Un jazz club (ma non solo jazz) qualunque, in una città qualunque (quantomeno d’Italia). Il leader di un gruppo emergente si reca dal gestore – che sempre più spesso riveste anche il ruolo di direttore artistico – per proporre la sua band. Quello che gli viene proposto è di accettare un accordo economico che prevede una percentuale sull’incasso proveniente dagli ingressi o dalle consumazioni.

Questa offerta, ammantata di una finta giustizia per la quale gestore e artista dividono oneri e onori della performance, nasconde però un’insidia: un tal genere di modus operandi, infatti, stravolge sostanzialmente i ruoli degli operatori artistici. Con una tale proposta il gestore del club deroga automaticamente dalla sua veste di direttore artistico il cui ruolo sarebbe, non solo quello di selezionare la migliore musica per il proprio locale, ma anche – e soprattutto – quello di promuovere le proprie attività creando una rete di aficionados. Intrappolati invece i musicisti nella burla della percentuale, il gestore/direttore artistico sa già che il suo interesse è salvaguardato a prescindere dal suo impegno: sono gli artisti infatti ad avere la necessità che il locale sia pieno e saranno quindi loro ad attivare il tam-tam mediatico, informatico, cartaceo necessario alla promozione dell’evento. In altre parole – e parafrasando Pirandello – saranno loro a “suonar la tromba per vedere di fare un po’ di gente”. Il gestore/direttore artistico, dal canto suo, è in una botte di ferro: i musicisti saranno pagati dai soldi versati dai loro amici e familiari intervenuti, altrimenti non saranno pagati affatto e il club avrà ottenuto una serata di musica gratuita. Tutto questo come da accordi e nessuno potrà urlare al torto subito.

È però il caso di chiedersi che senso abbia un sistema nel quale non è il direttore artistico ad avere un gruppo di fiduciosi ai quali presentare un’offerta musicale che non li deluda, ma debbano essere i musicisti a doversi procacciare un codazzo di sempre più svogliati “fan” ai quali far conoscere degli ottimi locali dove mangiare e bere mentre imparano a memoria il repertorio. Non diventa dunque legittimo in questo panorama l’organizzazione sempre più diffusa degli “house concert”? Questi concerti casalinghi permettono un’atmosfera più rilassata ed eliminano l’intermediario: se il musicista vive di oboli versati da amici e parenti che perlomeno non se ne arricchiscano terzi.
Vero è che il proprietario di un club non è il “bancomat” dei musicisti ed è giusto che il primo pensiero di un imprenditore deve – e sottolineo deve – essere il proprio rientro economico ma è anche vero che non per questo bisogna giungere a tali sistemi di spersonalizzazione.
La prima soluzione possibile diventa quindi quella di affossare le realtà emergenti, per quanto interessanti e preparate, in favore dei “big” che sicuramente faranno botteghino, assicurando un rientro economico tale da superare le spese vive. Molti nel nostro paese hanno intrapreso questa strada così poco imprenditoriale che – come lo sfruttamento del petrolio – è redditizia ma non inesauribile giacché legata alla vita artistica di questi “big”.

Una possibile soluzione, che qui espongo senza nessuna pretesa e con estrema semplicità, potrebbe essere innanzitutto quella di dividere le due figure del gestore e del direttore artistico. Il primo, infatti, dovrebbe occuparsi sostanzialmente dell’aspetto amministrativo generale del club: dai cuochi ai camerieri, dai barman agli sguatteri, dalla manutenzione alla spesa. Il secondo invece, in stretta e intima sinergia con il primo, dovrebbe preoccuparsi di formare – con un budget definito – una stagione. Questa potrebbe essere modellata su quelle che Bruni Tedeschi organizzò per il Regio di Torino: un cartellone di nomi importanti inframezzati da alcuni emergenti. I nomi altisonanti dovranno essere fra quelli che permetteranno sicuramente di andare in pari con le spese e che affascinano il pubblico tanto da affezionarlo alla struttura. Lo stesso pubblico poi avrà instaurato con il direttore artistico un rapporto di fiducia tale da intervenire anche davanti a nomi meno noti ma altrettanto validi.
Panacea? Certo vale tentare per uscire dalle condizioni che stanno portando alla fine dell’epoca dei club intesi come fucina di nuovi talenti.