A pochi chilometri da Firenze, in posizione appartata rispetto alla valle dell’Arno nella quale sbocca a monte della città, la Valle del Sasso è poco conosciuta ma ricca di Storia e di storie che ne fanno un luogo avvolto dal sottile incanto dei tesori inattesi scoperti a due passi da casa.
Massiccio e compatto, su un dosso che domina le due valli minori in cui a un certo punto la valle si biforca, sorge il castello del Trebbio che fu dimora della famiglia Pazzi.
La valle del sasso vista da s brigida
Qui, secondo la tradizione, venne ordita la congiura del 1478 che aveva come obiettivo l’uccisione di Giuliano e Lorenzo de’ Medici. Assassinato Giuliano durante la Messa nel Duomo di Firenze, e sfuggito Lorenzo all’attentato, una sollevazione popolare che spontaneamente si propagò a tutta la città portò alla cattura e immediata impiccagione alle finestre di Palazzo Vecchio di Francesco de’ Pazzi e del cardinale Salviati, che della congiura era stato tra gli artefici. Lo zio di Francesco, Jacopo, si rifugiò nel castello del Trebbio e da lì organizzò la fuga a cavallo nell’intento di dirigersi verso la contea di Imola, dove avrebbe trovato riparo. Catturato da alcuni uomini della zona fedeli ai Medici (o speranzosi in una ricca ricompensa), venne consegnato ai fiorentini e giustiziato, mentre il castello veniva confiscato dalla Repubblica fiorentina insieme agli altri beni dei Pazzi.
Veduta del castello del Trebbio
Il Trebbio era divenuto nel tempo la roccaforte principale della famiglia: fondato nel XII secolo su un fortilizio preesistente, col passare del tempo il castello venne ampliato e abbellito, finché nel 1443 l’altare della cappella si arricchì di un affresco con la Madonna in trono, opera di Andrea del Castagno (l’affresco, conosciuto con il nome di Madonna di Casa Pazzi, venne staccato nell’Ottocento e passò poi nella Collezione Contini-Bonacossi, che oggi fa parte del patrimonio museale degli Uffizi).
Il cortile del castello del Trebbio
Intorno all’XI secolo la valle del Sasso e le zone circostanti erano costellate da un sistema di torri e castelli, posti l’uno in vista dell’altro, che costituivano la linea difensiva dell’antico feudo dei Conti Guidi lungo il crinale che divide la valle dell’Arno da quella della Sieve, e di cui restano oggi numerose testimonianze. Il castello di Monte di Croce – del cui feudo faceva parte anche il Trebbio – fu il primo ad essere distrutto nel 1154 dalle truppe del Comune di Firenze, che temeva un vicino così prossimo alla città e così potente. I ruderi del castello e della vicina chiesa di San Romolo sono ancora visibili sul poggio che sovrasta la piccola frazione di Fornello: da qui la vista spazia su un vasto orizzonte, aprendosi verso la via che conduce in Mugello da un lato e dall’altro verso il Casentino, dove a Poppi i conti Guidi avevano il cuore del loro dominio.
Andrea del Castagno: Madonna Pazzi. Firenze, Galleria degli Uffizi, Coll. Contini Bonacossi
Nel folto bosco di querce e castagni che risalendo la valle succede ai vigneti e agli olivi, sulle pendici del Poggio Ripaghera, spicca con il suo campanile in pietra il santuario della Madonna del Sasso. Il Poggio Ripaghera, oggi riserva naturalistica, fa parte del massiccio del Monte Giovi: in quest’area le tracce della presenza umana risalgono al paleolitico, mentre i numerosi reperti a carattere votivo rinvenuti sulla vetta, a quasi mille metri d’altezza, indicano come nel VI-V secolo a.C. vi sorgesse un luogo di culto etrusco. In epoca alto medievale alcuni eremiti si stabilirono sul Poggio, trovando riparo nelle grotte che si aprivano tra le rocce: qui, nel IX secolo visse in solitario ritiro Santa Brigida, affidando la propria sopravvivenza alla carità delle dame fiesolane. Sulla grotta in cui aveva trascorso molti anni venne poi eretta una cappella, e in seguito quella che sarebbe divenuta la chiesa parrocchiale del paese che dalla santa ha preso il nome.
 Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso
Nei boschi sopra l’abitato di Santa Brigida, presso un tabernacolo costruito dagli antichi eremiti, tra il 1484 e il 1485 due sorelle che conducevano le greggi al pascolo ebbero più volte la visione della Madonna. Sul luogo sorse ben presto un piccolo oratorio, trasformato agli inizi del Cinquecento nella chiesa attuale, dalle sobrie e luminose forme rinascimentali; nel secolo successivo venne aggiunto il loggiato per ospitare i pellegrini, sempre più numerosi in occasione della festa del santuario, che si celebra ancora oggi la seconda domenica di maggio.
Chiesa parrocchiale di santa brigida
Fino agli anni Venti del Novecento, in occasione della festa di maggio e il 15 agosto (giorno dell’Assunzione di Maria), in un locale apposito adiacente al santuario venivano macellati uno o più vitelli, seguendo un rituale codificato che traeva le sue lontane origini nelle cerimonie propiziatorie per la fecondità dei campi e del bestiame di epoca precristiana; la carne dell’animale sacrificato veniva cotta e consumata durante il banchetto che concludeva i tre giorni della festa, alla quale partecipava un gran numero di fedeli provenienti da un vasto territorio (per la descrizione delle varie fasi della festa clicca qui.
