Gli amanti della fotografia non saranno nuovi al fatto che la Fondazione Fotografia di Modena, sin dalla sua istituzione, avvenuta nel 2007, abbia esposto i lavori di fotografi di grande rilevanza internazionale tra monografiche e collettive che hanno contribuito a valorizzare, tra l’altro, la città emiliana.
Delle mostre realizzate, le tre inaugurate lo scorso 12 settembre, sembrano essere pensate appositamente per il contesto in cui si inseriscono e per il periodo storico in cui ci troviamo.
In concomitanza con il Festival Filosofia, il cui tema quest’anno è “la Gloria”, presso il Foro Boario tre mostre, di cui due monografiche: Mimmo Jodice e Kenro Izu – entrambe a cura di Filippo Maggia; e una collettiva: Fotografia de los Andes 1890- 1940– a cura di Jorge Villacorta, già direttore della Biennale di Fotografia di Lima.
1 mimmo-jodice-guerriero-da-cartagine
All’interno del palazzo ottocentesco, ad accogliere il visitatore la personale di Mimmo Jodice dal titolo Arcipelago del mondo antico; cinquanta fotografie – di cui molte esposte per la prima volta –  che volgono lo sguardo verso la cultura che nei secoli si è sviluppata attorno al mare nostrum.
Un inno al Mediterraneo e alle civiltà che alla sua vicinanza devono la loro forza e, appunto la gloria, esito di una indagine trentennale che passa dall’area napoletana, dove già nel 1980 il fotografo, collaborando con un team di archeologi, aveva realizzato la serie Vedute di Napoli fino a Cartagine, Acitrezza, Avignone, Nimes e alcune zone della Corsica tra gli anni Novanta e il Duemila.
Gli scatti di Jodice, che si tratti di primi piani di statue, dettagli di mosaici o paesaggi vibrano e prendono vita; narrano storie e, in certi casi, interrogano lo sguardo dello spettatore in merito alla consapevolezza delle proprie radici.
2 mimmo-jodice venere-da-baia
Forse perché coinvolti in prima persona in qualità di “eredi” delle civiltà ritratte dal fotografo, non possiamo restare impassibili di fronte allo sguardo eterno della Venere da Baia (1986) o del guerriero rappresentato da un mosaico (1994) e nemmeno di fronte alle forme consunte dal tempo del Compagno di Ulisse (1992) o di tutti quegli esseri immortali che il mare ha custodito per anni.
Scorci che spesso appaiono frammentati ed elementi che si manifestano come frammentari indizi per un’indagine millenaria diventano, nel lavoro di Jodice, i tasselli di un mosaico… per riprendere metaforicamente i soggetti di alcune delle opere in mostra.
Ma la ricerca del fotografo non è solo storica o estetica; benché tali componenti siano immediatamente percepibili, un ruolo preminente lo ha una riflessione etica legata al riconoscimento del passato per contrastare il galoppante degrado odierno.
Di qui la poetica dell’autore che in questo omaggio alla cultura mediterranea ha saputo, come solo i grandi sanno fare, dare voce ai soggetti, i luoghi, e alle architetture protagonisti dell’indagine ponendosi, con contemplativa discrezione, dietro l’obiettivo.
3 kenro izu-sakkara 13-egypt 1979
La stessa discrezione e delicatezza, che se vogliamo sono, da sempre, caratterizzanti della cultura dell’Estremo Oriente, sono tratto distintivo dell’approccio alla fotografia del giapponese Kenro Izu, a cui la Fondazione dedica una retrospettiva che ne ripercorre gli ultimi trent’anni di ricerca. Tre le serie di riferimento: Sacred Places (1979- 2001); Bhutan Sacred Within (2002- 2007) e India Where Prayer Echoes (2008- 2012).

