Nell’Iliade, Omero mette in bocca ai greci Dolone e Nestore l’ammirato e incredulo stupore destato dai magnifici cavalli bianchi di Reso, signore dei Traci accorsi in aiuto dei Troiani assediati, e dalla ricchezza del carro che Reso guida vestito di un’armatura d’oro; così i versi omerici, resi nella roboante e immaginifica versione settecentesca di Annibal Caro: “Han duce Reso, il figlio/ d’Eïonèo, e a lui vid’io destrieri/ di gran corpo ammirandi e di bellezza,/ una neve in candor, nel corso un vento./ Monta un cocchio costui tutto commesso/ d’oro e d’argento, e smisurata e d’oro/ (maraviglia a vedersi!) è l’armatura, /di mortale non già ma di celeste/ petto sol degna.”
(Omero, Iliade, X libro, 542-50)

Quattro bellissimi cavalli, trattenuti per le briglie da uno stalliere che frena a stento l’irrequieta ed elegante potenza dei purosangue, costituiscono il punto centrale del corteo funebre raffigurato sulla volta della tomba reale di Kazanlak – nel cuore della Bulgaria – collocata su un’altura che domina la città e ricoperta da un grande tumulo. Databile intorno al IV secolo a.C. e destinata a uno dei sovrani di Tracia (regione che comprendeva l’estremità sudorientale della penisola balcanica), la sepoltura è costituita da uno stretto corridoio e da una camera circolare, affrescati con la scena di un corteo funebre, composto da una teoria di personaggi che recano doni alla coppia regale: i due sposi, seduti su troni vicini, si tengono per i polsi, intrecciandoli in un gesto di tenera intimità. Per preservare quello che costituisce uno tra gli esempi più significativi e ben conservati di pittura ellenistica, è stata creata per i visitatori una riproduzione fedele della tomba e della sua decorazione, mentre la tomba originale è oggi accessibile solo agli studiosi.

La fama della maestria dei Traci nella lavorazione dei metalli preziosi, tenuta in grande considerazione già in epoca omerica, ha trovato conferma negli straordinari tesori che la terra di Tracia ha svelato nei secoli; scoperte, spesso fortuite, di interi corredi in oro si sono susseguite anche in tempi recenti, fino a quella nella necropoli reale di Sveshtari, nel nord della Bulgaria: qui, nel 2012 è stato trovato un cofanetto con oggetti d’oro di raffinatissima fattura, realizzati alla fine del IV secolo a.C.; ma la lavorazione dell’oro nell’antica Tracia ha una tradizione che risale a tempi remoti: alcune tombe della necropoli di Varna, sul Mar Nero, custodivano oggetti e gioielli che risalgono addirittura al V millennio a.C., e alla luce delle conoscenze attuali si tratta dei più antichi manufatti in oro esistenti al mondo.

I ricchissimi corredi che risplendono nelle vetrine dei musei bulgari, da Sofia a Varna, da Plovdiv a Veliko Tarnovo, composti da vasellame e gioielli in oro e argento, mostrano straordinaria fantasia e abilità nell’invenzione e lavorazione dei soggetti più disparati, e rappresentano un fenomeno unico tra i corredi funerari dell’antichità per ricchezza e raffinatezza nella lavorazione. Non stupisce, del resto, la profusione di oro che li caratterizza: le miniere dei monti Rodopi sono ancora oggi in attività dopo millenni di sfruttamento, e la Bulgaria occupa il secondo posto in Europa per la produzione di oro, dopo la Svezia.

Gli oggetti dalla fattura più raffinata appartengono al periodo dal V secolo a.C. al II d.C., e risentono fortemente degli influssi e della cultura greco-ellenistica: straordinari alcuni pezzi di vasellame nei quali l’accostamento dei due metalli di diverso colore, oro e argento, è utilizzato in modo da imitare la decorazione dei vasi figurati propri della ceramica attica, mentre è una presenza frequente quella del rhyton, un contenitore rituale modellato in forma di testa di cervo o altro animale e diffuso nella cultura greca, che gli artigiani di Tracia realizzavano in oro o argento anziché in ceramica.