Ma non era solo il sangue dei vitelli a scorrere durante i giorni festivi: riscaldati dal vino, gli animi si accendevano con facilità e scoppiavano frequenti risse tra giovani provenienti da paesi diversi – spesso in contrasto tra loro per vecchie inimicizie e rivalità – tanto che nel 1667 la magistratura fiorentina emise un decreto in cui si proibiva di portare armi nel raggio di un quarto di miglio dal santuario. Per secoli non si verificarono incidenti gravi, fino alla seconda domenica di maggio del 1945, quando un diverbio degenerò in una sparatoria che si concluse con tre omicidi. Ai fatti di quella domenica di sangue lo scrittore Carlo Cassola si ispirò  per il suo romanzo “La ragazza di Bube”.
Veduta di Santa Brigida con il Santuario della Madonna del Sasso sullo sfondo
Sul Poggio Ripaghera e sul monte Giovi i pendii boschivi si alternano ad ampie zone prative dove un tempo pascolavano greggi di pecore e mucche; nei pressi delle numerose cascine sparse per tutta la montagna sorgevano alcune burraie, oggi restaurate e rese facilmente raggiungibili. Il Sentiero delle burraie compie un ampio giro nei boschi a monte dell’abitato di Santa Brigida, toccando alcune di queste piccole e caratteristiche costruzioni in pietra, in genere parzialmente interrate e poste in una zona ombrosa accanto a una sorgente; qui veniva prodotto il burro, per la cui lavorazione era necessario mantenere una bassa temperatura, utilizzando l’acqua fresca che sgorgava dalle rocce e creando le migliori condizioni ambientali possibili. Dopo la seconda guerra mondiale le burraie sono state abbandonate e la montagna si è col tempo spopolata, mentre i rovi hanno cancellato la fitta rete di sentieri e strade lastricate percorsi per secoli dai pastori con le loro greggi e dalle lunghe file di muli che trasportavano i sacchi con il carbone di legna prodotto con il metodo tradizionale delle carbonaie.
Scultura di Pietro Montini presso la chiesa di Santa Brigida
L’abitato di Santa Brigida si distende a mezza costa lungo una delle antiche strade che fino dall’epoca romana collegavano il Valdarno alla Val di Sieve, ed è in parte sovrastato da una incombente parete di roccia, che per secoli ha fornito lavoro e pane a generazioni di scalpellini. Dalla cava a monte del paese viene estratta la cosiddetta Arenaria di Monte Senario, il cui aspetto è molto simile a quello della pietra serena, che fu largamente impiegata nel Cinquecento da Vasari per gli edifici e monumenti fiorentini da lui progettati. Per queste sue caratteristiche, la pietra estratta a Santa Brigida viene oggi utilizzata per il reintegro delle parti in pietra serena negli edifici d’epoca, ed è dalla cava locale che proviene anche il materiale lapideo usato per il restauro del loggiato degli Uffizi dopo l’attentato di Via dei Georgofili.
Pieve romanica di San Martino a Lubaco presso Santa Brigida
Tra i tanti “maestri della pietra” che per generazioni trassero dalla materia inerte elementi architettonici decorativi e ornamenti per ville e giardini, merita un cenno Pietro Montini, originale figura di artigiano-scultore nato a Santa Brigida nel 1846 e qui vissuto fino alla morte, avvenuta nel 1919. Le sue opere costituiscono l’espressione di una vocazione all’arte del tutto spontanea e istintiva, non “colta”, ma nata da un’esigenza interiore insopprimibile, con un linguaggio figurativo che si potrebbe definire naif. Montini si rivolgeva ai compaesani scalpellini per ottenere piccoli blocchi di pietra di scarto o per avere in prestito gli arnesi del mestiere. I suoi soggetti preferiti sono raffigurazioni di animali, forme umane insolite che si richiamano a simboli presi dalla mitologia, in uno stile arcaico, toccante nella sua semplicità.
Grotta dove visse santa brigida
Della produzione di Montini restano alcune sculture, collocate da qualche anno lungo la scala che dalla chiesa parrocchiale di Santa Brigida scende alla grotta dove la santa si ritirò in eremitaggio. Le poche notizie esistenti sulla vita di questo personaggio si debbono a un’essenziale biografia, tracciata in un manoscritto anonimo ritrovato nell’archivio parrocchiale: «Montini Pietro morì il 17 marzo 1919 in età di 74 anni. Visse sempre come aiutante sacrestano e servo presso la canonica di Santa Brigida. Era nano e gobbo: aveva un trasporto speciale verso l’arte, sebbene fosse analfabeta. Nel tempo libero si dava a scolpire per lo più soggetti tolti dalla natura: adattava al sasso trovato l’idea: seppe infondere nella dura e fredda pietra serena il sentimento e soprattutto l’amore materno. Pitturò, scolpì la pietra, lavorò il cemento, fuse il bronzo e intagliò il legno. Amò l’astronomia e l’ottica».