Alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro prosegue fino al prossimo 4 maggio “Giuseppe Panza di Biumo. Dialoghi americani“, l’omaggio a uno dei protagonisti del collezionismo internazionale del Ventesimo secolo, la cui passione, insieme a intuito e fede nell’arte contemporanea, hanno creato, dal 1955, una fra le più interessanti raccolte d’arte di pittura americana del secondo dopoguerra con oltre duemilacinquecento opere.
Curata da Gabriella Belli e Elisabetta Barisoni, con il progetto espositivo di Daniela Ferretti, l’esposizione veneziana propone un’accuratissima selezione di capolavori che spaziano dall’espressionismo astratto alla pop art, dalla minimal all’arte concettuale, alla‘‘terza collezione’’ costruita dagli anni Ottanta in poi.

Una quarantina di lavori di ventisette artisti in prestito dai musei Guggenheim di New York e MOCA di Los Angeles, le due istituzioni americane che conservano i nuclei più importanti della collezione Panza di Biumo, insieme ad un gruppo di significative opere provenienti dalla collezione privata della famiglia (gestita dalla moglie Rosa Giovanna Panza e dai figli). Occasione di vedere, esposta per la prima volta in Italia, la parte più “segreta” e nello stesso tempo più nota – per la fortuna critica che accompagnò il destino dei suoi protagonisti – della straordinaria collezione la cui coerenza rivela molto dello spirito con cui è stata costruita.
Infatti, per Giuseppe Panza (Milano, 23 marzo 1923 – Milano, 24 aprile 2010) collezionare ha sempre significato attribuire un senso estetico ed etico alla sua vita giornaliera, una relazione molto complessa, intima e appassionata che non riguardava, se non in maniera del tutto residuale, l’area dell’investimento economico. Sia quando sceglie, nella prima stagione della sua collezione, gli autori statunitensi del post-formalismo, toccando con mano il vigore creativo della giovane generazione artistica americana, sia quando, a partire dal 1969, coglie tra i primi il valore e la novità dell’arte concettuale, Panza agisce sempre come un vero talent scout mosso dall’esigenza di scoprire e da un’assetata curiosità di conoscere.

Mentore della contemporaneità con intuizioni originali in tempi “non sospetti” e rapporti personali con gli artisti, costruì una collezione divenuta documento fondamentale non convenzionale per comprendere l’evoluzione artistica di quel periodo. Coolezione che l’Italia si è fatta sfuggire quando la Regione Piemonte, nel 1974, non colse l’offerta di vendita di 80 opere della raccolta a un prezzo scontato, pur che restassero in Italia (sarà poi il MOCA di Los Angeles a comprarle), o quando altre città non resero possibili le donazioni proposte; una collezione la cui identità viene ricostruita, a grandi tappe, in un allestimento che ha l’intento di assecondare il gusto e la predilezione di Panza per il silenzio e gli ampi intervalli a fedele testimonianza delle sue preferenze collezionistiche.

“Quello che posso dire – spiegava Panza nelle conversazioni con Philippe Ungar – è che la mia ricerca va oltre i limiti di quello che si vede: tende a qualcosa che non riesco mai veramente a raggiungere, ma che ho la sensazione coincida con la pienezza della vita. Il sentore che tutto derivi da questa cosa incomprensibile…è una ricerca personale. Ho la sensazione che anche chi crea sia alla ricerca del superamento di qualcosa, che egli diventi lo strumento di una forza, di un soffio, di un’energia di cui solo raramente siamo consapevoli”.
E ancora, nella sua autobiografia pubblicata nel 2003 si legge: ‘‘la vera arte è sempre uno strumento per comunicare con l’ignoto, che è dentro di noi e attorno a noi…’’.
Fra le opere in mostra non poteva mancare la prima opera di Rauschenberg acquistata da Panza: quel Kickback che “lo impressionò” a Documenta II, nel 1959, “perché vi era un’atmosfera carica di emozioni, una rappresentazione della realtà completamente trasfigurata dalla memoria e dalla passione, episodi del momento…”.
Ammirabili anche il suo primo Kline, Buttress, acquistato nel 1956 per 550 dollari, alcuni degli Oldenburg ottenuti tramite la Green Gallery di Dick Bellamy e l’opera Murillo, 1968 di Robert Ryman – per Panza uno degli artisti fondamentali del secolo – che egli vide nel ’70, in occasione di una monografica alla galleria Lambert di Milano: “un’improvvisa rivelazione; in quell’istante sentivo che era qualcosa di grande che s’imponeva con autorità alla mia coscienza, senza nessuna evidente ragione…”.
Il catalogo edito da Marsilio contiene testi di Gabriella Belli (direttore Fondazione Musei Civici di Venezia), Ted Mann (Assistant Curator della Panza Collection al Guggenheim di New York), Alma Ruiz (Senior Curator al MOCA di Los Angeles) e Elisabetta Barisoni (curatore Mart e dottoranda Università degli Studi di Verona).
Data fine:04 May, 2014