L’Italia è il paese che si custodisce il più grande patrimonio artistico del mondo? Non possiamo dirlo con certezza. Possiamo però affermare, senza scadere in un provinciale e antipatico campanilismo, che l’Italia può essere considerata il più grande Museo Diffuso del mondo. Il museo, nel senso etimologico del termine, da noi fuoriesce dai suoi confini, è dappertutto.
La bellezza artistica in Italia è pervasiva, la si ritrova in una naturale comunione tra paesaggio e cultura, storia e arte, architettura e tradizioni popolari. Questa è, a parer mio, la peculiarità che ci rende unici nel mondo. In questo grande “Museo” vi sono alcune opere che per bellezza e storia assumono delle posizioni di privilegio. Fra queste vi è, senza alcun dubbio, la Deposizione dalla Croce di Rosso Fiorentino, custodita nella Pinacoteca Civica di Volterra; esempio eccezionale in cui il museo arriva ad identificarsi con l’opera stessa, creando una magnifica e indissolubile alchimia tra il contenuto (opera d’arte) e il contenitore (Museo) al punto da diventare ciò che potremmo definire un Luogo dell’Anima.

Effettivamente siamo di fronte ad una delle opere più liriche della nostra storia dell’arte, omaggiata da grandi del passato, come Gabriele D’Annunzio che, nel romanzo Forse che si forse che no, ci ha lasciato una delle più belle pagine mai scritte sul dipinto: “ …..nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l’oliva, che regge lo scalèo con le sue braccia nude e guarda il crine della Maddalena attorno come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? senti come singhiozza il Prediletto? Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell’anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d’un vento fatale. La forza s’agitava nei loro muscoli come un’angoscia. In quel corpo, ch’eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d’Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d’aloe. Già il vento della resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l’ombra era in basso, tutta l’ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore…” , o come Pier Paolo Pasolini, che, ispirandosi all’opera e con un’altro linguaggio, quello cinematografico, ricostruisce nel film La Ricotta e in maniera personalissima ed originale, la scena della crocefissione con una meticolosa ricercatezza di dettagli da sfiorare la poesia.
La Deposizione di Volterra, è tra le grandi assenti della bella mostra Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della “maniera” in corso a Palazzo Strozzi. Certo, sarebbe stato emozionante ammirare il dipinto in dialogo con gli altri capolavori riuniti per la prima volta, in modo cosi imponente, nella grande rassegna fiorentina, ma, senza voler entrare nella diatriba tra i sostenitori e i contrari ai prestiti, ci sentiamo di affermare che quest’opera, proprio per la sua peculiarità, sarebbe stata una grave mancanza, seppur temporanea, per il Museo; ed è quindi giusto che sia rimasta nella sua “collocazione”, e che, chi desidera ammirarla, può trovarla nel luogo in cui è custodita. La Deposizione del Rosso, infatti, indipendentemente dell’innegabile bellezza della città che la ospita, merita il viaggio a Volterra. Ma come è nato questo capolavoro e perché si trova nella città dell’alabastro? Sappiamo da fonti certe che dopo il rifiuto da parte di Leonardo Bonafede della Pala dello Spedalingo (1518) oggi custodita agli Uffizi, il Rosso accettò alcuni incarichi fuori Firenze: prima di andare a Volterra, lo troviamo infatti a Piombino, e, secondo alcune fonti, anche a Napoli, dove ha potuto ammirare alcuni artisti spagnoli che potrebbero aver influenzato un cambiamento importante nel suo stile; secondo certa critica infatti, l’influenza degli spagnoli sarebbe riscontrabile nella Deposizione, nella nuova cromia sgargiante e nel metafisico sfondo color azzurro. Se osserviamo attentamente, tutto il dipinto è un insieme armonico di citazioni visive di grandi opere: dalla Deposizione di Filippino Lippi e Perugino, custodita nella Galleria dell’Accademia di Firenze, deriverebbe l’impostazione della Croce e la presenza delle due scale laterali; dalla Pietà Vaticana di Michelangelo il corpo del Cristo deposto dalla croce; dall’Adamo nella Cacciata dei progenitori dall’Eden di Masaccio la struggente posa di San Giovanni, col volto nascosto tra le mani.

La pala illustra un momento ben preciso, ovvero la discesa del corpo di Gesù dalla croce, come raccontata nel vangelo di Matteo (27, 45; 57), La scena è ambientata al crepuscolo e il corpo di Cristo sembra essere sul punto di scivolare dalle mani degli amici in un momento di concitazione emotiva che è contrapposta, nella parte inferiore, con la teatrale spiritualità della Madonna addolorata, della Maddalena inginocchiata e dal San Giovanni piegato dal dolore.

I colori complementari sono accostati con effetti cangianti di evidente matrice michelangiolesca. Tipici dello stile del Rosso sono anche le deformazioni dei corpi e dei volti che giungono all’estrema esasperazione nel vecchio Nicodemo che, affacciato dall’alto sulla croce, ha il viso contratto come una maschera. Sullo sfondo, si intravedono, piccolissimi, anche alcuni personaggi, forse degli armigeri. L’opera è stata commissionata intorno agli anni venti del Cinquecento dalla Compagnia della Croce di Notte per una cappella della chiesa di San Francesco. La destinazione dell’opera consente al Rosso di entrare in un dialogo linguistico con gli affreschi quattrocenteschi di Cenni di Roberto, carichi anch’essi di cieli azzurro lapislazzulo e di personaggi dalle pose enfatiche e, in questo confronto con il suo predecessore, il Rosso riesce ad esprimere il meglio della sua arte. Nel 1788 l’opera fu trasferita nella cappella di San Carlo in Duomo per essere definitivamente collocata nella Pinacoteca nel 1905.
Durante la sua lunga carriera, destinata a concludersi in Francia, presso la corte di Francesco I, il Rosso porterà sempre con se questa sua peculiarità: l’elaborazione dei modelli del passato, seppur con uno stile personalissimo e spregiudicato. Caratteristica che costituirà sempre l’anima del suo lavoro e di cui la Deposizione di Volterra rappresenta una delle espressioni più alte.
Didascalie immagini
- Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino (Firenze, 1495 – Fontainebleau, 1540), Deposizione dalla croce olio su tavola, 1521, Volterra, Pinacoteca Civica
- Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Lido di Ostia, 1975), Fotogramma dal film La Ricotta, 1963
- Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai, detto il Masaccio (Castel San Giovanni in Altura, 1401 – Roma, 1428), Cacciata dei progenitori dall’Eden, particolare dell’Adamo, Affresco, 1424-1425, Firenze, Cappella Brancacci, Chiesa di Santa Maria del Ca
- Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino (Firenze, 1495 – Fontainebleau, 1540), Deposizione dalla croce, particolare della Madonna con le pie donne, olio su tavola , 1521, Volterra, Pinacoteca Civica
In copertina:
Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino (Firenze, 1495 – Fontainebleau, 1540), Deposizione dalla croce,olio su tavola, 1521, Volterra, Pinacoteca Civica
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