Saratoga, New York, 1841.
Il violinista nero Solomon Northup vive con la moglie e due figli da uomo libero, un giorno è attirato nella città di Washington da un ingaggio ben pagato, ma quelli che sembravano impresari non privi di una certa simpatia si rivelano presto criminali che lo vendono a un mercante di schiavi.
Imprigionato e ribattezzato Platt per nasconderne l’identità, il musicista viene deportato negli Stati del sud e acquistato dal ricco Mr Ford per lavorare nella sua piantagione.
Solomon avrà modo di sperimentare sulla propria pelle il crudele abominio di una pratica inumana legale e ancora lontana dall’essere abolita, vivendo nel terrore, costretto a nascondere all’uomo bianco il suo saper leggere e scrivere per non mettere a rischio la sua stessa sopravvivenza.
La condizione della vita da schiavo trova perfetta sintesi in due battute eloquenti rivolte al protagonista in momenti diversi, quella della moglie di un negriero: “il padrone ti ha comprato per lavorare e qualsiasi altra cosa ti procurerà solo frustate” e quella di Eliza, una schiava come lui: “tu non sei altro che bestiame pregiato!”

Seguendo una tendenza che negli ultimi tempi ha riportato in primo piano la segregazione raziale a Hollywood con film come Lincoln di Steven Spielberg e Django unchained di Quentin Tarantino, 12 anni schiavo di Steve Mc Queen rievoca fatti reali documentati nel libro edito nel 1853 dall’attivista nero Solomon Northup per raccontare la sua terribile esperienza.
Messo in ombra dal successo del romanzo La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe il libro fu presto dimenticato, finché nel 1968 in piena battaglia per i diritti civili, anno dell’uccisione di Martin Luther King e Bob Kennedy, la storica Sue Eakin lo salvò dall’oblio ripubblicandolo corredato di note.
La moglie del regista Steve Mc Queen gli ha procurato il volume come materiale di documentazione per un progetto sulla schiavitù ancora in fase embrionale, ma la potenza della verità vissuta in prima persona si è imposta su qualsiasi altro racconto possibile facendone il soggetto centrale del film.

12 anni schiavo mostra la crudeltà con cui gli schiavi furono privati dello status di persone grazie a teorie assurde, necessariamente sempre più complesse per permettere alla schiavitù di durare duecento anni, che utilizzavano interpretazioni perverse delle Sacre Scritture per giustificare la segregazione e legittimare il profitto che ne derivava, unico vero motivo per cui la schiavitù fu istituita.
Il mito di una superiorità naturale dell’uomo bianco in qualche modo viene nutrito ancora oggi da germi residui presenti nella società, perciò in un ruolo breve ma centrale Brad Pitt, anche produttore del film, è una figura determinante nell’evidenziare la differenza tra Leggi degli uomini e verità universali inconfutabili.
Oggi la mappatura del genoma umano ha scientificamente provato che non esistono razze nel genere umano e i geni responsabili del colore della pelle nel dna sono solo 5 su 25000.

La bellezza della natura che assiste impotente agli eventi nei prolungati intermezzi del film sembra contenere insito in sé il giudizio di Dio per tali empietà, sono momenti di riflessione e di pace necessari dopo la visione dell’uomo che prevarica l’altro uomo.
Sublimi attimi di silenzio, non meno importanti di quelli concitati utili a documentare la distruzione morale e fisica inflitta a tante vite e a darci consapevolezza dell’orrore.
In un’inquadratura verso la fine Solomon, interpretato da Chiwetel Ejifor al suo primo ruolo da protagonista, si guarda intorno nella foresta quasi stordito dalle azioni terribili di cui è stato testimone obbligato e per un breve fuggevole attimo volge lo sguardo verso di noi attraverso la macchina da presa.
Di solito ciò costituisce una frattura, una sospensione che palesando la finzione scenica interrompe la narrazione, ma in questo caso la forza della verità rappresentata da quello sguardo intenso diventa un etico preciso richiamo alla responsabilità per ognuno di noi.

