– di Fabio Giuliani –
Numero pagine totali: 952 suddivise in due volumi contenuti in un elegante cofanetto; nel primo, dopo la presentazione del figlio Nicola, leggiamo numerosi testi autobiografici dell’artista, un’antologia di scritti dedicatagli da colleghi ed importanti critici del suo tempo come Nicola Campigli, Filippo De Pisis, Alain Bosquet, Umbro Apollonio, Waldemar George, Franco Russoli, Raffaele Carrieri, Patrizia Rosazza Ferraris, Ines Millesimi, Nicoletta Pallini, Pierre Schneider, Flaminio Gualdoni, Claudia Gian Ferrari, accompagnati da numerose immagini sia al lavoro come nel privato.
Nel secondo volume vediamo tutte le opere registrate fra olii, disegni, affreschi, mosaici, la sua biografia e bibliografia. Stiamo parlando del Catalogo Generale dell’opera di Massimo Campigli a cura dell’Archivio Campigli di Saint Tropez con la collaborazione della Galleria Tega di Milano, pubblicato da Silvana Editoriale dopo quarant’anni di pazienti ricerche presso biblioteche e musei di tutto il mondo. Il volume storicizza ed illustra la produzione del Maestro attraverso la schedatura di oltre 2000 opere comprese quelle incompiute e i bozzetti di dipinti mai realizzati che indagano sul suo straordinario percorso creativo dalle prime prove giovanili fino al 1971, anno in cui muore a Saint-Tropez. Scopriamo innanzitutto: Max Ihlenfeld, nato nel 1895 a Berlino, figlio naturale di genitori tedeschi, ancora in tenera età è portato a Settignano presso Firenze dalla madre (che si fa credere sua zia) ed affidato alle cure della nonna e delle zie.

Qui cresce, italianizzando il suo nome. Trasferitosi a Milano, frequenta l’ambiente futurista, fra cui Boccioni e Carrà. Subisce influenza artistica di Léger e di Picasso da lui conosciuti durante la permanenza a Parigi dove giunge nel 1919 in qualità di inviato del “Corriere della Sera”. Un repentino cambio di stile avviene dal 1928 dalla visione dell’arte etrusca ospitata a Villa Giulia in Roma. Le particolari caratteristiche del segno-disegno proprie di quella civiltà saranno oggetto, d’ora in avanti, di una sua personalissima interpretazione che diverrà presto il suo “marchio” inconfondibile, espresso in particolare nelle enigmatiche figure femminili nei suoi dipinti costituiti, con il passare del tempo, da una progressiva e quasi geometrica essenzialità che lo accompagnerà per tutto il resto della vita preservandolo da ogni tendenza e da ogni moda.

Per celebrare l’avvenuta uscita della doppia pubblicazione, in attesa della grande retrospettiva che dal 22 Marzo al 29 Giugno 2014 lo celebrerà alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) la Galleria Tega ospita una mostra di opere scelte di Campigli fino al 18 gennaio 2014. Tra queste spicca “Donna sul balcone”, un olio del 1931 concepito ancora nel clima degli “Italiens de Paris”, dove emerge il tratto arcaico della figura compresa in uno spazio angusto che le fa da cornice. Invece le “Due attrici” del 1946-47 sono sorprese in un colloquio di sguardi immersi nel mistero dell’arco teatrale che le avvolge con una ritmica moltiplicazione di sagome. Sulla stessa linea compositiva troviamo “Garden Party”, del 1953-58, dove le protagoniste vengono inserite sulla scena alla stregua di note musicali da sistemare adeguatamente su un pentagramma: le silhouette e gli ombrellini conquistano la scena accompagnati dall’armonia complice di sguardi che attendono di essere percepiti, accolti e dinterpretati dall’animo di chi li osserva.

Quindi la “Danzatrice bianca” (1960) appare come un luminoso ectoplasma uscito dal riquadro dove ha lasciato un’altra impronta di sè. Ma questa è solo una contenuta selezione del discorso-percorso lavorativo di Massimo Campigli, verso il quale la sontuosa impresa editoriale colma finalmente una lacuna, permettendo a critici, studiosi, appassionati di riscoprire o, per chi si avvicina visivamente a lui per la prima volta, di conoscere ed apprezzare uno dei più interessanti ed importanti protagonisti del Novecento artistico italiano ed internazionale. Una piacevole sorpresa per me, che ritenevo i suoi soggetti, quasi esclusivamente femminili, è stata quella di vedere, ad esempio, l’opera “I calciatori” (1928) o “Teatro alla Scala” (1943)