Wim Wenders torna al documentario a tre anni dal bellissimo omaggio a Pina Bausch per raccontare l’avventura umana di uno dei più grandi fotografi contemporanei: il brasiliano Sebastião Salgado, noto soprattutto per i reportage con cui ha documentato guerre, sfruttamento dei poveri del mondo, eccidi efferati e conseguenti esodi di proporzioni bibliche.
Oltre vent’anni fa il regista tedesco acquistò due scatti di Salgado, appesi da allora sulle pareti del suo studio, senza conoscere l’autore e senza sapere niente di lui ma attratto dalle emozioni che quelle immagini sapevano comunicargli.
Recentemente i due hanno avuto modo d’incontrarsi e di diventare amici, perciò quando Juliano Ribeiro Salgado, figlio del fotografo, ha coinvolto Wenders nella realizzazione di un documentario sulla vicenda umana del padre, inscindibile dalla sua opera, questi ha accettato la proposta con entusiasmo.
Dopo aver accompagnato il padre negli ultimi suoi viaggi ai confini più remoti del mondo, Juliano ha sentito il bisogno di uno sguardo esterno e più distaccato per condensare le sue riprese dei viaggi con l’incredibile quantità di materiale fotografico a disposizione: la selezione fatta di comune accordo dai due cineasti che insieme firmano la regia de Il sale della Terra è stata la parte più difficile da portare a termine.

Wenders ha poi integrato il tutto filmando lunghi dialoghi con Sebastião Salgado che racconta i fatti, le sue emozioni, ma soprattutto gli incontri umani che stanno dietro gli scatti più famosi e grazie ad una specie di ‘camera oscura’ è il suo volto stesso, segnato dal tempo e dalle cose terribili di cui è stato testimone, ad apparire nelle foto per raccontare di volta in volta l’inenarrabile.
La feroce crudeltà umana, ma anche la compassione e la solidarietà che scaturiscono dal rapporto che Salgado ha instaurato con i suoi soggetti, a volte vivendo accanto a loro e condividendo la durezza di situazioni di vita estreme per mesi.

Il sale della terra si apre sulle immagini potenti della Sierra Pelada in Brasile, con cinquantamila persone che senza alcun attrezzo moderno scavano la miniera d’oro, schiavi solo dell’avidità e del loro personale desiderio di ricchezza.
Una visione che evoca gli albori della civiltà dalle piramidi alla torre di Babele, col silenzio rotto solo dai rumori del lavoro manuale. Uomini di diversa estrazione sociale giunti da tutto il mondo, analfabeti e letterati insieme, confluiti in quell’immane voragine di fango ad arrampicarsi su e giù per primordiali scale di legno e corda, con i sacchi sulla schiena davanti a un piano inclinato che può esser affrontato solo di corsa in un girone infernale organizzato nella follia.
Al termine del proprio lavoro ognuno era invitato a scegliere come compenso un sacco a caso che poteva contenere tanto oro capace di cambiare la vita, ma anche solo terra e disperazione per il sogno svanito.

Laureato in Economia Sebastião Salgado ha abbandonato una promettente carriera nella city di Londra per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia, la scoperta dell’Africa nei primi anni ’70 gli ha rivelato la vocazione della sua vita ma sono stati i viaggi intrapresi tra la povertà del nord est del Brasile, per i progetti Otras Americas (1977/1984) e Brazil (1981/1983), ad aver profondamente segnato il suo percorso artistico e umano.
Nasce in Sebastião la consapevolezza del contributo che il suo lavoro può dare alla denuncia di realtà sconosciute, scaturisce da ciò una responsabilità etica nei confronti dell’umanità intera e di soggetti che instaurando un vero rapporto con lui si donano al suo obiettivo senza reticenze.
Un impegno che trova concreta applicazione anche nella collaborazione con Medici Senza Frontiere.

Dopo un’epidemia di colera con i malati finiti da repentina disidratazione, la spietata disonestà del governo etiope che bloccava per calcolo politico i viveri internazionali destinati al proprio popolo, la siccità del Mali coi bambini minati dalla malnutrizione, il disastro ecologico dei pozzi petroliferi incendiati nel Kuwait durante la prima guerra del golfo, con esplosioni che hanno portato il fotografo a una parziale sordità, essere testimone del genocidio nel Rwanda ha minato in modo violento l’anima di Salgado e la sua fiducia nella bontà degli esseri umani.
Soltanto la riscoperta della natura attraverso il progetto Genesi ha rigenerato la capacità dell’uomo e quindi del fotografo di guardare al mondo con rinnovata speranza.

Attraverso Genesi, le cui immagini sono esposte attualmente in giro nel mondo, Salgado documenta popolazioni e aree del Pianeta ancora incontaminate dall’attacco della società industriale, raccogliendo finanziamenti per la fondazione ‘Instituto Terra’ fondata insieme a sua moglie Lélia, per ripiantare la foresta amazzonica violentata in Brasile dalla sconsideratezza umana.
Sui seicento ettari della proprietà di famiglia, grazie a un impegno ormai quasi ventennale, il terreno arido è tornato ad ospitare la gran varietà di piante della Mata Atlantica con più di due milioni e mezzo di alberi piantati, la famiglia Salgado ha donato l’area allo Stato brasiliano e adesso dov’era una fattoria c’è una riserva naturale protetta patrimonio della collettività.
Una splendida dimostrazione che nutrire l’utopia a volte può trasformarla in realtà.
Didascalie immagini
- Locandina italiana
- Sebastião Salgado, Mali 1985, donna tuareg cieca: una delle due foto che Wenders ha appeso nello studio / Wim Wenders e Sebastião Salgado: conversazioni
- Un giovane biondo e barbuto Sebastião Salgado tra gli indios e in un’immagine più recente tra gli Yali
- Sebastião Salgado, Brasile 1986, Sierra Pelada, cinquantamila uomini al lavoro nella miniera d’oro
- Tanzania 1994, nella povertà di una tendopoli risplende il sorriso di un bimbo che guarda il volto della mamma pieno di vita e speranza / Mali 1985, un bambino di otto o nove anni senza nulla e nonostante tutto fiero, eretto verso il futuro
- Immagini dal progetto Genesi: la tribù degli Yali / Leoni marini / Colonia di pinguini ai confini del mondo / Uomini della tribù degli Zo’è
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(© 2014 Decia Films / Amazonas Images)
In copertina:
Juliano Ribeiro Salgado e Sebastião Salgado tra le donne degli Zo’è
[particolare]
(© 2014 foto di Lélia Wanick Salgado)
SCHEDA FILM
- Titolo originale: Le sel de la terre
- Regia: Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado
- Con: Sebastião Salgado, la tribù Yali, Sebastião Ribeiro Salgado padre, Hugo Barbier, Régis Muller, Jacques Barthélemy, João Pessoa Mattos, Leny Wanick Mattos, Lélia Wanick Salgado, Maria Tereza Salgado Rocha Bastos, Juliano Ribeiro Salgado, Mischa, Rodrigo Ribeiro Salgado, Wim Wenders, la tribù Zo’è
- Soggetto e sceneggiatura: Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders, David Rosier
- Fotografia: Hugo Barbier, Juliano Ribeiro Salgado
- Musica: Laurent Petitgand
- Montaggio: Maxine Goedicke, Rob Myers
- Produzione: David Rosier con Léila Wanick Salgado e Andrea Gambetta in associazione con Christine Ponelle e Julia de Abreu per Decia Films in coproduzione con Amazonas Images e Solares Fondazione delle Arti
- Genere: Documentario
- Origine: Francia / Italia / Brasile, 2014
- Durata: 110’ minuti