“Se l’espressione pittorica è cambiata, è perché la vita moderna l’ha richiesto…
La vista dal finestrino della carrozza ferroviaria e dell’automobile, unita alla velocità,
ha alterato l’aspetto abituale delle cose. Un uomo moderno registra cento volte più
impressioni sensoriali rispetto a un artista del diciottesimo secolo…
La compressione del quadro moderno, la sua varietà, la sua scomposizione delle forme,
sono il risultato di tutto questo”. (Fernand Léger, 1914)
La citazione del pittore francese, alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra, è il commento alle radicali trasformazioni che, con l’avvento della seconda rivoluzione industriale, andavano a coinvolegere, e stravolgere, il quotidiano ritmo di vita in un cambiamneto veloce fino a divenire frenetico.

A Fernand Léger (Argentan, 4 febbraio 1881 – Gif-sur-Yvette, 17 agosto 1955) il Museo Correr dedica la prima grande esposizione sulla sua opera. Curata da Anna Vallye – con la direzione scientifica di Gabriella Belli e Timothy Rub, direttore del MPA di Philadelphia e il progetto espositivo di Daniela Ferretti – Léger. La visione della città contemporanea 1910-1930, è arrivata a Venezia, dopoil Philadelphia Museum of Art, con un cetinaio di opere di cui oltre sessanta dell’artista francese.

Léger, come tutta la sua generazione, vive le trasformazioni di quegli annil L’elettricità, l’automobile, l’aeroplano in una società che, da prevalentemente rurale, è sempre maggiormente urbana assistendo anche alla nascita dei nuovi mezzi di comunicazione: il cinema, il telegrafo e la radio. All’inizio del Novecento il ritmo della modernità palpita segnando una svolta epocale nel mondo occidentale.

Dopo un apprendistato di architettura a Caen, nel 1900 il diciannovenne Léger arriva a Parigi e tre anni più tardi entra nella Scuola di arti decorative. Distrutta la maggior parte delle sue prime opere, nel 1908 inizia ad elaborare uno stile personale, influenzato dal cubismo e dai lavori di Picasso.Nel 1914 viene mobilitato sul fronte della Prima Guerra Mondiale a Ardennes e Verdun, esperienza che lo segnerà per la vita.

Presente in nostra “La Ville” il quadro da cui inizia la fase più sperimentale della sua produzione, concesso eccezionalmente in prestito dal museo di Philadelphia insieme ad un nucleo di altre venticinque opere. Eseguito nel 1919, al suo ritorno a Parigi dopo l’esperienza al fronte, il grande dipinto (quasi due metri per tre) influenzerà un’intera generazione di artisti, diventando un vero e proprio manifesto della pittura dedicata al tema della nuova “macchina urbana”.

Il visitatore, anche per l’importante nucleo di opere esposte, può quindi confrontare la pittura di Léger con molti altri suoi innovativi progetti, sempre collegabili al tema della città moderna poco note in Italia, come per esempio le sue creazioni di grafica pubblicitaria, di scenografia e di cinematografia, ma anche di approfondire la sua relazione con i protagonisti di quella fertile stagione dell’avanguardia.

A Parigi, Léger e gli artisti dell’avanguardia, colgono le sollecitazioni provenienti dalla “fucina” di stimoli e innovazioni rappresentata dalla moderna metropoli, esercitano un ruolo guida nella ridefinizione dell’arte all’interno della società. L’opera di Léger è in questa direzione davvero pioneristica e la mostra evidenzia la sua concezione pluridisciplinare e lo sforzo di cambiare le forme della pittura, corrispondendo così alle nuove esigenze della realtà urbana, in linea con quel fenomeno che nel secondo dopoguerra verrà catalogato come comunicazione di massa.

Influenzato dal cubismo di Picasso e dalle frequentazioni con gli esponenti più in vista dell’avanguardia europea, come Robert Delaunay, Jacques Lipchitz e Juan Gris, Léger, rielaborando il proprio stile fino a
una cifra del tutto personale, già dal primo dopoguerra, si imporrà come un grande architetto della pittura e il suo “realismo”, al passo con la vita urbana, sarà indubbiamente l’esito tra i più interessanti della contaminazione tra le diverse forme d’arte e il linguaggio dei primi mass-media.

Accompagna l’evento un bel catalogo edito da Skira.
In contemporanea al Correr, al museo Fernand Léger di Biot in Francia, è allestita fino al 2 giugno 2014 Fernand Léger: reconstruire le réel, 1924-1946 su parte della carriera ancora poco esplorata, indagando i suoi rapporti con i principi di un movimento che, a prima vista, era ben lontano dalla sua formazione: il Surrealismo.
Data fine:02 June, 2014
Dettagli
SEZIONI DELLA MOSTRA
(courtesy Fondazione Musei Civici Veneziani)
La metropoli prima della guerra
A diciannove anni, Léger arriva a Parigi all’alba del nuovo secolo, per lavorare come disegnatore architettonico. Quando parte per il fronte della Prima Guerra Mondiale nel 1914, è già un pittore emergente tra le avanguardie dell’epoca. Parigi è allora il luogo migliore in cui trovarsi per un artista giovane e ambizioso. La città è il centro mondiale dell’arte e della cultura, nonché la capitale del commercio e del bel vivere. Le recenti invenzioni cominciano a rivoluzionare la vita di tutti i giorni: il telefono, la radio e la stampa portano nelle case informazioni e notizie internazionali, mentre le automobili, i treni espressi e gli aeroplani stanno accelerando il ritmo della vita. Il cinema e i grammofoni offrono intrattenimenti alla portata di tutti, e la luce elettrica trasforma le strade notturne in luna park.
Léger si accorge che la metropoli in via di trasformazione ha bisogno di un’arte nuova. È una rivelazione comune anche ad altri artisti: si pensi ad esempio che proprio in quegli anni prende vita in Italia e si impone all’attenzione di tutta Europa il movimento futurista (il primo manifesto è del 1909), muovendo proprio dalla necessità di una nuova visione del mondo, basata sulla contemporaneità, la tecnologia, la velocità, il movimento che caratterizzavano appunto le nuove realtà urbane. “La portiera del vagone o il parabrezza dell’automobile’’, scrive Léger nel 1914, “uniti alla velocità acquisita, hanno cambiato l’aspetto abituale delle cose. L’uomo moderno registra un numero di impressioni cento volte superiore rispetto a un artista del XVIII secolo.” Le opere qui esposte vedono il lavoro di Léger affiancato a quello di altri artisti, con i quali egli instaura rapporti di collaborazione, scambio di idee, amicizia. Li accomuna l’intento di cogliere con la pittura i nuovi ritmi della vita urbana moderna, nel contesto irripetibile di fioritura delle molte diverse e rivoluzionarie tendenze artistiche che nascono e si intrecciano nella Parigi prebellica– dal cubismo nelle sue varie declinazioni, al futurismo, al simultaneismo – che per Léger e i suoi amici sono semplicemente un “nuovo modo di vedere”.
Léger dipinge La città
Nel 1918, dopo quattro anni passati prima rischiando la vita sul fronte e poi smaltendo un’intossicazione da gas in ospedale, Léger torna a Parigi. La guerra ha imposto una frustrante interruzione al suo lavoro, ma gli ha anche impartito una dura lezione, un “contatto con la realtà nuda e cruda”, che l’artista metterà in pratica con urgenza e concentrazione. Il quadro La città rappresenta l’esito culminante di questo intenso sforzo– comprovato da 14 studi preparatori, di cui due qui esposti- un vero e proprio manifesto postbellico. Secondo Léger il compito dell’arte è quello d’essere “equivalente” alla vita moderna anziché limitarsi a rappresentarla. L’energia creativa della sua Città regge il confronto con la frenesia della vita nella metropoli. Immagini fugaci di tabelloni pubblicitari, sbuffi di fumo, cartelli stradali e impalcature sono collocati tra colori vividi e forme contrastanti per produrre l’effetto di “massima intensità” che ricorda il disorientamento e l’assalto sensoriale provati da chi cammina lungo una strada affollata. Il dipinto ha la linearità grafica di un cartellone pubblicitario, il movimento tremolante di uno schermo cinematografico, l’espansione di un fondale di teatro e l’audacia di un murale. Si proietta così oltre la cornice, aspirando a competere con altre immagini dell’ambiente urbano. Per Léger, La città è l’annuncio di una nuova direzione e un punto di riferimento creativo cui tornerà continuamente. E quando nel 1942, facendo un bilancio della sua attività, affermerà che solo tre opere fondamentali l’hanno “dominata per intero”, La città sarà la prima della lista. Il tentativo di conferire monumentalità e forza viscerale al soggetto della vita urbana rimarrà il progetto principale della sua carriera, tradotto come si può osservare nelle sale successive in molte nuove opere nel campo del design murale, del teatro, del cinema e della pittura.
La pubblicità
