La sera del 25 gennaio 2014 la sala del teatro “Angelo Musco” di Gravina di Catania si ritrova gremita da un numeroso pubblico. Questo si è radunato per ascoltare il trombettista Fabrizio Bosso e il pianista Julian Oliver Mazzariello avventurarsi nella ormai solita “digressione” jazz all’interno della stagione – per il resto prettamente classica – organizzata da Giulia Gangi quale direttrice artistica dell’associazione Mondomusica.
Bosso, fin dal primo pezzo, ostenta un controllo dello strumento impeccabile, una tecnica salda che lo ha reso uno dei trombettisti più popolari del panorama italiano, permettendogli di muoversi comodamente dal jazz al pop. Nel corso dei brani snocciola una frase dietro l’altra – complice anche una disinvolta respirazione circolare – arrivando spesso a rendere quasi superflua la presenza del suo accompagnatore.
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Mazzariello, dal canto suo, si dimostra un pianista preparato e per niente invadente; anzi, a volte si trova spinto in un angolo dalla pirotecnica agilità del sodale. In questo senso non lo ha aiutato di certo il suo tocco delicato, quasi senza corpo.
Certo, se la tecnica è irreprensibile per entrambi i musicisti, non si può dire lo stesso per l’originalità e la creatività già a partire dalle scelte di repertorio.
Classici eterni come But Not For Me, Mack The Knife, Bye Bye Blackbird, Lady Be Good, Georgia On My Mind, Estate infrangono la serietà della sala teatrale creando un’atmosfera dimessa da jazz club: una birra o un bicchiere di vino sarebbero certo stati un ottimo accompagnamento all’ascolto. Lo swing corposo di Bosso e il continuo ricorso alla tecnica stride da parte di Mazzariello sono certo divertenti, ma mancano sia della genuina spontaneità del Monk influenzato da James P. Johnson sia della tagliente ironia di Lester Bowie che suona Villa Tiamo.
Dopo il tanto atteso guizzo inventivo dell’introduzione al tema di Taxi Driver, finalmente Fabrizio Bosso offre al pubblico due composizioni originali. Colpisce particolarmente Dizzy’s Blues, un blues in tempo cajun che vorrebbe omaggiare Dizzy Gillespie ma che potrebbe tranquillamente intitolarsi King Oliver Blues.
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Viene spontaneo chiedersi se sia accettabile un repertorio costruito sugli standard – per quanto ben suonato e divertente – da parte di un duo che si presenta come stabile. Un pubblico avvezzo ad ascoltare il grande repertorio pianistico dell’Ottocento e che si commuove davanti ai lugubri lieder di Wagner non dovrebbe essere pronto a infrangere lo stereotipo del jazz quale musica di intrattenimento facilmente fruibile? Quantomeno a teatro – inteso come luogo dell’ascolto attento – bisognerebbe puntare sui compositori piuttosto che lasciarsi incantare da un così luminoso specchietto per le allodole.
La tecnica non basta.
Ringraziamo comunque Fabrizio Bosso e Julian Oliver Mazzariello per averci tenuto compagnia per un’oretta di svago.