«Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degli incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi»
(Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese, in Operette Morali)

Archetipo di Natura matrigna per Leopardi, l’Islanda rappresenta nell’immaginario collettivo una terra agli estremi confini del mondo, solitaria e irraggiungibile, una mitica “ultima Thule”, l’isola di fuoco e di ghiaccio dove il sole non tramonta mai – così come la descrivevano i diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea, salpato da Marsiglia intorno al 330 a.C. alla scoperta dell’Atlantico del Nord. Una terra fantastica, che Virgilio evoca nelle Georgiche augurando ad Augusto di regnare su un impero così vasto da raggiungere quest’ultima frontiera del mondo conosciuto (tibi serviat ultima Thyle).

Probabilmente, i primi scopritori dell’Islanda furono i monaci irlandesi, che nel corso del VII secolo si spinsero verso nord, sempre più lontano dalla madre patria, alla ricerca di luoghi deserti dove vivere in eremitaggio; in realtà, la prima migrazione verso l’isola fu quella dei vichinghi norvegesi, – antenati della popolazione attuale – che si insediarono in Islanda tra il IX e il X secolo; la colonia islandese divenne la base per fare rotta verso ponente, fino a raggiungere le coste della Groenlandia e, forse, quelle del nord America.

Ai vichinghi d’Islanda si deve la costituzione di uno dei più antichi parlamenti del mondo, l’Althing, istituito nel 930 a Thingvellir, scelta da quel momento come capitale dello Stato libero d’Islanda. Nella spianata in cui l’Althing ha continuato a riunirsi una volta l’anno fino al XVIII secolo, sono ancora visibili cinquanta sedili scolpiti nella pietra, destinati ai membri dell’assemblea. La piana di Thingvellir ha caratteristiche molto particolari: la più grande faglia islandese, quella di Almannagjà, la taglia in due con una profonda spaccatura, formando due alte falesie di nera roccia basaltica, ciascuna delle quali appartiene a un diverso continente; infatti, passa di qui la dorsale medio atlantica, la catena sottomarina di vulcani che segna il confine fra la placca tettonica europea e quella americana, soggette a un costante movimento per il quale la distanza fra i due continenti aumenta di circa 2,5 cm all’anno.

La presenza di numerosi vulcani attivi condiziona ancora oggi la vita dell’isola, e non solo: in anni recenti, l’eruzione dell’Eyjafjöll (2010) diffuse una tale quantità di ceneri nell’atmosfera da imporre il blocco del traffico aereo nei cieli d’Europa per intere settimane. Del resto, tutta la storia dell’Islanda – e spesso la sopravvivenza stessa della popolazione – è stata pesantemente segnata da una serie di eruzioni che si sono succedute attraverso i secoli: in particolare, nel Settecento il Katla e l’Hekla (che Leopardi cita nelle Operette morali) furono protagonisti di una serie di eventi devastanti, che culminarono nel 1783 con l’eruzione del vulcano Laki, durata un intero anno: le emanazioni di zolfo e anidride carbonica uccisero oltre diecimila persone e più della metà del bestiame, mettendo in ginocchio l’isola, mentre un susseguirsi di terremoti radeva al suolo numerosi villaggi.

A testimonianza di una vita durissima restano le antiche fattorie, semplici costruzioni in legno con il tetto a capanna coperto di zolle di terra, utilizzate per isolare dal freddo; pochissime le vie di comunicazione: ancora oggi la Statale 1 – un anello che circonda l’isola tagliando fuori la penisola di Snaefells (dalla bellezza aspra e selvaggia) – è praticamente l’unica vera strada degna di questo nome. Nell’interno, il territorio desertico battuto da venti impetuosi è attraversato da piste spesso impraticabili: il fondo stradale, costituito in genere da sabbia o cenere vulcanica – una polvere finissima e impalpabile che penetra ovunque – si trasforma in un fango saponoso e insidiosissimo alle prime gocce delle frequenti piogge. Ogni tanto, interrompe la solitudine del percorso (popolato solo da greggi di pecore che vagano liberamente), il piccolo nucleo costituito da una stazione di servizio e uno spaccio-ufficio postale, dove le fattorie isolate sparse sul territorio trovano i rifornimenti essenziali.

Nelle vaste solitudini imperano gli uccelli marini, numerosissimi per specie e quantità lungo tutte le coste rocciose dell’isola: dalle sule, che tagliano il cielo librandosi nitide e lievi come aquiloni – eleganti in aria quanto vocianti e rissose sulle rocce, dove si disputano gli spuntoni più ambiti – fino ai pulcinella di mare, simili a piccoli pinguini dal grosso becco multicolore e dalle bianche guance paffute, che trascorrono l’inverno in alto mare, senza toccare mai la terraferma; tornano sulle coste nella stagione degli amori, e si fermano solo fino a quando anche i nuovi nati non sono in grado di prendere il largo.

