“Sul libro del destino era dunque scritto alla mia pagina che il 28 settembre 1786 alle cinque di sera secondo la nostra ora, entrando dal Brenta nella laguna, avrei visto per la prima volta Venezia […]. Così, a Dio piacendo, Venezia non mi è più una mera parola, il nome vuoto che per me, nemico giurato delle vacue sonorità, fu tante volte motivo d’angoscia”. J. F. Goethe, Viaggio in Italia.

Ciascuno di noi costruisce, durante la propria vita, una topografia affettiva che non corrisponde alla reale conformazione geografica dei luoghi: riportandola su una cartografia convenzionale, questa risulterebbe deformata perchè alcuni punti acquisiscono maggiore peso in ragione di un particolare legame che instauriamo con essi. Tra i fattori che contribuiscono a creare il legame ad un luogo vi sono senz’altro la qualità e le caratteristiche di uno spazio, la sua capacità di inserirsi nel contesto e di interpretarlo, in una parola: la sua architettura.
Il momento del viaggio ripropone con particolare intensità questo processo di immedesimazione e appropriamento, normalmente relegato agli ambiti della quotidianità. Il viaggio alla scoperta di un luogo, tuttavia, inizia molto prima di essere giunti alla meta: si costruisce nella prefigurazione, si carica di aspettative ed è mediato da un immaginario ex ante che ne surroga la conoscenza, condizionandone pesantemente l’esperienza.
Già ai tempi di Goethe la fama di Venezia era un bagaglio ingombrante per il viaggiatore appassionato che volesse conoscerla: oggi viene da pensare che sia diventata una sfida estrema e dagli esiti incerti. Inevitabilmente, la bella tra le belle – la più celebrata, ammirata, fotografata, consumata delle città – è sempre più spesso uno sfondo già visto nella pubblicità, nelle riviste, al cinema e il visitatore la pensa/la affronta/la vive secondo i consueti stereotipi che la trasformano inesorabilmente in parco tematico.
L’architettura potrebbe svolgere la funzione catartica di riscattare la dimensione del viaggio da questi vincoli, perché dispone di sofisticatissimi dispositivi in grado di “dare valore all’ambiente come potente elemento di suggestione […], creando atmosfere in cui il pubblico si trova immerso e stimolato, senza che se ne accorga”, come diceva Albini quando insegnava all’Istituto Universitario di Architetura di Venezia. È vero che non si vede che quello che già si conosce, ma è altrettanto vero che, una volta messi in crisi, i pre-giudizi cadono per cedere il passo a uno stato di attesa e di sospensione, che predispone alla ricerca del senso profondo delle cose.
C’è una parte di Venezia che, in virtù della propria marginalità, avrebbe potuto sottrarsi ai meccanismi dello stereotipo e offrire ai visitatori un antidoto alla cecità dello sguardo: le porte della città – punto a cui convergono tutti i flussi urbani turistici e commerciali, diaframma tra un ‘fuori’ indeterminato a un ‘dentro’ iperdeterminato, unico momento di vulnerabilità prima dello scatenarsi della caccia alle cartoline.
L’uso del condizionale passato è d’obbligo, perché le dinamiche principali che animano(?) la città, incuranti di questo potenziale, stanno trasformando lo snodo Tronchetto – Terminal Passeggeri – Piazzale Roma – Stazione Venezia Santa Lucia in un ‘hub’ metropolitano, di dimensioni sempre più estese, superiori a quelle dell’Arsenale, predisposto per accogliere e intrattenere il turismo di massa.

Se l’operazione complessiva ha lasciato inalterato l’arrivo deludente a Piazzale Roma, che soffoca miseramente l’impatto scenografico suscitato dall’attraversamento del Ponte della Libertà, l’intervento sulla stazione ferroviaria ha compromesso pesantemente il funzionamento di quegli spazi. Pur non essendo un episodio particolarmente felice di architettura, la stazione di Santa Lucia riusciva a suggerire il senso del luogo, perché si proponeva come strumento ottico puntato sulla città. Il ricordo di quello spazio è ancora nitido: l’arrivo al binario; il passaggio nello spazio un po’ compresso antistante ai binari, scandito dalle possenti colonne bronzee; poi l’impatto dell’atrio che si apriva per tutta la sua ampiezza allo spazio esterno e, subito, inquadrata dalle vetrate dell’uscita, la prima esperienza di Venezia: la luce, l’acqua, i riflessi, una cupola verde rame, un ponte sulla sinistra, gente che si affretta di buon passo in opposte direzioni.
L’intervento di ‘riqualificazione’ ha ritorto il meccanismo ottico su se stesso per puntare l’attenzione sul nuovo centro commerciale in rapida costruzione; il carattere della stazione di Venezia è stato dissolto per adeguarlo al layout omologato imposto alle Grandi Stazioni; le qualità estetica del vecchio edificio è stata sacrificata per rispettare gli imperativi del branding; gli spazi vecchi e quelli nuovi rispondono al criterio dominante della continua saturazione e dell’ingombro, indifferente al contesto.
Così il luogo del possibile riscatto è diventato il luogo della distrazione, ennesima occasione persa di favorire una percezione labirintica della città, la cui immagine viene restituita ancora una volta appiattita e depotenziata; emblema di questa sorte è il mosaico di De Luigi e Ambrosini, retaggio di sensibilità perdute, che nostalgicamente sussiste sopra gli stands del gran bazar e la folla ignara dei sui avventori.

Didascalie immagini
- Veduta della chiesa del Redentore sul canale della Giudecca a Venezia (© Rita El Asmar 2014 per Arte e Arti Magazine)
- Ponte della Costituzione (più noto come Ponte Novo o Ponte di Calatrava), che collega Piazzale Roma alla stazione Venezia Santa Lucia (© Rita El Asmar 2014 per Arte e Arti Magazine)
- Il mosaico di De Luigi e Ambrosini per la sazione di Venezia Santa Lucia (© Rita El Asmar 2014 per Arte e Arti Magazine)
In copertina:
Una veduta dall’interno della stazione di Santa Lucia a Venezia (© Rita El Asmar 2014 per Arte e Arti Magazine)