Skianto è la bocca murata. È il racconto di un ragazzo disabile che ha il cancello sbarrato. Io spalanco quella bocca in un urlo di Munch. Esiste una disabilità non conclamata che è l’isolamento, l’incapacità di fare uscire le voci.
Filippo Timi
Fino al 6 Aprile Filippo Timi torna al Teatro Franco Parenti di Milano, con uno studio per Skianto, un’anteprima del nuovo spettacolo che arriverà nei teatri solo a Novembre.
L’avevamo lasciato solo venti giorni prima proprio al Teatro Parenti nel finale del suo Don Giovanni, mentre spariva avvolto da fiamme fatte di lustrini. Giusto il tempo di smontare le scene e lo ritroviamo sullo stesso palco, impegnato questa volta in un monologo asciutto, poetico e commovente. Anche in questo caso Filippo Timi è protagonista, regista e autore del testo e per i costumi si avvale nuovamente della collaborazione di Fabio Zambernardi come già per il Don Giovanni. L’accompagnamento di voce e chitarra è invece affidato al giovane e bravissimo Andrea Di Donna.
Skianto è il flusso di coscienza di Filippo, detto Filo: nato con una malformazione che impedisce al cervello di svilupparsi completamente, questo Io narrante è di fatto murato all’interno di sé stesso, non comunica se non con gesti incontrollati e ‘grugniti’ apparentemente senza senso. Invece un senso c’è, ma nessuno si è mai sforzato di ascoltarlo e interpretarlo.
Contrariamente a ciò che tutti pensano Filo ha coscienza di sé e del mondo: si accorge di essere per gli altri un “giocattolo difettoso” da guardare con pietà per poi volgere lo sguardo altrove, e non sarà mai come gli altri. Questo però non gli impedisce di immaginare una vita bellissima e colorata, in cui è ballerino o pattinatore, in cui ha un amore.
In un mondo in cui tutti si occupano solo dei suoi bisogni essenziali, la frustrazione si fa sempre più forte, ma Filo non ha voce con cui esprimerla. Cosa succederebbe – si chiede l’autore – se questa voce improvvisamente uscisse? Se potesse finalmente infrangere quei muri di silenzio Filo entrerebbe nel mondo con uno schianto assordante. Anzi uno Skianto con la k, come si sarebbe scritto negli anni ‘80 – l’universo pop di quegli anni è ormai parte integrante della poetica di Timi. E degli anni ‘80 è la foto della locandina che ritrae l’autore adolescente, in quell’età di mezzo in cui nonostante la voglia di cambiamento si deve ancora vivere la vita che altri hanno scelto per noi.
Lo spunto per lo spettacolo nasce dall’esperienza dello stesso Timi: una cugina, Daniela, nata con la scatola cranica sigillata, una mente murata nel proprio corpo alla quale in veste di scrittore aveva già dato una voce immaginaria nel libro autobiografico Tuttalpiù muoio (2006)1. E Skianto si collega dichiaratamente proprio a questo romanzo e allo spettacolo La vita bestia tratto dallo stesso testo: un cerchio che si chiude, come ha spiegato Timi nella conferenza stampa.
Partendo da questa intuizione l’artista mette in scena desideri, pulsioni, sogni – e che sogni! – di un essere umano intrappolato in una non-vita limitata alle quattro mura della cameretta e la porzione di cielo visibile dal terrazzo. Lo spettatore è proiettato nella mente di Filo: la realtà che lo circonda si traduce in una minuscola palestra dalle pareti grige; il mondo immaginato, quello in cui Filo si vede senza i limiti del suo handicap, sarà invece rappresentato da un cielo blu circondato da nuvole leggere.

Se chi sta intorno a Filo non sente la sua voce, gli spettatori possono però sentirla mentre piano piano si svela e acquista sicurezza. Il monologo di apertura comincia timidamente, con il racconto fantasioso del suo concepimento. L’immagine della creazione della vita è insieme bellissima e spaventosa, splendidamente naïf.
L’adolescenza è il momento della contrapposizione tra la percezione che il protagonista ha di sé e ciò che gli altri invece vedono. Lo scarto è immenso e doloroso: al centro dello spettacolo il tentativo di Filo di cantare, il risultato che ne scaturisce è forse uno dei momenti più potenti, in cui si ha quasi l’illusione che Timi riesca a sdoppiarsi sulla scena.
La vita adulta è invece rabbia: imprecazioni verso Dio e gli uomini, verso una vita che è dolore e una morte che non arriva mai a liberarti, un urlo di Munch appunto.
