C’è un libro che vi consiglio caldamente di portare con voi in questa estate 2014 (sarebbe l’ottavo dopo aver seguito i consigli di Sara Pietrantoni). E’ un libro che si legge tutto d’un fiato e che di sicuro vi arricchirà. Si tratta di Etnografia del quotidiano. Uno sguardo antropologico sull’Italia che cambia (Elèuthera) di Marco Aime.
Etnografia del quotidiano uno sguardo antropologico sul italia che cambiaDi cosa parla questo libro? Del tempo in cui viviamo, del nostro paese ma forse di tutti i paesi del mondo. In otto capitoli troverete riflessioni (che non tutti magari condivideranno) sull’importanza che nel nostro paese ha ancora l’apparato bellico, o su come il servizio ferroviario sia mutato di pari passo con il cambiamento della nostra società. Si parla poi dei disastri provocati dai lavori dell’alta velocità (ma forse più che di quelli si parla di come un certo tipo di “progresso” sia considerato ineluttabile e di come non si possano realmente soppesare pro e contro di determinate scelte). Ma interessantissimo è anche il capitolo sulla “responsabilità limitata” dei nostri tempi, ad esempio, ma non solo, di chi trincerandosi dietro nuove parole come “governance” e slogan quali “fine delle ideologie” o dicendo di parlare in nome della “gente comune” dice anche cose molto gravi, smentendole poi un minuto dopo averle dette, reputandosi appunto del tutto “irresponsabile”.
Ma meritano di essere letti anche il capitolo sui Nuovi tribalismi o quello su Il machete e lo smartphone. Ma tutto questo, vi chiederete, cosa c’entra con l’arte, i beni culturali, il paesaggio e con la pagina del nostro Magazine dedicata a “La lingua e il diritto”. La risposta inizia a pagina 80 di questo bel libro dove troverete il testo della lettera che, chi si oppone alla TAV in Val di Susa, ha consegnato alle più alte cariche dello Stato. Vi si richiama l’articolo 9 della Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione), facendo presente che questo è stato violato nel momento in cui le ruspe hanno divelto i boschi di quelle e di altre zone del paese per fare spazio a tralicci, cemento, trafori. Quindi il bosco come bene pubblico indisponibile, come luogo di bellezza da preservare, come opera d’arte e oggetto di protezione giuridica aggiungo io.
Il “bosco” del quale sono infatti pieni anche i nostri documenti giuridici, da sempre (nei nostri archivi storici 59 record con la parola bosco e 79 con boschi).
Così negli Statuti della citta di Lucca – 1539 – libro 4, capitolo 175 (Di Concedere licentia di mettere fuoco ne’ Boschi a convenevole tempo) si statuiva che “chiunque haverà misso fuoco ne’ boschi soprascritti, ipso fatto, et ipso iure se intenda caduto, et cadi in pena di lire venticinque da applicarsi alla camera di Lucca, et alla emendatione del danno a quello, che l’ harà patito nel doppio, o che sia stato misso il fuoco principalmente, overo che sia volato in soprascritti boschi, et per tal pena sia tenuto ciascheduno Padre di famiglia per li garzoni, et per li fanciulli, et le fanciulle anchor minori, accioché nessuno scusare si possa”. Così nel Codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche pel Regno Lombardo-Veneto, tra le aggravanti del furto si annoveravano: Quando il furto sorpassa il valore di cinque fiorini, e nel tempo stesso \a\ Sia stato commesso in società di uno o più socj; \b\ In un luogo consacrato al divin culto; \c\ L’oggetto rubato fosse rinchiuso; \d\ Si trattasse di legna nei boschi riservati o con rilevante danno del bosco.
Ma è soprattutto nel capitolo Buddha, manoscritti e cormorani – nel quale è contenuto anche il paragrafo che nomina questo mio contributo estivo – che si parla di arte e si osserva come questa, assieme alla natura sia, “concepita come valore universale che appartiene a tutti” (p. 142). Ma come mai lo stesso valore spesso non viene attribuito al destino dei nostri simili? L’autore tenta di rispondere nelle ultime pagine (p. 146) del saggio nel quale ci spiega che con l’arte siamo riusciti a materializzare la storia “rendendola visibile e pertanto utile a conservare la memoria” anche se poi “con il tempo questi oggetti di venerazione” sono “via via svuotati e ridotti a simulacri di un valore universale e assoluto. Abbiamo divinizzato l’arte al punto di ritenerla al di sopra delle parti, sovrumana”. Insomma conclude l’autore “Siamo disposti a difendere i Buddha, molto più di quanto, forse, non faremmo per i buddhisti”. Io invece, da parte mia, posso concludere questa rubrica con il consiglio di portare con voi sotto l’ombrellone questo bellissimo saggio, o meglio, di tenerlo sempre a portata di mano per decifrare questi nostri tempi così mutevoli.

Didascalie immagini

In copertina:
Etnografia del quotidiano. Uno sguardo antropologico sull’Italia che cambia di Marco Aime.

Marco Aime
Etnografia del quotidiano.
Uno sguardo antropologico sull’Italia che cambia
pagg. 190
Elèuthera, 2014