Quando l’entomologo tedesco Kattwinkel in una mattina del 1911 si inoltrò nella gola che i Masai chiamavano di Oldupai – dal nome di un’agave le cui foglie sono usate per intrecciare stuoie e i tetti delle capanne – era alla ricerca di farfalle rare, e certo non immaginava che il caso lo avrebbe portato ad aprire una finestra sulle origini dell’umanità; lo studioso si accorse che i suoi piedi calpestavano ossa fossili, raccolse alcuni reperti, li portò in patria e li fece esaminare all’Università di Berlino, suscitando notevole interesse: la spedizione organizzata nel 1913 dall’Istituto di Paleontologia berlinese ebbe come risultato il ritrovamento dello scheletro di un ominide, ma le ricerche si interruppero con l’inizio della prima guerra mondiale: alla fine del conflitto, quella che era stata l’Africa Orientale tedesca passava alla Gran Bretagna con il nome di Tanganika; della valle di Oldupai non si parlò più per quasi venti anni, finché nel 1931 l’inglese Louis Leakey, dopo aver visto nel Museo di Berlino lo scheletro di ominide proveniente da Oldupai, iniziò a condurre scavi sistematici all’interno della gola, dove avrebbe continuato le sue ricerche per tutta la vita con esiti straordinari.

1 tanzania-foto donata brugioni

Il fiume che ha scavato il canyon di Oldupai ha messo in evidenza sulle pareti della gola – lunga circa cinquanta chilometri – ben cinque strati, il più antico dei quali databile a 1,9 milioni di anni fa: qui i resti dell’homo habilis si accompagnano a una prima serie di pietre lavorate per farne utensili, mentre negli strati superiori compaiono scheletri di homo erectus (vissuto da 1,2 milioni a 700.000 anni fa), e le pietre sono lavorate in forme diverse che indicano vari usi e destinazioni, finché nello strato più superficiale subentra l’homo sapiens, accompagnato da utensili in pietra più sofisticati e differenziati.
Oldupai è un luogo unico al mondo, un atlante dell’evoluzione umana e della progressiva capacità sviluppata dai progenitori dell’uomo preistorico di elaborare strumenti sempre più complessi per le proprie attività, inizialmente legate alla caccia. Nel piccolo museo di Oldupai, dal quale la vista spazia su un lungo tratto della gola, accanto a reperti di provenienza locale è esposto un calco delle orme fossili individuate nel vicino sito di Laetoli, che testimoniano come 3,5 milioni di anni fa questa terra ospitasse ominidi che si muovevano in posizione eretta.

2 namibia foto donata brugioni

Considerata un vero e proprio fossile vivente, il cui aspetto è rimasto praticamente immutato dal periodo giurassico, la pianta della Welwitschia mirabilis (si tratta in realtà di un albero) fu scoperta in Angola a metà dell’Ottocento dal naturalista tedesco Welwitsch, al quale deve il suo nome: la pianta ha solo due foglie, che crescono strisciando sul terreno fino alla lunghezza di nove metri, può vivere oltre duemila anni ed è presente esclusivamente lungo la fascia costiera atlantica in Angola e Namibia. Alcuni fra gli esemplari più notevoli crescono nel Damaraland (Namibia), in una zona dove sono stati rinvenuti anche i tronchi pietrificati di alberi monumentali, alti fino a 40 metri, che si stima risalgano a 260 milioni di anni fa.

3 namibia foto donata brugioni

Straordinario in Africa è anche il patrimonio di siti che conservano pregevoli esempi di arte rupestre, diffusi in tutto il continente, i più antichi dei quali si stima risalgano a 30.000 anni fa; ma l’Africa nera può ancora riservare molte sorprese dal punto di vista paleontologico e archeologico, dato che gli studi in questi campi sono stati avviati in tempi relativamente recenti: fino a metà dell’Ottocento, epoca in cui ebbero inizio le grandi esplorazioni dell’interno del continente africano, anche la sola conoscenza del territorio non era molto progredita rispetto all’antica cartografia che si limitava alla laconica indicazione: “hic sunt leones”.

4 namibia foto donata brugioni

«Nell’arte primitiva è il principio. Nella nostra miseria attuale non c’è salvezza possibile che nel ritorno sincero e consapevole al principio. E questo ritorno deve costituire la meta del simbolismo in poesia e in arte».
                                                                                                                                                     Paul Gauguin

