Nel 1973 l’Art Ensemble of Chicago – formato da Lester Bowie alla tromba, Roscoe Mitchell e Joseph Jarman alle ance e ai flauti, Malachi Favors al contrabbasso e Don Moye alla batteria – decise di incidere un album insieme al pianista Muhal Richard Abrams. Questi è uno dei soci fondatori dell’Association for the Advancement of Creative Musicians (AACM), l’associazione della quale lo stesso Art Ensemble rappresentava la quintessenza. “Fanfare for the Warriors”, questo fu il titolo dato a quest’opera, si pone perciò come uno spaccato eloquente dell’estetica dell’ambiente di Chicago dei primi anni Settanta.
Fin dalle prime tracce, sono tutte evidenti le caratteristiche che rendono riconoscibile la musica del sestetto: un gran frastuono di percussioni, fischietti, sonagli e strumenti giocattolo a fiato dal suono plasticoso crea un’assordante e confusa sala giochi messa a soqquadro.
La fa da padrone l’idea di un’Africa combattiva e ancestrale, primigenia e orgogliosa, echeggiata nella fitta poliritmia pentatonica di What’s to Say, nell’epica, psichedelica, straziante e forse troppo satura title track e nel poema mitico con il quale Joseph Jarman ci racconta del condottiero Odwalla durante Illistrum. Fascinoso e ancora legato a questa atmosfera bellica e ricca di suspance e tensione è Tnoona: un lungo inseguirsi di respiri prepara la strada ad un perentorio e breve tema.
L’ironia non manca mai nelle composizioni dell’Art Ensemble of Chicago. Un episodio in finto stride piano – nel quale colte armonie fanno capolino accanto alle frasi più bluesy – si frantuma nel tema Rhythm and Blues giocherellone, urlato e parossistico di Barnyard Scuffel Shuffel; la stessa energia torna in The Key che conclude l’album con un canto corale eterofonico grottesco.
Nel marasma implacabile di fiati e percussioni, che rende così tipico il timbro del quintetto, il pianoforte di Abrams fa fatica ad emergere. Riesce ad avere un momento dedicato in Nonaah, brano feticcio dal tema spigoloso e staccato che Mitchell arrangiò e incise decine di volte. Qui il pianoforte riempie il movimento centrale con un assolo scattoso e furtivo, in continuo dialogo con Moye e Favors prima di essere sommerso nuovamente dalla riconduzione di Mitchell che conclude il brano.
L’estetica della “Scuola di Chicago” e dell’AACM – che pure ha diverse anime – trova in questo disco una descrizione abbastanza precisa. Improvvisazioni collettive, richiami a un’Africa e ad un africanismo orgoglioso ed escludente e ad un’ironia aggressiva e invadente che spiazza chi si trova fuori dall’ambiente. Davvero si tratta quindi di una fanfara per i guerrieri, quei guerrieri che all’inizio degli anni Settanta declinarono le conquiste del free jazz in senso più contemporaneo ed universale; di quei guerrieri che lottavano – e lottano – per l’affrancamento della creatività.