La ‘deriva delle arti contemporanee’, plurali negli approcci dei singoli creatori e sviluppate oltre gli steccati di ‘generi e stili’, è da sempre una tematica costante del dibattito critico e non che in riferimento all’arte del corpo per eccellenza, la danza, infiamma spettatori e addetti ai lavori.
Iniziata lo scorso 8 maggio, la XXI edizione del Festival Fabbrica Europa ha proposto per la sezione danza un trittico internazionale con prime assolute e nazionali, oltre a titoli contemporanei considerati già “repertorio”. Xavier Le Roy, Meg Stuart e Maguy Marin, sono i nomi degli autori inseriti in questo “cantiere aperto per una generazione in transito” che nelle intenzioni dei curatori si interroga costantemente sullo stato delle arti.

A sedici anni dal suo debutto Self Unfinished (1998) di Xavier Le Roy è stato presentato a Cango-Cantieri Goldonetta, evidenziando così la necessità per qualsiasi riflessione artistica, pur se iconoclasta, di avere una propria memoria e di costituire un proprio repertorio col quale dialogare.
Microbiologo francese e come danzatore già impegnato in riprese di alcuni titoli dei coreografi della Judson Church, quali Yvonne Rainer e Steve Paxton, Le Roy in Self Unfinished riformula codici e prassi sceniche, facendo del proprio corpo un elemento duttile in grado di rigenerarsi continuamente. Niente musica ma l’idea della musica, data da uno stereo azionato solo alla fine. Niente scene ma un ambiente bianco su cui si stagliano metamorfiche figure, non prive di ironia, prima che il nudo totale e la sua conseguente copertura investa lo spettatore. Sollecitato ad un movimento di pensiero continuo, lo spettatore accompagna il lavoro per tutto il suo svolgimento domandandosi sempre quale figura creerà questo ‘uomo di gomma’.
Lontani dai tempi caldi del suo debutto, Self Unfinished pare adesso aderire a quel filone di ricerca sul potenziamento e apertura delle possibilità date al corpo, già indicato da Alwin Nikolais. Nella sua rinuncia alle consuetudini sceniche Le Roy, infatti, di tutto può fare a meno tranne che di un corpo allenato e preciso, adoperato come catalizzatore delle aspettative dello spettatore.

In prima nazionale alla Stazione Leopolda, Violet (2011) di Meg Stuart, tra partiture elettroniche e concitati rulli di batteria, eseguiti dal vivo da Brendan Dougherty, ha portato cinque interpreti a materializzare vortici e scariche di uno tsunami.
Americana operante tra Bruxelles e Berlino e dal 1994 a capo della sua compagnia Damaged Goods, Meg Stuart in Violet pare interrogarsi su come coniugare il moto del singolo a quello del gruppo. L’energia esperita dai corpi diventa così un vettore sul quale intessere andamenti circolari e a spirale che trasportano gli interpreti sino all’isteria. Cavalcati dalla tempesta, come le maree raggiungo la ribalta per poi ritirarsi e come gli uragani accostano momenti di calma apparente a turbolenze inaspettate. Dalla stasi iniziale varie partiture di movimento si irradiano per tutto lo spazio scenico, seguendo l’andamento di immaginari turbini e saette, prima che un vortice inghiotta e fonda questi corpi, tendenti ad un ipotetico arcobaleno, dove il viola, come indicato dal titolo, segna il limite estremo oltre il quale non è consentito sporgersi.

Attesissima è stata la prima assoluta al Teatro Goldoni di Singspiele di Maguy Marin, inserita anche nella programmazione del 77°Maggio Musicale Fiorentino.
L’ex-béjartiana Marin, lontana ormai cronologicamente e emotivamente dal suo capolavoro May B (1981), in Singspiele sviscera i concetti di personaggio, maschera e l’attore, trovando nelle aspettative degli spettatori l’effettivo punto di raccordo di questi fattori.
Una parete, tre appendini su cui si trovano abiti dalla foggia più varia e sotto altrettanti cubi. È questa la scena, animata dalla sola presenza dell’attore David Mambouch. Occultato il volto da un’infinita carrellata di facce più o meno note, uomini e donne, anziani e giovani, reali e irreali, Mambouch sfodera magistralmente un susseguirsi di pose e atteggiamenti indotti dalla maschera indossata. Nutrito dalle riflessioni di Jean-Paul Manganaro, questo gioco di carattere metateatrale, forse un po’ didattico, cattura nella sua semplicità l’attenzione dello spettatore, intento ad indovinare come la maschera verrà tradotta in personaggio dal corpo dell’attore.

Prossimo appuntamento danzante di Fabbrica Europa al nuovo teatro dell’Opera di Firenze il 27 giugno con la City Contemporary Dance Company di Hong Kong per la prima europea di As if to nothing del coreografo tibetano Sang Jijia, in coproduzione con il 77° Maggio Musicale Fiorentino.
Didascalie immagini
- Xavier Le Roy in Self Unfinished (© Katrin Schoof)
- Violet (cor. M. Stuart) (© Tine Declerck)
- David Mambouch in Siengspiele (cor. M. Marin) (© Benjamin Lebreton)
- Violet (cor. M. Stuart) (© Tine Declerck)
In copertina:
Violet (cor. M. Stuart)
[particolare]
(© Tine Declerck)
XXI Fabbrica Europa Festival
Self Unfinished (1998)
di e con Xavier Le Roy
in collaborazione con Laurent Goldring
musica di Diana Ross
14 maggio 2014
Cango-Cantieri Goldonetta, Firenze
Violet (2011)
coreografia di Meg Stuart
creato con Alexander Baczynski-Jenkins, Varinia Canto Vila,
Adam Linder, Kotomi Nishiwaki, Roger Sala Reyner
drammaturgia di Myriam Van Imschoot
musica live di Brendan Dougherty
scenografia di Janina Audick
luci di Jan Maertens
Costumi di Nina Kroschinske
interpreti Marcio Kerber Canabarro, Varinia Canto Vila,
Renan Martins de Oliveira, Kotomi Nishiwaki, Roger Sala Reyner
14 maggio 2014
Stazione Leopolda, Firenze
prima nazionale
Siengspiele
creazione di Maguy Marin
interpretazione e creazione sonora di David Mambouch
scenografia di Benjamin Lebreton
regia generale di Stéphane Rouaud
luci di Alex Bénéteaud
suono di Antoine Garry
16 maggio 2014
Teatro Goldoni, Firenze
prima assoluta
Dove e quando
Evento: XXI FABBRICA EUROPA FESTIVAL
- Fino al: – 28 June, 2014
- Sito web