazioni – fu realizzata con il cemento destinato in origine alla costruzione delle barriere antisommergibile.

Il campo dei prigionieri italiani venne smantellato, ma la cappella e la statua di San Giorgio rimasero, e furono “adottati” dagli abitanti delle Orcadi: nel 1958 fu fondato un Comitato locale per la conservazione dell’Italian Chapel, e due anni dopo, grazie al supporto della BBC, il Comitato riuscì a rintracciare Chiocchetti a Moena e lo invitò a Lamb Holm perché procedesse al restauro della parte pittorica; nelle tre settimane del suo soggiorno sull’isola e sotto la sua supervisione, vennero effettuati anche vari lavori di ripristino all’interno e all’esterno, indispensabili per la precarietà dei materiali utilizzati nella realizzazione della cappella. Alla sua partenza, Chiocchetti scrisse una lettera di ringraziamento alla popolazione locale, che si era impegnata per quindici anni a conservare e curare amorevolmente la sua creatura: «La Cappella è vostra, a voi amarla e conservarla. Io porto con me in Italia il ricordo della vostra gentilezza e della vostra squisita ospitalità. Me ne ricorderò sempre e i miei figli impareranno da me ad amarvi ».

Nel 1992, otto fra gli ex prigionieri tornarono a Lamb Holm nel cinquantenario del loro internamento presso il “Campo 60”; uno di loro, Bruno Volpi, promotore della celebrazione, testimoniò le ragioni profonde dell’iniziativa alla quale si erano dedicati con tanta passione: «Gli uomini non possono venire giudicati dalle loro precarie situazioni. La cultura, lo spirito e la volontà di esprimere se stessi in pensieri e fatti creativi sono più forti di qualunque limitazione alla libertà. Questo è lo spirito che dette vita alle opere d’arte di Lambholm».

Ogni anno, oltre centomila visitatori raggiungono la piatta distesa erbosa dove l’Italian Chapel sorge solitaria sullo sfondo del mare del Nord. E come ogni storia di Natale che si rispetti, anche questa merita un lieto fine: i tre pannelli della Via Crucis asportati dalla cappella nell’agosto scorso – che Chiocchetti aveva portato da Moena quando era tornato nuovamente a Lamb Holm nel 1964 – sono stati da poco sostituiti con altri, realizzati anch’essi a Moena sul modello dei precedenti e offerti in dono dalla figlia di Chiocchetti, Letizia. Il giornalista Philip Paris, che ha dato un notevole contributo alla conoscenza della storia della cappella con il volume Orkney’s Italian Chapel: The True Story of an Icon, si è assunto il compito di portare personalmente i pannelli dall’Italia a Lamb Holm, perché fossero collocati accanto agli altri, ultimo della lunga schiera di uomini di buona volontà che hanno tramandato fino a noi l’Italian Chapel e la sua storia.
Didascalie immagini
- Le Orcadi sono abitate da tempo immemorabile: numerose le testimonianze di epoca neolitica, come il villaggio fortificato di Skara Brae (III millennio a.C.) e il Ring of Brodgar metà del III millennio a.C.), un cerchio di pietre analogo a quello di S
- Veduta della baia di Scapa Flow
- Veduta dell’Italian Chapel di Lamb Holm. Il Crocefisso in legno a sinistra dell’edificio fu donato dal Comune di Moena nel 1961
- La statua di San Giorgio che uccide il drago (filo spinato ricoperto di cemento), opera di Domenico Chiocchetti
- Interno della chiesetta, con la transenna in ferro battuto realizzata da Giuseppe Palumbi
- L’altare con la Madonna dell’Ulivo (da un’opera di Nicolò Barabino); a sinistra una delle lampade realizzate riciclando le scatolette di latta. Le tende in tessuto damascato che chiudono l’accesso alla sacrestia furono acquistate a Exeter con il fond
- Il soffitto, con eleganti decorazioni trompe-l’oeil in stile gotico fiorito
- L’acquasantiera; le pareti sullo sfondo sono decorate con architetture di stile goticheggiante, analoghe a quelle del soffitto
In copertina:
Veduta dell’arcipelago delle Orcadi, particolare
(© Donata Brugioni)