I Romani lasciarono sul territorio grandiose testimonianze di un’epoca di prosperità; l’odierna Plovdiv, una città che ha cambiato più volte nei millenni padroni e nomi – nata come capitale del regno dei Traci odrisi, fu ribattezzata Filippopoli dopo la conquista macedone (IV secolo a.C.) – con l’arrivo dei Romani, all’epoca di Traiano si arricchì di nuovi e imponenti edifici: il teatro – ancora oggi ben conservato e utilizzato per spettacoli – il foro con l’odeon e il grandioso stadio, racchiuso da monumentali gradinate di marmo bianco; Marco Aurelio dette alla città il nome di Trimontium e ne fece la capitale della Tracia romana, che giungeva fino al Danubio.

Conquistata nella seconda metà del Trecento dagli Ottomani, che la chiamarono Filibè, la città divenne il cuore di commerci che si spingevano in tutto l’impero e anche oltre. La ricchezza delle grandi famiglie di mercanti locali ha lasciato nell’antico centro di Plovdiv, arrampicato sulla collina alla quale è addossato il teatro romano, un gran numero di lussuose dimore costruite nel corso del XIX secolo, testimonianze dell’epoca di benessere e vitalità che è stata definita la “Rinascenza” bulgara: in questi edifici la tipologia classica della casa ottomana – basamento in pietra e piani aggettanti con decorazioni a intaglio in legno – appare liberamente interpretata, in una versione più fastosa e riccamente decorata; sulle facciate dipinte con colori intensi risaltano le cornici bianche che circondano le finestre, ampie e numerose, mentre gli interni si sviluppano attorno a un grande salone centrale dal soffitto di legno intagliato, e le pareti delle stanze sono rivestite da armadi e scaffali in legno di pregevole fattura.

Vivace e cosmopolita, nell’Ottocento la città di Plovdiv era un punto di riferimento per artisti e letterati che intraprendevano il Voyage en Orient: così il poeta francese Alphonse de Lamartine intitolò il diario del suo lungo vagabondare attraverso l’impero Ottomano, conclusosi nel 1833 con il soggiorno nella casa di un ricco mercante di Plovdiv, dove oggi ha sede l’Unione degli scrittori bulgari. Ma se gli scambi commerciali sono da sempre alla base di una solida e durevole ricchezza in molti luoghi al mondo, il benessere della regione di Plovdiv ha un’insolita protagonista, dalla fragile e profumata bellezza, la rosa damascena, introdotta in Bulgaria dagli Ottomani, e originaria della Persia, dove grandi poeti come Hafez (Shiraz, 1315-1390) ne avevano fatto il simbolo dell’amore: “Oh rosa, / ti ho cercata / tra tutte le rose, / ma non ti ho trovata. / Ho sofferto, ho pianto, ho gridato, / girovagato da una terra a un’altra / nell’immensità. / Alla fine ti ho trovata / quieta, addormentata / nel mio cuore”. I fiori di questa antica varietà di rosa, color fucsia e dall’intenso profumo, vengono da secoli coltivati per la produzione di olio essenziale e acqua di rose in quell’area della Bulgaria posta tra due catene di monti che ha preso il nome di “Valle delle rose” e ha come centri principali Kazanlak e Plovdiv; la Bulgaria è tuttora il maggiore produttore al mondo di essenza di rose e il periodo della raccolta, nei mesi di maggio e giugno, quando tutta la valle si colora di mille sfumature di rosa, viene celebrato con il “Festival delle rose” di Kazanlak.

Dopo la fine del dominio ottomano, quando negli anni Settanta dell’Ottocento il paese riuscì con una dura lotta a riconquistare la propria libertà, si dette inizio alla costruzione della nuova e grandiosa cattedrale di Sofia, mentre i monasteri più importanti – Bachkovo, Rila – venivano ampliati e arricchiti di affreschi, caratterizzati dal particolare linguaggio figurativo che si era sviluppato in Bulgaria tra il XVI e il XIX secolo. La nascita della scuola di pittura bulgara, che si deve in origine ai maestri bizantini attivi nella regione a partire dal VI secolo, ha lasciato testimonianze di altissimo livello soprattutto nel periodo fra la fine dell’XI secolo – con gli affreschi della Cappella della Trinità nel Monastero di Bachkovo – e la prima metà del Quattrocento, quando già sotto il dominio ottomano venne realizzata la decorazione della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Veliko Tarnovo.

