Quello che rimane di lui è solo una semplice coppetta ritrovata ad Olimpia, con un’iscrizione incisa che dice “io sono di Fidia”. Nulla si è invece conservato delle tante statue che gli scrittori antichi descrivono, né la crisoelefantina Atena Parthénos che richiese la straordinaria quantità di 1000 chili d’oro e che costò per questo più dello stesso Partenone, e nemmeno il colosso di Zeus ad Olimpia, che era considerato una delle sette meraviglie del mondo, né le tante altre statue in avorio, marmo o bronzo. Chissà poi dove ha effettivamente messo mano ai fregi del Partenone. Insomma, il fatto che Fidia sia stato uno dei più grandi scultore del mondo antico (il migliore di tutti forse?) lo possiamo dire solo riponendo enorme fiducia in quello che alle sue opere si ispira – a volte pallidi riflessi di antichi capolavori – e su quello che ci dicono i suoi contemporanei (“venne il dio sulla terra dal cielo a mostrarti l’effigie, o tu andasti a mirarlo, Fidia, in cielo” si usava dire riferendosi al monumentale Zeus di Olimpia). Ci viene allora in soccorso Massimiliano Papini, professore di archeologi a e storia dell’arte greca e romana, che per Laterza pubblica Fidia. L’uomo che scolpì gli dei. Un libro fitto di informazioni, che analizza la produzione artistica del maestro ma anche il rapporto con Pericle, e le invidie che questo sodalizio suscita: l’autore sottolinea come presto comincino a circolare accuse che con tutta probabilità sono del tutte prive di fondamento, ma che vedono Fidia accogliere in casa delle donne per conto di Pericle stesso (corsi e ricorsi della storia, verrebbe da dire) o che lo stesso scultore si fosse intascato parte dell’oro dell’Atena Parthénos. Accusa ancora più dura della precedente questa, e per di più mossa da un membro della fiorente bottega di Fidia, che porta presto ad un processo e alla condanna dello scultore, morto poi in carcere.
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Laterza
296 pp.