Paolo Caliari, meglio noto come il Veronese, la cui arte in questi giorni può ammaliarvi andando a fare un giro nella zona fra Padova e la Marca trevigiana (come vi ha già raccontato Elena Vannoni il 1° Agosto scorso), è il pittore che più di altri è riuscito ad imprigionare la luce veneta nei suoi colori; una luce tersa, abbagliante, che ha reso ogni sua opera ricca ed elegante al di là del soggetto trattato.  Molte sono state le esposizioni degli ultimi anni dedicate a questo grande artista del Cinquecento, eppure spesso lo troviamo relegato al terzo posto dopo Tiziano e Tintoretto, colpevole di un supposto eccesso di ricchezza di dettagli, spesso considerata prova di leggerezza e puro decorativismo. La sua arte limpida e serena è invece riuscita ad infondere sia ai temi religiosi che a quelli politici una profonda ma delicata poesia, tanto da divenire uno dei più amati artisti dell’ordine benedettino della città di Padova così come per la politica della Serenissima.
1-paolo veronese-giustizia-villa soranza-particolare
Figlio di un lavoratore di pietre, nasce nel 1528 a Verona, secondo un documento conservato nella sua città natale e datato 1529, che lo ricorda come nato già da un anno. Un altro documento del 1541 racconta che il giovane Paolo è discepolo dell’artista Antonio Badile (Verona 1518 circa – 1560), un allievo del Torbido e del Caroto, la cui figlia Elena diventerà poi  la sposa del Veronese nel 1566. L’arte del Veronese appare da subito influenzata dallo stile del Parmigianino, conosciuto soprattutto attraverso le incisioni; è evidente poi la riflessione che il Caliari deve aver fatto precocemente sull’arte di Giulio Romano, sulla forza decorativa dei soffitti affrescati che potrebbe aver potuto vedere direttamente a Mantova. Sono, però, questi gli anni del grande Tiziano, ancora attivo quando il Veronese si trasferisce a Venezia: insieme all’arte di Tintoretto sarà proprio il Cadorino ad essere costantemente la principale forza ispiratrice del Veronese. Dalla sua città natale, dove comincia già dal 1548 con la Pala Bevilacqua per la chiesa di San Fermo Maggiore, si sposta nel territorio della Marca Trevigiana e poi a Padova, dove il suo linguaggio raffinato porterà un rinnovamento nel panorama artistico locale che era rimasto ancorato all’arte del Quattrocento.
Nel 1551 Paolo è protagonista di questo rinnovamento a cominciare dalle ville intorno a Castelfranco Veneto. E’ a dipingere a Treville, un piccolo borgo vicino Castelfranco, nella villa Soranza, insieme a Giovan Battista Zelotti. La villa purtroppo è andata distrutta nel 1817; di proprietà del patrizio veneziano Pietro Soranzo, viene progettata dall’architetto veronese Sanmicheli (come riportato da Giorgio Vasari), che appalterà al Veronese l’apparato decorativo.
2-paolo veronese-religione e fede
Poco prima della demolizione, il conte Filippo Balbi, proprietario di un’altra villa nei pressi, strappò gli affreschi che, secondo le fonti, risulteranno essere divisi in 108 pezzi, riportati su tela, “col metodo di levar il solo colore dal dipinto e niente dell’intonaco” (fonte il Giornale dell’Italiana Letteratura, settembre-ottobre 1818). Putti, virtù in sembianza di donne assise fra architetture dipinte, un soffitto raffigurante Il Tempo e La Fama, figure allegoriche femminili di varia natura: pochi sono i pezzi che oggi sono riconosciuti provenienti dalla villa, dislocati fra Venezia, Castelfranco Veneto, Vicenza, Londra, Budapest e Narbonne, e che rendono arduo, se non impossibile, ricostruire la decorazione originale. La fama degli affreschi lanciò comunque il Veronese, che fu chiamato dal Cardinale Ercole Gonzaga a dipingere una pala per il duomo di Mantova con la Tentazione di Sant’Antonino, oggi a Caen, completata nel 1553, lo stesso anno nel quale iniziò a lavorare anche all’interno del Palazzo Ducale di Venezia. 
Il soffitto della sala del Consiglio dei Dieci, suprema magistratura dello Stato veneziano, realizzato insieme a Gian Battista Ponchino, pittore veronese capo-commessa, e al compagno di avventura della Soranza G.B. Zelotti, vede il debutto di Paolo Veronese sulla scena lagunare: tre tele delle nove attualmente presenti sono ascrivibili a lui. L’ovale centrale con Giove che fulmina i vizi fu ugualmente realizzato dal pittore, ma, trafugato dai soldati di Napoleone Bonaparte, oggi è esposto al museo del Louvre; lo stesso destino è toccato al  San Marco che incorona le virtù teologali della adiacente Sala della Bussola, capolavoro del Caliari datato 1554; l’esaltazione del buon governo veneziano è reso con scorci arditi, vesti cangianti, epidermidi diafane, esaltate dal cielo azzurro arredato di nuvole soffici e candide.
3-paolo veronese-aracne ovvero la dialettica
Paolo Veronese continuò a lavorare nel Palazzo Ducale saltuariamente per diversi periodi, così come nella vicina chiesa di San Sebastiano: il suo trasferimento a Venezia, dove passò tutta la sua vita, non gli impedì di continuare a lavorare fra Padova, Verona e altre città venete per le commissioni dei grandi patrizi veneziani che avevano sulla terraferma sempre più un saldo patrimonio immobiliare.  Ma è Venezia che rende sempre più acclamato Paolo Caliari.
