Parlare di Jamie Reid senza addentrarsi nel fitto reticolo di connessioni che si avvicendano nel suo background di artista – e comunicatore- appare molto difficile a meno che non ci si limiti a descrivere il suo lavoro da un punto di vista prettamente formale.

Come affrontare la poliedricità dell’artista britannico, quindi, senza limitarsi all’elenco delle sue molteplici attività? Senza bisogno di troppe parole, che, come lo stesso Reid ha dimostrato negli anni, spesso non sono necessarie, la mostra/ installazione Ragged Kingdom riassume visivamente le relazioni causa- effetto e i rapporti di consequenzialità che hanno reso l’artista il personaggio che ad oggi conosciamo, in tutta la sua irriverente benché spirituale e “sciamanica” riflessività.
Presentata già presso la galleria Isis di Brighton (che collabora alla mostra insieme alla partecipazione di Galleria ONO e al Gruppo Hera), il progetto espositivo acquista, presso il Palazzo Santa Margherita di Modena, una nuova identità, conferitagli forse dal fatto di aver inaugurato in concomitanza con il festivalfilosofia 2014 il cui tema centrale è stato la gloria.
Perché di gloria si tratta, sebbene in termini più sottili.
Quella gloria che spesso ha etichettato Reid “grafico del punk” legandolo a Nevermind the Bollocks, Anarchy in the UK, alle raffigurazioni dissacranti della Regina, e al mondo di Johnny Rotten e Sid Vicious, con cui ha collaborato dal 1976 al 1980; ma a cui egli, in piena logica (post) situazionista apporta un détournement, dedicandosi, da un certo periodo in poi, ad una estetica meditativa, riflessiva e sciamanica, quasi come soggetto ad una “epifania” joyciana.
E’ come se alle sonorità “aggressive” del punk britannico seguissero sonorità più ancestrali (leggi Afro Celt Sound System).
In termini visivi, la mostra rispecchia tale logica senza tuttavia creare dicotomie e contraddizioni ma sottolineandone la coerenza.

Al piano terra del palazzo l’installazione che dà il titolo alla mostra è composta da quattro tepee (le tende degli indiani d’America) decorate dall’artista stesso con simboli esoterici e mistici che, se singolarmente evocano un senso di accoglienza, pace e comunione; nell’insieme, danno forma ad un mini-accampamento, che riepiloga per ogni tenda una tappa del percorso professionale di Reid e una fase della vita umana: infanzia (periodo di collaborazione con i Sex Pistols e Malcom Mc Laren); giovinezza (collaborazione con Suburban Press); età adulta (Strongroom Studios e attività nell’ambito della musica) e periodo corrente (con il coinvolgente Eightfold Year Project).
Quattro come gli elementi e come i mondi che l’artista crea all’interno di ogni tenda; come a citare indirettamente la famosa teoria di Ernst H. Haeckel.
Ed è proprio all’interno delle tende che si palesa una connessione estetica e concettuale tra i lavori più recenti e il lavoro passato: in ogni tepee ci sono diversi fogli, che chiamerei piuttosto “pagine”: disegni, grafiche, testi… documenti che il visitatore può scegliere e raccogliere creando il “proprio” catalogo della mostra.
Impossibile a questo punto non pensare alla logica DIY (do it yourself, recentemente recuperata da varie diramazioni del radical chic) e che per anni è stata baluardo dell’estetica punk rock. Per riprendere la collaborazione con i Sex Pistols, basti ricordare la cover di Nevermind the Bollocks, che non era fatta di altro che lettere ritagliate e incollate su uno sfondo giallo flash.

Salendo ai piani superiori della Galleria, non mancano gli esempi di cover di dischi, grafiche e illustrazioni che riconducono a quell’epoca fatta di dissidenza e antagonismo irriverentemente anarchico dominato da quella capacità di prendersi gioco delle convenzioni che fu tipica del dadaismo, da cui si ispira anche in termini grafici.
Oltre alla famosa illustrazione Nowhere Buses (Suburban Press) e alle cover realizzate dei dischi, in mostra anche diversi lavori degli anni Settanta legati all’epoca di Suburban Press.
Indubbiamente, in questa sezione, un ruolo di grande rilevanza e impatto è quello del maxicollage Mural: un assemblaggio di 8 metri, non solo di immagini ma anche (e soprattutto) di pezzi di storia che ripercorre le tappe grafiche e visuali del periodo punk trasportando immediatamente il visitatore nella “sottocultura” che più di altre è entrata a fare parte di un immaginario comunicativo molto preciso e ben delineato influenzando anche il mondo mainstream tra grafica e moda fino ad oggi.

Questa irruenza “infantile” (per riprendere la scansione storica delle tende) lascia comunque, e con grande discrezione, lo spazio alle più recenti “derive” artistiche che costituiscono il legame diretto con l’installazione: disegni e dipinti dai colori vividi e dominati da simbologie che evidenziano una nuova direzione.
Non più Union Jack e spille da balia, non più lettere ritagliate da giornali e incollate su sfondi monocromi; non perché queste siano rinnegate ma perchè, evidentemente, la volontà di opporsi alle regole, che resta intrinseca nell’artista, non può servirsi più di questi mezzi, ma deve dialogare attraverso un approccio più meditativo, pacato e vicino alla natura.
In una conversazione con John Marchant della Isis Gallery Jamie Reid sottolinea l’importanza della riscoperta di quest’ultima, del recupero dei rapporti umani e del dialogo pacifico e traspone tali ideali su lavagne di ardesia, tele o direttamente sulle tende che ospiterannno i visitatori.
Coerenza, si diceva all’inizio, perché in fondo, sfogliando, ex post il catalogo DIY della mostra, si possono ritrovare tutti gli elementi ideologici, storici e i riferimenti iconografici che l’autore menziona, più o meno silenziosamente.
Didascalie immagini
- Jamie Reid, Untitled (Torn Press Shot), 1979, torn photographic print, mm 210×130, (Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals)
- Jamie Reid, Viciousburger, 1979, collage with oil paint on photographic print, mm 292×410, (Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals)
- Jamie Reid, Nowhere Buses (Suburban Press), 1972, lithographic print, mm 352×275, (Jamie Reid courtesy Isis Gallery, UK)
- Jamie Reid, We don’t care about the music, 1979, newsprint collage on paper mounted on board, mm 210×297, (Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals)
In copertina:
Jamie Reid, Untitled (Torn Press Shot), 1979, torn photographic print, mm 210×130,
[particolare]
(Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals)