Ryota architetto di successo con ancora una lunga carriera davanti è un uomo rigoroso ed esigente, con se stesso almeno quanto con la moglie Midori e il figlio di sei anni Keita che lui vive quasi come una replica di sé, aspettandosi da lui la stessa grinta nell’inseguire il successo che gli appartiene.
Perciò quando il bambino con gioia e candore elogia l’esecuzione al piano di una piccola concorrente palesemente più dotata di lui in una competizione musicale – “forte lei!” – il padre costernato è incapace di comprendere la purezza del bambino.
Un giorno arriva improvvisa una chiamata dall’ospedale centrale Maebashi dove Keita è nato, i coniugi sono convocati per una comunicazione delicata che non può esser discussa al telefono. Un bambino di nome Ryusei nato lo stesso giorno di loro figlio, in seguito a un’analisi medica prevista dai protocolli scolastici, ha evidenziato un dna incompatibile con i propri genitori ma non con quello di Ryota e sua moglie; il direttore dell’ospedale costernato paventa la possibilità che possa inspiegabilmente esser avvenuto uno scambio di neonati e quando l’eventualità diventa fatto concreto la coppia sprofonda in un turbine di confusione, fatto di emozioni e sentimenti contrastanti.

Nasce il dilemma su come risolvere la questione limitando i danni. I due piccoli hanno vissuto per sei anni in ambienti distanti e incompatibili, non solo costruendo rapporti affettivi, Ryusei ha anche una sorella e un fratellino più piccoli, ma soprattutto abituandosi a regole e valori esistenziali diversi condizionati dai ceti sociali a cui i due nuclei familiari appartengono.
L’attico di lusso in cui vive la famiglia di Ryota con una gestione quasi asettica dei sentimenti si contrappone alla piccola casa adiacente al negozio di elettricista dell’altro padre Yudai, un uomo rozzo e disordinato, con un approccio al lavoro molto più che rilassato, sempre a corto di denaro ma senza preoccupazioni per questo e pronto in ogni minuto a dedicare tempo al gioco coi propri figli.

Il regista Kore-eda Hirokazu autore di titoli in cui spesso l’infanzia è protagonista come Kiseki (2011) o Nessuno sa (2004), unico distribuito in Italia fino ad ora a fronte di una filmografia di oltre dieci titoli, con FATHER and SON di cui ha scritto anche la sceneggiatura originale e curato il montaggio, ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2013.
Lo spunto è nato da una riflessione molto intima e personale: quand’è che un uomo diventa padre?
Il giorno che è nata sua figlia egli ha visto la moglie trasformarsi in madre immediatamente; il vivere in simbiosi fisica col neonato scandito dai ritmi dell’allattamento, meccanismo ancestrale che si mette in moto in quel rapporto speciale riservato solo alla donna, asseconda il miracolo della natura ma pur nella gioia di una raggiunta paternità può far sentire l’uomo escluso.

Il dilemma sofferto delle due famiglie – scambiare di nuovo i bambini o lasciarli crescere nelle vite a cui ormai sono abituati? – rappresenta la scelta di decidere a cosa deve esser dato più valore tra il sangue e il vissuto.
Alla presunta atavica supremazia della natura e quindi al fattore puramente biologico, o alla cultura rappresentata dai ricordi formativi della primissima infanzia e da tutto ciò che l’individuo fa proprio nello scorrere del vivere?
FATHER and SON evita abilmente ogni eccessivo sentimentalismo privilegiando il racconto dello smarrimento dei due piccoli protagonisti, rappresentato con tenerezza e verità grazie alle prove particolarmente spontanee dei piccoli attori Keyta Ninomiya e Shôgen Hwang.

Fukuyama Masaharu, famoso in Giappone soprattutto come cantautore, nel ruolo del protagonista Ryota rende tangibile il conflitto di un uomo condizionato dal retaggio della propria famiglia d’origine, con una figura paterna distante a conferma che a volte si può essere estranei anche tra consanguinei.
La risposta al dubbio su quale sia il destino migliore per il futuro dei due bambini arriverà in modo del tutto imprevisto, dalla lezione incassata da un estraneo con un esempio che vale più di mille parole, ma sarà inevitabilmente incapace di esaurire la questione, affidata (come sempre dovrebbe essere per le cose importanti della vita) alla personale sensibilità del singolo.

Al regista Kore-eda Hirokazu non è sufficiente questo film per dare una risposta definitiva a se stesso, ma certo alimenta la riflessione: “Mio padre è morto dieci anni fa e io sono padre da cinque anni. La mia idea di paternità è cambiata quando è cambiata la mia posizione nell’albero genealogico familiare. […]
Posso solo dire che diventare padre non è una cosa che fai da solo, è tuo figlio che fa di te un padre!”
Dettagli
SCHEDA FILM
- Titolo originale: Soschite chichi ni naru
- Regia: Kore-eda Hirokazu
- Con: Fukuyama Masaharu, Ono Machiko, Maki Yoko, Lily Franky, Keyta Ninomiya, Shôgen Hwang, Jun Fubuki, Arata Iura, Kirin Kiki, Jun Kunimura, Megumi Morisaki, Yuri Nakamura, Isao Natsuyagi, Hiroshi Onkôchi, Kazuya Takahashi, Piêru Taki, Tetsushi Tanaka
- Sceneggiatura: Kore-eda Hirokazu
- Fotografia: Takimoto Mikiya
- Musica: Takeshi Matsubara, Junichi Matsumoto, Takashi Mori
- Montaggio: Kore-eda Hirokazu
- Scenografia: Mitsumatsu Keiko
- Produzione: Matsusaki Kaoru e Taguchi Hijiri in associazione con Osawa Megumi per Fuji Television Inc., Amuse Inc. e Gaga Corporation
- Genere: Drammatico
- Origine: Giappone, 2013
- Durata: 120’ minuti