Nel 1556-57 lo troviamo occupato a dipingere, insieme a Tiziano, Tintoretto ed altri artisti, il soffitto della libreria Marciana, architettura realizzata da Jacopo Sansovino nel 1537 e completata solo nel 1588 da Vincenzo Scamozzi: i suoi tre tondi con l’Onore, l’Aritmetica e Geometria, e la Musica, sono un vero e proprio manifesto della pittura manierista a Venezia, e saranno da subito i più ammirati dell’intero ciclo decorativo. Il Veronese diviene l’artista perfetto per la celebrazione, attraverso le immagini, della potenza della Repubblica di Venezia, dove l’autocelebrazione di Stato diventa un mezzo fondamentale per promuoversi ed per ottenere una rispettabilità degna degli altri Stati sovrani. Rappresentazioni simboliche e allegoriche diventeranno pane quotidiano per il Caliari, che dal 1576 dipingerà i teleri del soffitto della Sala del Collegio, realizzata dal Palladio dopo l’incendio del 1574, dove si riunivano i Savi ma, soprattutto, si ricevevano gli ambasciatori. Il messaggio doveva essere esplicito ed  il trionfo della battaglia di Lepanto sui Turchi, avvenuta nel 1571, introduce nuove forme iconografiche: qui Venezia diviene la paladina di Cristo e quindi è lei che può rappresentarsi come munifica dispensatrice di concessioni, perennemente esaltata nella sua sovranità. Veronese, che vi lavora a partire dal 1576, riesce a rendere espliciti i contenuti allegorici senza appesantire la composizione.
4-paolo veronese-venezia fra la giustizia e la pace
Marcantonio Barbaro, fratello di Daniele Barbaro, intellettuale e artista dilettante, dovrebbe essere stata la mente che ha inventato il ciclo decorativo per illustrare la “grandezza e stato pacifico e quiete di Vinegia”.  Il soffitto della sala è composto da 8 pannelli laterali con raffigurazioni di virtù proprie di un buon governo, intervallate da monocromi con scene tratte dall’antichità. Le tre allegorie centrali poste sull’asse mediano, celebrano il dominio temporale, la devozione spirituale e la libera sovranità della Repubblica. Gli 8 scomparti laterali rappresentano le Virtù, necessarie per instaurare un buon governo, mentre i monocromi rappresentano exempla di virtù desunti da scene antiche. La prima allegoria, personificazione della robur imperii è composta da Marte e Nettuno, simboli classici per simboleggiare lo Stato di terra e lo Stato di mare, chiara descrizione dei possedimenti sulla terraferma veneta e quelli sulle isole e le coste che la Serenissima aveva. Poi c’è l’ovale con la Religione e il Sacrificio, dove un sacerdote sta compiendo un rito insieme a vari offerenti mentre su una nuvola una donna genuflessa con capo velato, ovvero la Fede, solleva un calice da messa. La devozione è alla base della Repubblica cristiana che agisce sempre in nome e a difesa della fede, ma è anche vista come affare di Stato e rientra nelle competenze di un governo che ha il diritto di amministrare anche la politica ecclesiastica all’interno dei suoi domini, senza essere sottomessa a Roma e al papato.
5-paolo veronese-marte e nettuno
La terza allegoria ci presenta alla fine Venezia come giovane e bella signora, assisa sul trono e vestita con i classici simboli della regalità, ovvero il manto d’ermellino, la corona, lo scettro con una croce sulla sommità; viene omaggiata dalla Pace, con ramo d’ulivo e dalla Giustizia con spada e bilancia. Nella Sala del Collegio il Veronese realizza uno dei quadri votivi che i dogi erano obbligati a commissionare: Sebastiano Venier, il vincitore di Lepanto, è ritratto sulla parete di fondo della sala, sopra agli scranni dei Savi e dello stesso Doge. Venezia, col corno ducale in mano, insieme a San Marco, fanno da intercessori presso il Salvator Mundi per il doge, che è accompagnato da Santa Giustina, la santa del giorno della battaglia di Lepanto, e dalla personificazione della Fede, che offre il calice eucaristico a Cristo. Sullo sfondo a sinistra appare la battaglia, per sottolineare il valore salvifico della vittoria contro gli infedeli.
La Fede, vero motore della battaglia e ideale dell’azione politica della Serenissima, è posta da Veronese di spalle, candida nelle vesti bianche di broccato. Il Venier, in armatura, è il soldato cristiano che si rivolge con genuflessione alla Fede quale guida per le sue azioni: con una composizione di grande equilibrio, Veronese risponde in pittura alle critiche che la pace con i turchi aveva generato, sottolineando invece che la fede ha ispirato ogni azione del Doge, e quindi, della Repubblica. Le giovani, bionde donne che popolano le allegorie, dove si confondono temi religiosi con soggetti mitologici, sono fra le più belle, eleganti e sensuali raffigurazioni che il Veronese ci ha lasciato. L’apoteosi celebrativa verrà raggiunta da Veronese nel 1579-82, dove nella Sala del Maggior Consiglio dipingerà l’enorme ovale con il trionfo della Pax Veneta. Lungo più di nove metri sull’asse maggiore e circa sei su quello minore, sarà l’ultima grande tela allegorica dipinta dal Caliari, che sceglie di rappresentare una personificazione di Venezia circondata dalle dee dell’Olimpo e incoronata da una Vittoria alata.
6-paolo veronese-ritratto votivo del doge sebastiano venier