Il 1919, anno in cui Léger dipinge La città, segna l’inizio di un’età dell’oro per la pubblicità a Parigi. Mentre l’economia si riprende dopo la guerra, le vie della capitale sono invase da manifesti e grandi cartelloni. Come i giornali, la pubblicità viene considerata una forma di comunicazione pubblica, o publicité. Il suo obiettivo è produrre un poderoso impatto visivo capace di emergere dal caos del traffico cittadino e di trasmettere il messaggio desiderato. A questo scopo, le aziende del settore si rivolgono agli artisti più moderni, nelle cui mani il design pubblicitario diventa una forma d’arte commerciale innovativa. Dopo La città, Léger semplifica le sue composizioni, ricorrendo a motivi iconici disposti ritmicamente e a una gamma cromatica audace. I dipinti acquisiscono un nuovo piglio aggressivo, percepibile anche da lontano. Se questo approccio deve molto alla pubblicità moderna, i designer pubblicitari imparano a loro volta molto da Léger, al punto che l’artista viene definito “il padre del manifesto francese contemporaneo”. Egli, tuttavia, prende a prestito determinati effetti anche dal cinema. Come il manifesto pubblicitario, il primo piano cinematografico attira l’attenzione sugli oggetti quotidiani in modo completamente nuovo. Léger arriva addirittura a paragonare la sequenza di manifesti lungo una strada alla bobina di un film che si srotola. Non contento di usare questi mezzi visivi come fonte d’ispirazione per la sola pittura, gira anche un film, crea manifesti e illustrazioni per libri e riviste.
Lo spettacolo
Ballet Mechanique
È l’unico film di Lèger, realizzato con il contributo artistico di Man Ray e la collaborazione alla regia di Dudley Murphy. Non ha trama ma consiste nell’interazione ritmica di oggetti d’uso comune, tra primi piani, scomposizioni o ribaltamenti simmetrici. Per Léger è una sorta di dichiarazione d’intenti sul potere del cinema di trasformare oggetti ordinari in uno spettacolo intensamente lirico. Interpreti e trama sono irrilevanti, in modo che la potenza del mezzo filmico emerga come capacità di rappresentazione dell’immagine animata e in questo senso si ponga come attività strettamente artistica, al pari della pittura o della poesia. In seguito, Léger attingerà al repertorio figurativo del film in diversi dipinti. La versione che qui vediamo è probabilmente l’originale presentato alla prima del film nel ’24.
Lo spettacolo e il design teatrale
La vita moderna, scrive Léger nel 1924, “scorre a una velocità tale che […]un pezzo di vita visto dalla terrazza di un caffè è uno spettacolo”. Animata da cartelloni pubblicitari e da vetrine variopinte, da veicoli che sfrecciano e insegne che lampeggiano, la strada è diventata essa stessa un evento teatrale, uno spettacolo. Ne consegue che una delle possibilità più allettanti per un pittore che voglia entrare nella “grandiosa messa in scena della vita” sia lavorare per il teatro. Negli anni Venti, Léger s’ interessa sempre di più all’allestimento teatrale, una passione che condivide con amici esponenti delle avanguardie del tempo, dal pittore dada Francis Picabia, di cui ammira in modo particolare lo straniante balletto Relache, ove s’intrecciano forme cinematografiche e performance dal vivo, a Sonia Delaunay, capace di decostruire con i suoi costumi di scena i corpi stessi degli attori attraverso “cubistiche” geometrie di colori.
Léger giudica obsoleto il teatro classico, che privilegia le parole del drammaturgo e la performance dell’attore. Sogna invece una “scena pubblica” che combini circo, luna park, spettacolo di varietà, danza e cinema. Collaborando con i Ballets suédois (Balletti svedesi), immagina il palcoscenico come un dipinto che prende vita: una composizione mobile di colori brillanti e di forme inaspettate, coreografata secondo la sua “legge pittorica dei contrasti”. ll suo teatro vuole produrre uno “stato lirico di stupore”, un poema spettacolare di scene ed eventi costantemente reinventati in modi inattesi e sorprendenti, proprio come è la vita moderna.
Lo spazio
Léger ritiene che l’arte del suo tempo abbia “liberato” il colore, che nelle epoche precedenti era stato vincolato alla rappresentazione degli oggetti e che è invece “un’esigenza naturale, come l’acqua e il fuoco […] una materia prima indispensabile alla vita”, nonché un elemento cruciale dell’ambiente urbano. Questa visione del colore liberato nell’ambiente scaturisce dagli incontri con l’architetto svizzero Le Corbusier e con il pittore olandese Theo van Doesburg. Seppur in modi diversi, anch’essi sentono l’esigenza di una nuova libertà spaziale in cui il colore diventi un elemento attivo.
Lo spazio Liberato dalla pittura moderna, il colore può invadere le vie. Léger sogna di coreografare intere città dipingendone i muri a tinte accese. Immagina che la pittura, uscendo fuori dalla tela, possa vagare per la metropoli: “Tutti gli insediamenti umani invasi dal colore”. Proprio in questa direzione è chiaro il suo legame con De Stjil (Neoplasticismo), il movimento fondato nel 1917, insieme a van Doesburg, da Piet Mondrian, amico di Lèger fin dai tempi di Montparnasse, cui aderisce anche lo scultore Georges Vantongerloo. Con Léger essi condividono l’idea dall’interazione tra le diverse discipline, della permeabilità tra interno ed esterno, del rapporto tra spazio e colore. Tra il 1924 e il 1926, Léger crea una serie di “dipinti murali” astratti ispirati a tutto ciò. Non più “quadri da cavalletto”, sono opere che intendono interagire con l’ambiente circostante. “Tra tutti i pittori moderni”, avrebbe osservato Le Corbusier, Léger è “ l’unico i cui dipinti richiedano una nuova architettura.”