Alla nascita il Cinema era solo un altro mezzo per catturare la realtà, una sorta di fotografia in movimento e soltanto in un secondo momento è diventato mezzo espressivo, linguaggio di rappresentazione, oggetto d’intrattenimento e forma di spettacolo.
Georges Méliès con i suoi film fantastici fu il primo a intuire le potenzialità del mezzo e realizzò le sue fantasmagorie visive occupandosi personalmente di ogni aspetto tecnico della lavorazione, dalle scenografie dipinte ai costumi alle riprese.
Poi la settima arte si è evoluta passando da quel livello artigianale ad uno industriale che ha fatto nascere tante figure professionali distinte, ognuna con specifiche competenze, che hanno trasformato le opere cinematografiche rendendole frutto di lavoro collettivo.

In genere consideriamo per convenzione il regista che firma un film come l’autore dell’opera, ma l’approccio più corretto sarebbe quello d’immaginarlo capitano in mare che ha bisogno dell’apporto prezioso di tutto l’equipaggio per condurre la neve in porto; suo compito principale è in fondo quello di coordinare il lavoro di tutti quei tecnici che prestano, ognuno nel suo specifico ambito, la propria arte per dare corpo alla visione del racconto visivo che va a costruire.
Per aver un’idea dell’importanza anche degli artigiani che dietro le quinte realizzano su commissione ciò che serve a un film, basti pensare a cosa sarebbe stato il Cinema di Federico Fellini senza le maestranze che ruotano attorno a Cinecittà: pittori, scultori, carpentieri, sarte, elettricisti, macchinisti e chi più ne ha più ne metta.

Tra tutti i profili indispensabili alla realizzazione di un film uno in particolare potrebbe aspirare a buon diritto a firmare l’opera a fianco del regista, quello che per la natura stessa del suo lavoro ha influenza diretta sull’immagine finale che raggiungerà lo schermo: il direttore della fotografia.
Professionalità a cui spesso non viene dato abbastanza rilievo e che, ironia della sorte, persino sul piano linguistico stenta ad affermare il suo valore determinante, il nome corretto sarebbe infatti Cinematografo, termine usurpato dall’uso comune a definire la settima arte stessa.

Spesso operatore dietro la macchina da presa, il direttore della fotografia è come un pittore che con l’uso sapiente di luci, filtri e fogli di gelatina colorati plasma l’immagine alla ricerca della giusta atmosfera.
Soprattutto al suo lavoro si deve gran parte della magia del Cinema, da ciò la sua importanza fondamentale che ha persino il potere di fermare il tempo, quando ad esempio irradia un set con la tipica luce del mattino o, come nel Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder con la fotografia di Xaver Schwarzenberger e Josef Vavra, con l’oro di un eterno tramonto per intere giornate di riprese.

Vittorio Storaro, forse il direttore della fotografia italiano più noto a livello internazionale già vincitore di tre premi Oscar per Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, Reds (1982) di Warren Beatty e L’ultimo imperatore (1988) di Bernardo Bertolucci, affiancato dai colleghi Luciano Tovoli (tra le sue opere Professione reporter di Michelangelo Antonioni e Suspiria di Dario Argento) e Daniele Nannuzzi (suoi tra gli altri Santa Sangre di Alejandro Jodorowsky e Un tè con Mussolini di Franco Zeffirelli), ha pubblicato per Skira il volume L’Arte della Cinematografia con testi di Bob Fisher e Lorenzo Codelli.

L’elegante pubblicazione s’inserisce in un percorso più ampio finalizzato a ottenere il giusto riconoscimento di una professionalità connotata da un alto valore artistico, senza alcun dubbio ascrivibile tra le opere d’ingegno a cui va garantita degna tutela.
Un cammino intrapreso più di vent’anni fa con l’istituzione di Imago, l’Associazione Europea Direttori della Fotografia nata nel 1992 su iniziativa italiana, a cui hanno aderito le associazioni nazionali di categoria di Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna ma che oggi conta tra gli iscritti anche membri di altri Paesi come Messico, Cuba, Brasile, Argentina, Australia, India, Canada, Nuova Zelanda e Giappone.
La Legge italiana sul diritto d’autore ad esempio, per quanto riguarda le opere cinematografiche, riconosce una paternità tutelata dalle norme sul copyright solo alla figura del regista, dello sceneggiatore e dell’autore della musica originale ma non a chi con la sua arte crea immagini, luci e atmosfere che sono paradossalmente la materia prima in un’opera audiovisiva.