La composizione allegorica celebra in modo trionfale le imprese vittoriose dei veneziani. La Serenissima è una vera regina, salutata come pacificatrice dei popoli, garante di libertà e portatrice di felicità ed abbondanza. Fra due torri merlate, simboli di stabilità ed inviolabilità, omaggiata con l’alloro ed insignita di una corona, è portata in alto sopra un nimbo e vola sopra i nobili patrizi veneziani che si affacciano da una balaustra in ardito scorcio prospettico, decorata dallo stemma del Doge Nicolò da Ponte. In basso il popolo è tenuto a bada da soldati a cavallo e alabardieri, mentre i cani  ringhiano verso i Turchi che tentano di farsi avanti tra la folla ma, grazie alle armi, la difesa della fede è compiuta. Lo scenario è teatrale, composto da colonne tortili, logge aeree, trabeazioni classiche e balaustre scorciate che donano dinamicità a tutta la composizione. Il cielo cobalto che fa da sfondo illumina ogni dettaglio ed esalta la ricchezza materica delle vesti, dei marmi, dei morbidi incarnati.
Il disegno allegorico che fa di Venezia la città eletta e che alza al rango di beati pronti per il Paradiso i suoi integerrimi governanti è compiuto: gli elementi iconografici sono stati tutti ricomposti per rappresentare l’ideale avvento della Repubblica elevata a modello realizzato di regno della cristianità e poter così guadagnare il giusto posto tra i potenti della terra.
7-paolo veronese-apoteosi di venezia
E’ però nella chiesa di San Sebastiano in Dorsoduro che Veronese lascerà la sua maggiore impresa, a cominciare dal 1555, firmando il contratto il giorno 1 di dicembre di quell’anno per il soffitto affrescato della sacrestia della chiesa, su commissione del prelato Bernardo Torlioni; gli ultimi pagamenti risultano datati al 1570. Aiutato da suo fratello Benedetto e forse dal Fasolo, con tre scomparti su tela che rappresentano la storia di Ester al centro del soffitto della navata principale, la chiesa diviene per l’epoca la più sontuosa mai realizzata: una composizione religiosa ma in chiave profana che viene conclusa già nel 1556. Molte delle altre pitture che realizzerà nella chiesa sono andate perdute, come l’Assunta del presbiterio o il San Sebastiano davanti all’imperatore Diocleziano che era in una parete laterale Quest’ultimo era già in pessime condizioni a pochi anni dalla sua realizzazione e lo stesso Veronese lo coprirà con una tela dipinta con il medesimo soggetto. I restauri del 1960 hanno messo in luce che la tecnica utilizzata dall’artista non è sempre stata quella del buon fresco, visto che i pennacchi tra gli archi della navata sono stati dipinti a tempera. Gli ultimi pagamenti documentati del 1565-70 sono probabilmente relativi alle tele delle pareti laterali del presbiterio con i Santi Marco e Marcellino esortati da San Sebastiano e il Martirio di San Sebastiano, oltre alla tela per il refettorio con il grande Banchetto, ora conservata nel museo di Brera. Il ciclo che Veronese realizzò nella chiesa di San Sebastiano è assolutamente paragonabile a quello che qualche anno dopo creò il Tintoretto per la scuola di San Rocco, tanto più che Paolo, appena venticinquenne,  era ben più giovane del maestro Robusti. Inoltre gli affreschi sono di grande importanza per la conoscenza del frescante Veronese, considerando che molte decorazioni parietali realizzate dal Caliari sono andate distrutte.
8-paolo veronese-martirio di san sebastiano-particolare
Le tre tele centrali del soffitto della navata che raffigurano il Ripudio di Vasti, Ester incoronata da Assuero eil Trionfo di Mardocheo, scene veterotestamentarie tratte dal Libro di Ester, sono state restaurate nel 2010, restituendo  a questi straordinari dipinti la loro eccezionale qualità cromatica, luministica e compositiva. Fonti luminose quasi barocche ed accorgimenti prospettici arditi  per poter avere la giusta visione a dodici metri di distanza: il pittore crea le sue opere con pennellate veloci e libere, esaltate dalla tavolozza ricca e squillante. L’arte del Veronese è già matura, innovativa ed anche perfettamente accordata all’esaltazione dell’ortodossia in chiave controriformista, come richiesto dal suo committente. L’ordine dei Gerolimini lo richiede per poter celebrare il trionfo della fede cattolica sull’eresia luterana, in pieno Concilio di Trento. La tematica mariana diviene il fulcro della decorazione ed Ester appare come una prefigurazione di Maria, per poi continuare con le raffigurazioni del martirio del santo  titolare della chiesa nelle pareti laterali.  Il linguaggio di Paolo Veronese riesce a creare unità scenografica fra le varie parti, grazie all’interazione fra i vari scomparti e l’illusionismo delle scene dipinte; in questo modo ottiene spazi unitari aldilà della soffittatura a riquadri e incredibili legami ottici fra il portico a colonne e il soffitto. La luce dilata gli spazi in ogni scena e le figure vengono inclinate grazie a  luci ed ombre colorate. In questo modo l’uso dello spazio prospettico assume anche valenza architettonica come nel dialogo fra due opposti affreschi: l’arciere scaglia una freccia attraverso il vano della chiesa arrivando dalla parte opposta a colpire il San Sebastiano. I colori, così diversi da quelli fino ad allora visti in Laguna, sono stesi a campiture larghe, nette, cangianti o smorzate, per esaltare sempre la purezza del tono e raggiungere  così un luminoso cromatismo.