Testimonianze delle culture e dell’arte di varie etnie africane iniziarono ad arrivare in Europa in epoca coloniale, negli ultimi decenni del XIX secolo, all’inizio associate a tutto ciò che poteva essere definito genericamente esotico: l’Esposizione Universale di Parigi del 1889 presentava gli oggetti africani insieme a quelli provenienti dall’Oceania, mentre è del 1892 la prima mostra di sculture e manufatti dedicata 5 namibiaunicamente all’Africa che si tenne a Lipsia, seguita da quelle di Anversa e Colonia. Ma se l’intento esplicitamente dichiarato dagli organizzatori di tali rassegne era quello di esibire al grande pubblico quanto la civiltà portata dagli europei colonizzatori avrebbe potuto giovare alla primitiva arretratezza delle popolazioni locali, “contrari ai voti poi furo i successi” per dirla con l’Ariosto, perché artisti e intellettuali rimasero affascinati e sedotti dalla forza primigenia che si sprigionava dalle sculture e maschere esposte.
A Parigi l’arte africana debutta nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipinge le Demoiselles d’Avignon, manifesto del Cubismo e definitiva consacrazione dell’influenza della cultura figurativa africana sugli artisti occidentali (vedi scheda e immagine dell’opera nel sito del MoMA di New York). Nel 1937, in una conversazione con André Malraux, Picasso ricordava: «Tutti oggi parlano dell’influsso che i neri hanno esercitato su di me… Quando andai al Vecchio Trocadéro, avrei voluto andarmene subito, ma non riuscivo a distaccarmi da quanto avevo davanti agli occhi. E compresi che mi stava succedendo qualcosa. Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci…».

Oltre a Picasso, l’incontro con l’art nègre ebbe l’impatto di una rivelazione per coloro che erano alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi – primi fra tutti i Fauves, in particolare Derain, e Amedeo Modigliani – indicando la via per superare la tradizione figurativa ottocentesca, ormai esauritasi in un’accademia di se stessa, non più in grado di rinnovarsi. La forza espressiva del materiale proveniente dal cuore dell’Africa rappresentava una risposta al desiderio di giungere al nucleo essenziale del problema di un nuovo rapporto fra l’artista e la propria creatività: non più imitazione della natura, ma espressione di un’interiorità che toccasse le proprie radici più profonde, mettendo a nudo l’essenza dell’uomo nel suo essere sublime e orrido al tempo stesso.

6 namibia foto donata brugioni

«Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani».
                                                                                                                      Joseph Conrad – Cuore di tenebra

Cuore di tenebra di Joseph Conrad, scritto nel 1899, fornisce una risposta dirompente all’ottimismo positivista e razionalistico del suo tempo, che faceva dell’uomo occidentale il centro dell’universo, misura di tutte le cose e campione della ragione, contrapponendolo all’istintualità del selvaggio. Un delirio di onnipotenza di cui Conrad smaschera drammaticamente la follia nel suo capolavoro, incentrato sulla figura demoniaca di Kurtz, trafficante di avorio scomparso nel cuore di una foresta impenetrabile a cui si accede solo risalendo un grande fiume. La navigazione si trasforma in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, nel quale tutte le convenzioni e le regole si vanno via via sgretolando, per giungere al tenebroso cuore della volontà di dominio propria dell’uomo occidentale (al romanzo di Conrad si è ispirato Francis Ford Coppola per il film Apocalypse now).
All’arrogante supponenza di chi si ritiene padrone di un mondo creato a proprio uso e consumo, si contrapponeva lo spirito con cui – tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del successivo – le anime inquiete di artisti e viaggiatori, cittadini del mondo e al tempo stesso esuli ovunque, vivevano il loro incontro con l’Africa, cogliendo l’essenzialità di un’esperienza capace di sprigionare emozioni e istinti nascosti nel profondo e mai sopiti.

7 namibia foto donata brugioni

«Ho guardato i leoni negli occhi e ho dormito sotto la Croce del Sud, ho visto le grandi praterie in fiamme, e le ho viste coperte di sottile erba verde dopo la pioggia, sono stata amica di Somali, Kikuyu e Masai, ho volato sopra le Ngong Hills».
                                                                                                                     Karen Blixen – Lettere dall’Africa

Molti conoscono La mia Africa di Karen Blixen, la futura scrittrice di origine danese arrivata nel 1914 in Kenia, paese che avrebbe definitivamente lasciato nel 1931 dopo il fallimento della piantagione di caffè che era divenuta lo scopo della sua vita; ma quanto fosse davvero profondo l’amore di Karen per quella terra, lo si comprende solo leggendo le bellissime Lettere dall’Africa che scrisse ai familiari durante quegli anni, travagliati ed esaltanti al tempo stesso: «Anche se con altri l’Africa è stata più clemente, io credo fermamente di essere uno dei suoi figli prediletti. Un gran mondo di poesia mi si è dischiuso quaggiù, e mi ha fatto entrare, e io l’ho amato».