In un crescendo poetico Filo sembra infine liberarsi dal proprio peso, quasi sollevandosi verso un cielo immaginario, per infrangerlo con uno Skianto nel tentativo di appropriarsi dei propri sogni. Il culmine di questa ‘ascensione’ è il finale: sulle note di un’inaspettata quanto struggente versione di Baby one more time – sì proprio il tormentone di Britney Spears – Timi regala allo spettatore una scena di rara grazia e bellezza, riuscendo a diventare un tutt’uno con la splendida voce di Di Donna.
Senza pietismo né pudore Filippo Timi apre porte che tutti vorremmo tenere ben chiuse e costringe a guardare al di là di queste con occhi nuovi, senza definizioni facili usate per placare la propria coscienza. Si tratta di un esperimento teatrale ardito nel quale si rompono gli schemi, anche linguistici: non si parla mai di disabilità ma di handicap, Filo non è “diversamente abile” ma “handicappato” e la sua voglia di normalità – inutile girarci intorno – per quanto legittima, non sarà mai colmata. Nel liberarsi dalle sue catene Filo in realtà mostra agli spettatori le loro. L’attenzione soprattutto alla fine si sposta su un piano più generale: non ci sono solo i limiti dell’handicap, ma tutte quelle situazioni in cui è impossibile esprimersi, in cui un essere umano è bloccato dietro muri costruiti – il più delle volte – da chi non riesce ad ascoltare.
La bravura di Timi consiste nel creare un universo immaginario in cui immergersi totalmente: la gestualità, la voce, l’apparente ingenuità di un testo privo di trama e l’alternanza di registri si fondono in un linguaggio nuovo che trascina, commuove e comunque non lascia indifferenti.
Resta difficile, anche per chi scrive, descrivere a parole uno spettacolo che sfugge a ogni classificazione: dopo averlo visto ognuno proverà emozioni differenti. In realtà volendo trovare una definizione per Skianto l’unica cosa che viene alla mente è una frase di Carmelo Bene:
“Il teatro, il grande teatro è un non-luogo soprattutto, quindi è al riparo da qualsivoglia storia. È intestimoniabile. Cioè, lo spettatore per quanto Martire, testimone, nell’etimo (da marthyr), per quanti sforzi possa compiere lo spettatore, dovrebbe non poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò di cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro. Ecco che l’attore non basta più, il grande attore nemmeno. Bisogna essere una macchina, eh…, come io (tra parentesi) l’ho definita, attoriale. “2
E Filippo Timi ha dimostrato ampiamente di essere a questo punto una macchina attoriale completa: in grado di amplifcare e superare il testo fondendo suono e corpo, mentre il pubblico può solo abbandonarsi e lasciarsi rapire.
Titolo evento
Skianto Data fine:05 April, 2014 Sito web:http://teatrofrancoparenti.it/?p=informazioni-spettacolo&i=878 Indirizzo: Teatro Franco Parenti, Via Giorgio Vasari 15, Milano
Dettagli
Note
- Edoardo Albinati, Filippo Timi, Tuttalpiù muoio, Fandango Libri, 2006
- Carmelo Bene, La macchina attoriale, (video) a cura di Pietro Ruspoli & Tonino del Colle per Rai2
Skianto
uno spettacolo di e con Filippo Timi
e con Dennis Garcia
e Andrea Di Donna alla chitarra
luci Gigi Saccomandi
costumi Fabio Zambernardi
Produzione Teatro Franco Parenti/Teatro Stabile dell’Umbria
ALTRE DATE
- GUBBIO Teatro Comunale 8 aprile 2014
- NARNI – Teatro Comunale Manini mer 9 aprile 2014
- FOLIGNO – Politeama Clarici 10 aprile 2014
- TODI – Teatro Comunale 11 aprile 2014
- AMELIA – Teatro Sociale 12 aprile 2014
Extra
Contemporaneamente alle date di Skianto a Milano è stata allestita una mostra di pittura dello stesso Timi. Un’occasione per avere una prospettiva ulteriore, questa volta più intima e privata, sulla produzione di un artista che sperimenta a 360°.
GLI STANDARD DELL’AMORE di Filippo Timi
(a cura di Francesca Alfano Miglietti)
22 Marzo – 10 Aprile (prorogata al 13 Aprile)
c/o Circolo Marras – Via Cola di Rienzo 8 (cortile interno), Milano
Ingresso libero