Come saprete, meglio di me, questa rivista si occupa di Arte e Arti e i luoghi che ci vengono di solito in mente per godere di questi “prodotti” sono per lo più musei, pinacoteche, gallerie ecc. ma il consiglio che mi sento di dare questo mese è quello di tenere anche d’occhio istituzioni, che hanno a che fare con la scienza e la cultura, ma che solitamente non frequentiamo pensando all’arte.
A cosa mi riferisco. Per esempio ad alcune istituzioni politiche che ormai da tempo hanno inserito tra le proprie missioni anche quella di avvicinare i cittadini all’arte o comunque alla cultura ad esempio ospitando convegni, mostre o presentazioni di libri.
Il consiglio regionale della Toscana è fra queste istituzioni e se ne terrete d’occhio il sito internet avrete più di uno spunto d’interesse.
Così qualche giorno fa avevo adocchiato la presentazione di un libro che, visti anche i tempi che viviamo e le evoluzioni politiche che ormai si susseguono giornalmente, mi pareva d’attualità. Sto parlando di Consenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati (Editore Guerini e Associati 2013, 142 p.) di Mario Rodriguez del quale si è parlato a Palazzo Bastogi, una delle sedi del consiglio regionale, venerdì 14 febbraio.
Chiaramente il tema molto ampio e scivoloso era quello della comunicazione politica alla base della quale per alcuni dei relatori ci deve essere comunque la credibilità di chi parla (tema non scontatissimo direi). Così Cristina Scaletti ha commentato che il termine “consenso” ha a che vedere in definitiva con le motivazioni che spingono un elettore a votare una persona. E’ anche emerso il fenomeno, non necessariamente da percepire come negativo, della commercializzazione della politica. Ma la domanda vera che mi è sembrata emergere in più di un intervento è quella relativa alla natura di questa comunicazione politica: come rivelazione della realtà o semplice presenza sui media? Cioè quello che si comunica rappresenta l’esistente oppure è solo uno strumento per “attrarre il pubblico”. Giustamente si è notato che la comunicazione non deve essere fine a se stessa ma serve a mostrare le cose che si sono fatte e anche questa capacità di comunicare la vicinanza tra amministratori e cittadini è essenziale per un moderno politico e amministratore.
Come vedete sono i temi di questi giorni, di queste ore direi.

Altrettanto urgente, anche se potrebbe non sembrare tale, era il tema di un bel seminario sul digital writing organizzato dal professor Luca Toschi sabato 8 febbraio, nella sede della Scuola di Studi Umanistici e della Formazione dell’Università di Firenze (io fossi in voi terrei d’occhio anche l’agendi eventi dell’università fiorentina). Io che da qualche anno mi occupo di legimatica (cioè di software per scrivere le leggi in modo chiaro e comunicabile – con scarso successo direte voi … a giudicare dai risultati …) mi ero fatto una certa idea del pomeriggio e invece ho trovato tante interessantissime riflessioni sulla funzione della letteratura, sulla idea di cancellazione della storia come disegno per vivere il presente e le risorse solo in termini monetari e finanziari, sul bisogno di recuperare il potere creativo della letteratura per immaginare ciò che non c’è, sulla scrittura come progetto e sulla lettura come confronto tra progetto e cose realizzate, sulla possibilità del digital writing di aiutare a uscire dalla crisi perché imparare a scrivere vuol dire anche imparare a progettare. Ma c’è una frase che mi ha molto colpito e che molto condivido e che è stato ed è anche il filo conduttore delle parole dei nostri archivi storici che in questi anni vi ho proposto e cioè che lavorare sulla memoria ha un valore politico immenso. Ce lo dimostra, credo, anche la storia del diritto italiano: in un passo di Antonio Pertile (Storia del diritto italiano dalla caduta dell’Impero Romano alla codificazione – 1887) nel quale si parla dei saraceni attestando che “le regole che abbiamo riferito intorno agli ebrei avevano valso un tempo anche pei Saraceni” e dunque a questi ultimi era impedito di essere proprietari di immobili, avere domestici cristiani ed era anche imposto di pagare un tributo speciale, tenere un distintivo sugli abiti, ascoltare la predicazione del vangelo. Insomma c’erano regole, leggi che parlavano dei “saraceni” e ciò magari ci sembrerà impossibile. E oggi dei “moderni saraceni” saranno presenti nelle nostre “regole”, tra le parole dei mezzi di comunicazione, nel lessico della politica e in quello nostro quotidiano? Voi che ne dite?