L’Arte della Cinematografia è un evento editoriale prestigioso che trova il suo motivo d’esistere nel tentativo d’invertire la tendenza che spinge verso il basso l’occhio dello spettatore sempre più disabituato, nel bombardamento visivo cui è sottoposto ogni giorno, a riconoscere il valore della qualità.
Come scrive Lorenzo Codelli nella sua introduzione, “Nell’era in cui un ignoto filmmaker con il proprio cellulare può girare magari Star Wars e proporlo a costo zero sul Web a miliardi di potenziali fruitori, sta ulteriormente scadendo il gusto visivo medio degli spettatori, sottoposti a brutture d’ogni tipo.
Esaltarsi al cinema davanti a immagini sublimi può apparire un esercizio tra il nostalgico e il museale.
Eppure è questa la motivazione primaria sia degli autori del presente libro che degli autori della cinematografia di cui esso tratta.”.
In questo senso encomiabile è l’iniziativa degli ultimi tempi di riproporre nel buio della sala vecchi classici restaurati in digitale, seppur limitata a ristrette fasce temporali di programmazione.

Attraverso il ritratto professionale di centocinquanta ‘Cinematografi’ e dei capolavori immortali che hanno illuminato e firmato nella loro carriera, il volume propone una diversa inedita angolazione per ripercorrere un secolo di storia del Cinema dal 1911 a 2011, un dovuto atto d’amore verso degli artisti che in molti casi ci hanno consegnato film indimenticabili ma quasi nessuna traccia di sé.
Per ogni scheda, selezionata confessando scelte arbitrarie di “cuore e anima”, è riportata un’immagine col volto del protagonista, un profilo della sua attività professionale e l’individuazione del titolo più rappresentativo di cui lo stesso Storaro ha scelto due immagini da sovrapporre e presentare in un unico spazio visivo, come un’improbabile eterna dissolvenza che mira a evocare lo spirito e le emozioni dell’intero film.

La cavalcata in cento anni di Cinema inizia con il capolavoro italiano del muto Cabiria, diretto da Giovanni Pastrone e fotografato da sei artisti diversi: Segundo de Chomón, Augusto Battagliotti, Eugenio Bava, Natale Chiusano, Carlo Franzeri e Giovanni Tomatis, concludendosi con la tedesca Anna Foerster che ha illuminato il mondo shakespeariano ricreato da Roland Emmerich per il suo Anonymous.
In mezzo tanti ricordi di celluloide ormai indissolubilmente legati al nostro tessuto emotivo collettivo, da Eduard Tissé autore della fotografia de La corazzata Potëmkin di Sergej M. Ejzenštejn al nostro Gianni Di Venanzo con l’8 ½ di Federico Fellini, da Boris Kaufman con Fronte del porto di Elia Kazan al serbo Vilko Filać con Underground di Emir Kusturica, dal messicano Rodrigo Prieto con Amores Perros per la regia di Alejandro González Iñárritu al suo connazionale John Alonzo autore delle luci per Chinatown di Roman Polanski.

L’Arte della Cinematografia è corredato da un dvd che raccoglie sequenze indimenticabili accompagnate da un tappeto sonoro originale di Francesco Cara, un viaggio di oltre cento minuti curato da Daniele Nannuzzi nei centocinquanta film ‘simbolo’ celebrati nel volume.
Un oggetto prezioso, scritto in doppia lingua italiano e inglese, utile per esplorare l’arte della luce troppo spesso lasciata in ombra e imparare a conoscere i suoi più grandi artisti.
Dettagli
L’Arte della Cinematografia
Vittorio Storaro, Bob Fischer, Lorenzo Codelli
formato: 29 x 29 cm
352 pagine
Skira photography
ISBN 978-88-572-1753-6