In epoca ottomana, la scuola di pittura religiosa locale rimase isolata e sviluppò un linguaggio a carattere “vernacolare” e popolaresco: lo stile naturalistico, che contraddistingue i cicli pittorici bulgari dal XVI secolo in poi, si esprime spesso in episodi di grande vivacità, ricchi di connotazioni realistiche; così, le storie della Vita di Cristo narrate sulle pareti della chiesa di Santo Stefano a Nessebar (1599), sono caratterizzate da alcuni dettagli – anche curiosi – tratti dalla vita quotidiana: nella “Pesca miracolosa” San Pietro si avvicina nuotando a Gesù benedicente, mentre il fuoco arde già sotto la gratella posta sulla riva del lago, pronta ad accogliere il frutto dell’evento miracoloso; appare fuori da ogni tradizione iconografica la scena del “Battesimo di Cristo”, dove una foca sguazza ai piedi di Gesù, per niente intimidita dalla solennità del momento – la foca monaca è del resto ancora oggi presente nelle acque del Mar Nero, e il pittore ha disinvoltamente trasportato la scena sacra dal fiume Giordano alle sponde del mare di casa.

La fantasiosa interpretazione di eventi sacri caratterizzò a lungo la pittura murale in Bulgaria, che si esprimeva in un linguaggio libero dagli stilemi rigidamente codificati, propri delle icone: ancora nella prima metà dell’Ottocento, ha un sapore naïf e quasi fiabesco il “Giudizio Universale” dipinto nel monastero di Bachkovo da Zahari Zograf, maggiore rappresentante della Rinascenza bulgara in pittura; tra le numerose scene in cui si articola la grande rappresentazione, appare insolita quella in cui un’anima sottoposta a giudizio attende con ansia l’esito della pesatura delle buone e cattive azioni commesse in vita, mentre un gruppo di diavoli cerca di far pendere la bilancia dalla propria parte e altri fustigano una schiera di dannati nudi, in fuga sulle rive del fiume di fuoco infernale.
Didascalie immagini
- Kazanlak, Tomba trace (riproduzione): I cavalli del corteo funebre (fine IV secolo a.C.) (© Donata Brugioni)
- Kazanlak, Tomba trace (riproduzione): La coppia reale (fine IV secolo a.C.) (© Donata Brugioni)
- Sofia, Museo Archeologico: Tesoro di Valchitran (I millennio a.C.) / Sofia, Museo di Storia Nazionale: Rython e Phiale (piatto rituale) dal Tesoro di Panagyurishte (fine IV secolo a.C.) (© Laura Menegazzo / © Donata Brugioni)
- Plovdiv: Il teatro romano / Plovdiv: Uno degli ingressi dello stadio romano (© Donata Brugioni)
- Plovdiv: Il Museo Etnografico ha sede nella lussuosa dimora di un mercante turco che la fece costruire nel 1847 (© Donata Brugioni)
- Monastero di Bachkovo, Cappella ossario della Santa Trinità: Madonna con Bambino (fine XI secolo) (© Donata Brugioni)
- Veliko Tarnovo, Chiesa dei Santi Pietro e Paolo: Dormitio Virginis (1443) (© Donata Brugioni)
- Nessebar, Chiesa di Santo Stefano: Storie della Vita di Cristo (1599), Pesca miracolosa (© Donata Brugioni)
- Nessebar, Chiesa di Santo Stefano: Storie della vita di Cristo (1599), Battesimo di Cristo (© Donata Brugioni)
- Monastero di Bachkovo: Zahari Zograf, Giudizio Universale (1840) (© Donata Brugioni)
In copertina:
Kazanlak, Tomba trace (riproduzione): I cavalli del corteo funebre (fine IV secolo a.C.)
[particolare]
(© Donata Brugioni)