8 namibia foto donata brugioni

«Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5888 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. Vicino alla vetta occidentale, c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine».
                                                                                               Ernest Hemingway – Le nevi del Kilimangiaro

Il grande scrittore americano e premio Nobel Ernest Hemingway compì il suo primo viaggio in Kenya e Tanganika (oggi Tanzania) nel 1933: a lui si deve l’introduzione della parola swahili ‘safari‘ nella lingua inglese e poi nel linguaggio corrente di tutto l’occidente. Da questo viaggio nacquero due fra i suoi racconti più conosciuti, Le nevi del Klimangiaro e La breve vita felice di Francis Macomber; appassionato e abile cacciatore, Hemingway vi narra l’esperienza della caccia grossa senza toni trionfalistici: un senso di sacralità pervade il rapporto che si crea fra l’uomo e la preda, mentre l’impatto diretto e senza mediazioni culturali con una natura così forte, assoluta nei suoi valori e nelle sue espressioni, dunque totalizzante, spazza via tutte le sovrastrutture proprie delle civiltà occidentali, e mette a nudo l’uomo ponendolo di fronte alla propria intima essenza. Rinunciando a barare con se stessi, davanti alla fiera nobiltà dei grandi animali della savana i protagonisti dei due racconti toccano lo scopo della propria ricerca esistenziale andando incontro alla morte, così come il leopardo sulla vetta del Kilimangiaro, che simbolicamente apre il racconto omonimo.

9 namibia foto donata brugioni

Su tutto, domina il paesaggio africano nella sua grandiosità fatta di eccessi: qui, le manifestazioni della natura appaiono esorbitanti e indominabili, piante dai colori pirotecnici e dalle dimensioni gigantesche, foreste e savane popolate da animali che incutono timore per la mole e l’imprevedibilità – elefanti, ippopotami, rinoceronti – e dai grandi felini, davanti ai quali l’uomo si sente tanto preda quanto cacciatore, ritrovando la debole nudità dei progenitori.

10 namibia foto donata brugioni

Anche le albe e i tramonti equatoriali travalicano la nostra esperienza di europei, abituati al trascorrere lento da oscurità a luce e viceversa; nei pressi dell’Equatore il passaggio è repentino, e l’arrivo della notte, che cala improvvisa stendendo sulla terra un’oscurità profonda popolata di voci e richiami di animali, è vissuto con un senso di timore inusitato e altrettanto istintivo. Il grande fuoco serale che ancora oggi si accende in ogni campo allestito nella savana, non costituisce solo il punto di aggregazione attorno al quale rivive l’antico rito del raccontare, ma oppone il conforto del proprio cerchio luminoso – che assume il valore di un magico talismano – all’inquietante profondità delle tenebre, così come accadeva per i nostri più lontani progenitori.

11 namibia foto donata brugioni

Poco prima dell’alba, il brontolio profondo dei leoni che hanno concluso la caccia notturna e si preparano alle lunghe ore di ozio sonnolento fra le alte erbe della savana, risuona con una voce possente che sembra scaturire dal cuore della terra e riempire l’universo, proveniente dalle profondità ancestrali di una memoria tramandatasi per millenni, sepolta in fondo a ciascuno di noi, sopita ma non estinta.

«Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia».
                                                                                                                                           Ernest Hemingway
12 namibia foto donata brugioni

Didascalie immagini

  1. Gola di Olduvai (Tanzania): veduta panoramica dal Museo (© Donata Brugioni)
  2. Pianta di Welwitschia mirabilis (Namibia) / Tronco fossile (Khorixas, Namibia) (© Donata Brugioni)
  3. Graffiti rupestri a Twyfelfontein (Namibia, circa 8.000 a. C.):
    si distinguono giraffa, rinoceronte, varie specie di antilopi, fra cui l’orice dalle lunghe corna, struzzo e in basso la misteriosa figura del cosiddetto uomo leone, forse legato a riti sciamanici
    (© Donata Brugioni)
  4. sterno e interno di abitazione Nedebele (un popolo che vive tra Zimbabwe e Sudafrica, decorata a motivi geometrici (Sudafrica, XIX secolo) (© Donata Brugioni)
  5. Maschera tradizionale (Tanzania) (fonte)
  6. Insieme ai coccodrilli, gli ippopotami sono una presenza costante (e ancor più pericolosa) nei fiumi africani (© Donata Brugioni)
  7. Pastori Masai al mercato (© Donata Brugioni)
  8. Verso il villaggio Masai (© Donata Brugioni)
  9. All’alba, il sole che sorge si riflette negli occhi del leone /Tra i grandi felini il leopardo – solitario e schivo, dalle abitudini nottune – rappresenta l’incontro più raro (© Donata Brugioni)
  10. Dai rilievi più modesti alla massima altezza del Kilimangiaro, la forma a cono testimonia l’origine vulcanica di queste terre (© Donata Brugioni)
  11. Il rosso intenso della terra crea un forte contrasto con i colori della vegetazione (© Donata Brugioni)
  12. Baobab al tramonto (© Donata Brugioni)

In copertina:
Gola di Olduvai (Tanzania): veduta panoramica dal Museo (© Donata Brugioni)