Didascalie immagini

  1. Paolo Caliari detto il Veronese, La Giustizia, particolare,
    affresco trasportato su tela, da Villa Soranza, Castelfranco Veneto, duomo
  2. Paolo Caliari detto il Veronese, La Religione e la Fede,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio
  3. Paolo Caliari detto il Veronese, Aracne ovvero la Dialettica,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio
  4. Paolo Caliari detto il Veronese, Venezia fra la Giustizia e la Pace,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio
  5. Paolo Caliari detto il Veronese, Marte e Nettuno,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio
  6. Paolo Caliari detto il Veronese, Ritratto votivo del Doge Sebastiano Venier,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio
  7. Paolo Caliari detto il Veronese, Apoteosi di Venezia o Pax Veneta,
    Palazzo ducale di Venezia, sala del Maggior Consiglio
  8. Paolo Caliari detto il Veronese, Martirio di San Sebastiano,
    affresco, particolare, Venezia, chiesa di San Sebastiano

In copertina:
Paolo Caliari detto il Veronese, Ritratto votivo del Doge Sebastiano Venier, particolare
Palazzo ducale di Venezia, sala del Collegio

MOSTRE IN CORSO

  • Veronese e Padova
    L’artista, la committenza e la sua fortuna

    Padova, Museo Civico agli Eremitani

    fino all’11 gennaio 2015
     
  • Villa Soranzo. Una storia dimenticata.
    Castelfranco Veneto (TV), Museo Casa Giorgione

    fino all’11 Gennaio 2015

ITINERARIO

  • Il Trionfo della decorazione in Villa 
    Maser (TV), Villa di Maser
    Fanzolo di Vedelago (TV), Villa Emo
    Sant’Andrea Oltre il Museon di Castelfranco Veneto (TV), Villa Corner Chiminelli

    fino all’11 Geannaio 2015