Tutti, senza possibile esclusione, hanno visto – almeno per cinque minuti – Fuga per la vittoria. Per la rovesciata di Pelé, per lo sguardo da duro di Stallone, per la passione del periodo storico, per il sombrero con il tacco di Ardiles.
Fuga per la vittoria
Tutti ne hanno intravisto anche solo un fotogramma davanti ad un piatto di pasta perché lo sport è universale ed entra in ogni casa: il focolare ha sempre un amante del pallone o un appassionato degli sport individuali; e se in qualche salotto non si seguono le discipline sportive, lì non può mancare l’appassionato di cinema.

Un binomio perfetto, che spesso ha permesso di mettere in luce problematiche importanti.
A tale riguardo, basterebbe pensare a Momenti di gloria.
Momenti di gloriaSullo sfondo delle Olimpiadi parigine del 1924, tratta il tema della Fede incrollabile di un uomo, Eric Liddel, che vinse la medaglia d’oro, di modo da rendere onore a Dio nello sfruttare il talento concessogli, e che sarebbe morto in Terra di missione in Cina; nel medesimo contesto si staglia la figura del suo connazionale di fede ebraica, Harold Abrahams, anch’egli sul primo gradino del podio, che nella disciplina sportiva e nella vittoria trovava la chiave per andare oltre i pregiudizi sociali e razziali dell’epoca.

Il cinema sportivo mostra anche come lo scontro tra due campioni possa essere anche la contrapposizione tra due personalità forti e diverse, tra due diversi modi di intendere la professione e la vita.
Non può che venire alla mente Rush, film che narra la rivalità tra Niki Lauda e James Hunt: tanto rockstar questo, così da riunire in sè l’amore per la velocità, per le donne e per il vivere pericolosamente, tanto “banale” a prima vista quello, fino al punto di passare più tempo con ogni singolo particolare della propria monoposto che con il prossimo. Tanto diversi eppure tanto simili nel decidere con i loro anche ragionati azzardi le sorti di una competizione determinata più dal loro carisma che dalle caratteristiche delle rispettive auto.
Rush
Il cinema e lo sport raccontano anche storie dal finale triste, come quello che è presente in tutta la narrazione del documentario 11 Metri, che descrive la gloriosa, travagliata e complicata vita sportiva e personale di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma del secondo scudetto.
11 metri
Sono solo pochi esempi di quello che è chiaro: se il cinema racconta come cambi il costume, come vengano trattate le problematiche sociali, come siano affrontate le prove più difficili, lo sport, inteso come prova che l’uomo affronta per migliorare se stesso, superare i suoi limiti e raggiungere i suoi obiettivi, non può che essere l’ideale tema per la creazione di una pellicola.