In un mondo che non conosce sfumature, i quattro elementi appaiono in perenne lotta fra loro alla ricerca di un’impossibile supremazia, mettendo in campo tutte le proprie armi: i bianchi chicchi di grandine che cadono sui neri campi di lava delle colate più recenti, si dissolvono in pochi attimi a contatto con il suolo, che dopo anni sprigiona ancora un residuo tepore; la lava dei vulcani in eruzione fa fondere repentinamente la calotta di ghiaccio che ricopre la bocca eruttiva, causando disastrose alluvioni; il vento gelido che soffia violento da nord nelle lande desolate all’interno dell’isola, solleva la finissima sabbia silicea che agisce come carta vetrata con un effetto abrasivo su tutte le superfici, compresa la pelle di coloro che non sono riusciti a trovare riparo. Una probabilità del resto remota, visto che secondo un detto locale: “se ti perdi in una foresta islandese, basta che ti alzi in piedi”; la vegetazione più diffusa è infatti costituita dai licheni, protagonisti di un fenomeno ai nostri occhi straordinario: il manto grigio con cui ricoprono le rocce nere, alle prime gocce di pioggia si trasforma improvvisamente in uno scintillante tappeto di un verde smeraldino, destinato a spegnersi in un breve arco di tempo.

In parte imbrigliata dall’uomo per il teleriscaldamento di abitazioni e serre, l’energia sotterranea trova sfogo nei geyser, che ciclicamente innalzano i loro pennacchi di acqua e vapore sulle distese costellate di laghetti, dove il fango bollente dalle mille sfumature di colore produce un continuo borbottio. Cascate impetuose precipitano tra rocce di basalto che assumono la forma di neri colonnati, o si suddividono in mille rivoli, formando un ventaglio luminoso che si accende nei colori dell’arcobaleno; una propaggine del ghiacciaio Vatnajökull approda in una quieta laguna e la dissemina di blocchi di ghiaccio in tutte le tonalità, dal bianco abbagliante all’azzurro cupo; in autunno e in inverno l’aurora boreale illumina il cielo con il mutevole spettacolo dei suoi evanescenti veli dalle tonalità cangianti.

Di fronte a una natura terribile e sublime, con i suoi insondabili misteri, gli Islandesi hanno dato vita a numerose leggende, che hanno spesso come protagonisti gli Elfi, il “popolo nascosto”, alla cui esistenza crede la maggior parte della popolazione: sono fermi da alcuni mesi i lavori per una nuova superstrada, il cui tracciato avrebbe attraversato un “santuario” degli Elfi – in effetti, una zona di particolare pregio paesaggistico, dove le rocce vulcaniche assumono forme fantasmagoriche e spettacolari. Forse, credere nella presenza delle piccole creature nascoste è il modo per dare una veste poetica alla consapevolezza che la terra è qualcosa di vivo che esige rispetto, di cui non siamo padroni ma che è affidato a ciascuno di noi solo come prestito temporaneo. L’isola dove non esistono cognomi in senso proprio, perché ciascun abitante aggiunge al proprio nome solo il patronimico, sembra voler affermare il riconoscimento della precarietà della presenza umana anche in questa peculiare tradizione di antiche origini: in tal modo non si creano casate o dinastie, ciascuno vale per se stesso e non tramanda ai figli un cognome di famiglia (una curiosità: gli elenchi telefonici sono ordinati per nome).

I miti continuano a occupare un posto fondamentale nella ricca letteratura islandese, che tra il XII e il XIV secolo visse la sua epoca d’oro, producendo una raffinata fioritura poetica analoga a quella provenzale, accanto alle saghe incentrate sui viaggi e le avventure dei “padri fondatori” vichinghi; forse perché, come notava Thor Vilhjálmsson – il maggior scrittore islandese del Novecento, scomparso nel 2011 – i miti riflettono ed esprimono ciò che di perenne c’è nell’umanità, e hanno al centro «la creatura misteriosa che è l’Uomo, allo stesso tempo millenario ed effimero, eterno passeggero, ospite perplesso nella propria vita e nella propria terra, farfalla nell’universo. L’uomo solidale e l’uomo solitario, l’uomo singolo in rapporto all’umanità intera, l’animatore del vuoto, il sognatore resistente alla morte, inventore di favole per difendersi dai computer e dalla robotizzazione».
Didascalie immagini
- Penisola di Snaefells, fattoria (© foto Donata Brugioni)
- La faglia di Thingvellir (© foto Donata Brugioni)
- Antiche fattorie islandesi: veduta all’esterno e all’interno (© foto Donata Brugioni)
- Le nere falesie di Dirholaey (© foto Donata Brugioni)
- Le scogliere delle sule ad Anistapi (© foto Donata Brugioni)
- Pulcinella di mare nell’isola di Papey (© foto Donata Brugioni)
- Cascata di Svartifoss / Il grande Geysir: attivo dal XIV secolo, ha dato il nome al fenomeno dei geyser (© foto Donata Brugioni)
- Attività vulcanica nella zona del Krafla (© foto Donata Brugioni)
- Laguna di Jökulsárlón (© foto Donata Brugioni)
- Dietro la cascata di Seljalandsfoss (© foto Donata Brugioni)
In copertina:
Nella caldera del Krafla
[particolare]
(© foto Donata Brugioni)