Nell’ottimo cast una menzione speciale va a Michael Fassbender, già protagonista di Hunger e Shame i film precedenti di Steve Mc Queen, con la consueta bravura costruisce il ritratto di uno schiavista in conflitto con sentimenti a lui incomprensibili per la schiava Patsey, simili a quelli che il nazista Amon Goeth in Schindler’s list nutriva per la sua cameriera ebrea.
12 anni schiavo tiene viva la memoria di un massacro dai costi altissimi in termini di vite umane, continuato anche dopo l’abolizione della schiavitù con linciaggi di massa che la memoria collettiva ha tentato di rimuovere cancellandone ogni traccia scritta o fotografica dagli archivi di Stato, come ha denunciato James Allen coautore del libro Without Sanctuary: Lynching Photography in America.1
Un patrimonio da salvaguardare ancor di più oggi negli Stati Uniti del presidente nero Barak Obama dove la discriminazione razziale è ben lungi dall’essere esaurita e ancora si uccide per il colore della pelle, come i casi di Oscar Grant2 e Trayvon Martin3 sono lì a dimostrare.

Persino sul piano storico e lessicale è evidente la scarsa influenza che i neri hanno sempre avuto sulle sorti del mondo, il genocidio del Congo frutto del colonialismo di Leopoldo II del Belgio con oltre dieci milioni di vittime è di gran lunga un massacro superiore per proporzioni all’Olocausto, eppure oggi è pressoché dimenticato e il termine ‘razzismo’ nell’accezione con cui lo usiamo abitualmente è stato coniato per definire lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti.

12 anni schiavo di Steve Mc Queen, candidato a nove premi Oscar e favorito nella categoria principale del miglior film dell’anno dalla vittoria ai Golden Globe, sarà sugli schermi italiani distribuito da Bim il prossimo 20 febbraio.
Dettagli
1 Nel documentario Storia del razzismo: una brutale eredità prodotto dalla BBC James Allen racconta casi emblematici di linciaggi motivati da odio raziale, come quello particolarmente crudele del giovane Jess Washington a Waco nel Texas il 15 maggio 1916. Dopo aver documentato almeno 3500 linciaggi negli Stati Uniti tra il 1882 e il 1927 e aver raccolto innumerevoli prove fotografiche, grazie anche al costume ampiamente diffuso di stampare cartoline ricordo con efferate immagini delle esecuzioni sommarie, il giornalista ha chiesto a più riprese di poter mostrare il frutto delle sue ricerche nelle principali università degli States ma con vari pretesti ha ottenuto solo ostacoli e rifiuti.
2 Il ventiduenne Oscar Grant è stato ucciso da un poliziotto alla stazione della metropolitana di Fruitvale, periferia di San Francisco, nelle prime ore del 1° gennaio 2009, gli hanno sparato mentre pancia a terra veniva ammanettato per un sospetto di rissa. L’agente responsabile della morte non è stato incriminato per omicidio ed è di nuovo a piede libero. Il film Prossima fermata: Fruitvale station di Ryan Coogler in arrivo sugli schermi italiani il 13 marzo prossimo racconta la sua storia.
3 Il diciassettenne Trayvon Martin è stato ucciso il 26 febbraio 2012 a Sanford in Florida da un ventottenne autoproclamatosi vigilante del quartiere. La colpa del ragazzo è stata quella di essere nero e di camminare per strada col cappuccio della felpa in testa e le mani in tasca, rispondendo così allo stereotipo di persona pericolosa che il suo aggressore aveva in mente. Secondo la Legge americana se ti senti minacciato sei autorizzato a sparare e l’omicida non è stato incriminato perché considerato un caso di legittima difesa. Per saperne di più.
SCHEDA FILM
- Titolo originale: 12 years a slave
- Regia: Steve Mc Queen
- Con: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Garret Dillahunt, Paul Giamatti, Scoot Mc Nairy, Lupita Nyong’o, Adepero Oduye, Sarah Paulson, Brad Pitt, Michael Kenneth Williams, Alfre Woodard, Chris Chalk, Taran Killam, Bill Camp
- Soggetto: Solomon Northup dal suo libro autobiografico Twelve years a slave. Narrative of Solomon Northup, a citizen of New-York, kidnapped in Washington city in 1841, and rescued in 1853, from a cotton plantation near the Red River in Louisiana
- Sceneggiatura: John Ridley
- Fotografia: Sean Bobbitt
- Musica: Hans Zimmer
- Montaggio: Joe Walker
- Scenografia: Adam Stockhausen
- Costumi: Patricia Norris
- Produzione: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Bill Pohlad, Steve Mc Queen, Arnon Milchan e Anthony Katagas per River Road Entertainment, Plan B e New Regency Pictures in associazione con Film4
- Genere: Drammatico
- Origine: USA, 2013
- Durata: 133’ minuti