Un viaggio lungo una vita nei luoghi sacri del mondo; che parte dall’Egitto, in cui il fotografo, alla fine degli anni Settanta, resta letteralmente rapito dalla forza spirituale delle piramidi e dall’energia emanata dal misticismo sprigionato da questi luoghi. Inizia dunque così un percorso che lo spinge verso Tibet, Messico, Indonesia, India, Cambogia, Laos, Cina, Nepal, Perù; ma anche Europa e Stati Uniti, alla ricerca di quella spiritualità che non sta tanto nel luogo di culto inteso come luogo fisico e “dedicato” quanto nell’energia trasmessa dalla complessità di un tempio, un bosco, o più in generale un paesaggio.
4 kenro izu angkor cambodia 1994
Non a caso fino alla serie India Where Prayer Echoes (2008- 2012), Izu non aveva ancora sentito la necessità di ritrarre l’umano, benché questo, con le preghiere, mantenesse in vita il culto che aveva permesso la nascita dei luoghi fotografati. Questo proprio perché erano i luoghi stessi ad essere già impregnati di spiritualità dopo secoli di religiosità e contemplazione.
Nella serie sopra citata qualcosa cambia: figure sfocate, gruppi di persone non chiaramente identificabili, donne inginocchiate, di spalle e dal volto spesso coperto (che quindi potrebbero essere chiunque) più “simboli” che “esseri” in carne ed ossa a dimostrare che la spiritualità è di chiunque.
Kenro Izu non poteva non unire al percorso di fotografo anche un percorso interiore che lavorativo caratterizzato da una componente che ha senza dubbio qualcosa di zen ed estremamente meditativo: il viaggio, la ricerca, gli scatti e la tecnica di stampa fotografica a platino, nel recupero di quelle che erano le modalità tipiche dell’Ottocento.
Così, il tentativo di conferire immortalità alla tecnica si traspone nella poetica autoriale e nella scelta di fotografare monumenti e luoghi che, per definizione, sembrano sfiorare il concetto di eternità, ma che poi, vengono inevitabilmente inghiottiti dal tempo e dalla natura piche comunque “terrestri” e “limitati”.
Ed è qui che Izu dialoga con Jodice, nel tentativo di immortalare “attimi di eternità”  consapevoli che non sempre questo è possibile ma che al concetto di caducità, per riprendere la filosofia giapponese, corrisponde il concetto estetico e filosofico wabi- sabi che traduce l’idea di una bellezza transitoria, imperfetta; talvolta incompleta e consumata ma per questo estremamente affascinante.
5 max t vargas ritratto-di-maria-antonieta-gibson
L’ultima delle tre mostre, quella dedicata alla fotografia Andina tra il 1890 e il 1940, si discosta leggermente dalle due precedenti per la curatela e per il fatto di essere una mostra collettiva; non vi si discosta, invece, nel voler volgere lo sguardo al passato ponendo in tale contesto l’accento sulla memoria sociale, della quotidianità e, ovviamente, sui luoghi. Il focus:  il lavoro di diversi fotografi attivi tra le città di Cuzco, Arequipa e Puno tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento si snoda attraverso diverse decine di scatti tra cui compaiono i nomi di Emilio Diaz, Max T. Vargas, Carlos e Miguel Vargas e Martìn Chambi (suoi allievi), Enrique Masias, Guillermo Montesinos e il sanremese (emigrato in Perù alla fine dell’Ottocento) Luigi Domenico Gismondi.

Questo perché in epoca tardo ottocentesca, nel centro peruviano di Arequipa si sviluppa, grazie ai fondatori Max T. Vargas e Emilio Diaz, una vera e propria “scuola” di cui successivamente faranno parte anche gli altri fotografi presenti in mostra.
Presso gli spazi del Foro Boario quindi si parte dalle piccole fotografie realizzate da Enrique Masias tra il 1915 e il 1919 raffiguranti prevalentemente paesaggi e alberi per poi passare ai ritratti di Vargas (senior) e dei fratelli omonimi suoi allievi, che nel lavoro di ritrattistica includono, oltre ai colleghi, anche ritratti di ufficiali, lavoratori, donne in abiti tradizionali oltre a lavorare anche su fotografie panoramiche delle città di Arequipa e Cuzco.
6 martin chambi-la fortezza di saccsayhuaman-cusco
La natura e il paesaggio sono anche l’elemento di interesse di Guillermo Montesinos con uno sguardo particolare al cielo e ai vulcani.
Il percorso espositivo torna successivamente al lavoro di Max T. Vargas, padre della Scuola di Arequipa, di cui espone alcuni scorci della città omonima e di Cuzco realizzate a cavallo tra il XIX e XX secolo. Alle strade di ciottoli popolate dagli abitanti presi dalla quotidianità e alla veduta di Piazza Delle Armi si accostano i suggestivi ritratti di indios boliviani centenari, di personaggi che vagano tra le rovine e di donne della società peruviana più ricca.
E’ il caso, questo, del suggestivo ritratto di Maria Antonìeta Gibson (1909) la cui immagine appare sdoppiata in un gioco di specchi, caratterizzata da una vanità chouette e delicata; mentre i ritratti di Emilio Diaz, contemporanei a quelli del collega, pur rappresentando diversi rami della società, mantengono una discrezione che contribuisce a documentare l’epoca stessa con i suoi “modi” e contraddizioni.
Si giunge così all’italiano Gismondi, con una veduta di Puno, La Paz (1908- 1910)che insieme ad altri scatti anonimi chiude il cerchio documentativo di una cultura e un contesto socioculturale particolarmente ricco e variegato, visto, in questo caso attraverso gli obiettivi dei suoi protagonisti.

 

Didascalie immagini

  1. Mimmo Jodice Guerriero da Cartagine, 1994,
    stampa al carbone su carta cotone, 70×55 cm
    (courtesy l’autore)
  2. Mimmo Jodice, Venere da Baia, 1986,
    stampa al carbone su carta cotone 70×60 cm
    (courtesy l’autore)
  3. Kenro Izu Sakkara #13, Egypt, 1979 dalla serie “Sacred Places”,
    stampa ai sali d’argento, 33×46 cm
    (courtesy l’autore)
  4. Kenro Izu Angkor #79, Cambodia, 1994 dalla serie “Sacred Places”,
    stampa al platino, 35,5×51 cm
    (courtesy l’autore)
  5. Max T. Vargas, Ritratto di María Antonieta Gibson, Arequipa, 1909,
    22.5 x 9.7 cm
  6. Martin Chambi, la Fortezza di Saccsayhuaman, Cusco ca. 1930,
    19 x 24.7 cm

In copertina:
Kenro Izu Tajin #13, Mexico, 1987 dalla serie “Sacred Places”,
stampa ai pigmenti 71×102 cm [particolare]
(courtesy l’autore)

Dove e quando

Evento: Mimmo Jodice, Kenro Izu, Fotografía de los Andes
  • Fino al: – 11 January, 2015
  • Sito web