Nata nel 1990 come repubblica indipendente dalle ceneri di sanguinose guerre tribali – quelle che più di ogni altra meritano il nome di “guerre tra poveri” – la Namibia prende a prestito il nome dal deserto del Namib, che occupa gran parte del suo territorio e orla un lungo tratto della costa atlantica. Un scelta apparentemente stravagante, quella di dare a una nazione tra le meno popolate al mondo il nome di un’entità che di per sé nega la presenza umana, ma l’unica possibile per dirimere le accese controversie tra etnie suscitate anche da questo argomento.
Swakopmund: Villa di epoca coloniale
Le uniche due città, spazzate dal vento nella luce cristallina e implacabile della stagione secca, hanno l’aspetto effimero e posticcio di set cinematografici, dove le distese di baracche delle townships abitate dai neri si arrestano improvvisamente davanti alle dune: dopo l’ultima casa è già deserto. Nelle vie del centro si alternano edifici piovuti qui dalla Germania guglielmina – senza neanche la mediazione di quella fantasiosa interpretazione “coloniale” che altrove dà grazia e fascino a eterogenee presenze – e basse costruzioni da provincia americana, la cui piatta monotonia è interrotta da qualche nuovo palazzo, velleitariamente verticale in una terra dove niente è così abbondante come lo spazio.
 Ragazza Himba
Le strade asfaltate, presenti in un raggio limitato intorno alle città, lasciano ben presto il posto a larghe piste sterrate, in gran parte pianeggianti se non fosse per il continuo susseguirsi di  ripidi avvallamenti e dossi in corrispondenza dei frequentissimi guadi, ridotti durante l’inverno australe a polverosi e sassosi tratturi, e che si trasformano in correnti improvvise e impetuose durante la stagione delle piogge, costringendo i viaggiatori a soste anche di qualche ora, in attesa che il livello dell’acqua si abbassi. La Namibia ha infatti due volti completamente opposti e determinati dalle stagioni: l’inverno, durante il quale la pioggia è praticamente assente, le conferisce l’aspetto di una savana stepposa, con lucenti praterie di erba secca che scintillano al sole; lungo il letto dei torrenti, gli elefanti del deserto – caratteristici per la mole più ridotta rispetto all’elefante africano, e dai grandi piedi che distribuiscono il peso su una superficie maggiore in modo da non sprofondare nella sabbia – strappano con la proboscide i  rami più teneri delle acacie spinose. In estate, i violenti  e frequenti acquazzoni rivestono improvvisamente il paesaggio di mille sfumature di verde, punteggiate dagli intensi colori delle vivaci fioriture.
 Donne Herero
Anche l’incontro con le varie etnie rivela contrasti inimmaginabili: le donne Himba, vestite solo di corte gonne in pelle, hanno il corpo interamente spalmato di grasso e ocra, ingredienti utilizzati anche per acconciare i capelli in maniera elaborata; di contro, l’abbigliamento delle donne Herero appare una rivisitazione multicolore e fantasiosa dei lunghi abiti ottocenteschi dalle ampie gonne indossati dalle mogli dei missionari luterani ai tempi in cui questo territorio era una colonia tedesca: la foggia degli abiti, copiata dalle donne locali dell’epoca, si è tramandata di madre in figlia fino ai giorni nostri.
Lungo la Skeleton Coast
Ma più di ogni altra impressione o visione, è il deserto a lasciare un segno profondo nella memoria del viaggiatore, un deserto fatto di superlativi, il più antico al mondo (80 milioni di anni), quello con le dune più alte, che si elevano fino a quasi 400 metri di altezza su una piatta distesa di un bianco gessoso. Il deserto finisce repentinamente nell’oceano, percorso dalla fredda corrente del Benguela: il contatto con le sabbie roventi produce una fitta coltre di nebbia, che avvolge quasi costantemente la costa inospitale, battezzata dai naviganti Costa degli scheletri (Skeleton Coast) per le innumerevoli navi che vi hanno fatto naufragio. L’oceano appare sul punto di essere inghiottito dalla massa di sabbia che lo sovrasta incombente – ribaltando la consueta impressione delle onde che si frangono sulla battigia e sembrano voler invadere la costa – mentre il vento che soffia da terra spazzando via la nebbia, spinge indietro la cresta delle onde sollevando alti spruzzi.
Sossusvlei: Nel Dead Vlei
Qui arrivò nel 1486 il navigatore portoghese Diego Cão, che si fermò appena il tempo per piantare una croce sul promontorio popolato da una immensa colonia di otarie, e abbandonò rapidamente un’area così inospitale. Le otarie di Cape Cross costituiscono ancora oggi una colonia numerosissima e rumorosa, riccamente nutrita dall’abbondanza di pesci che popola le acque davanti alle basse scogliere del capo.
Le incredibili forme delle acacie disseccate nel Dead Vlei
Volando verso Sossusvlei, nel cuore del deserto, su piccoli aerei pilotati da personaggi improbabili che sembrano usciti da un vecchio film di avventure, le infinite mutevoli forme che la sabbia assume nel suo incessante cammino spinta e modellata dal vento, si succedono sempre diverse – molti nomi designano le varie forme di dune: paraboliche, trasversali, a stella, a collinetta, a mezzaluna – nella luce nitidissima dell’aria quasi priva di umidità. Una nitidezza che rende ingannevole la percezione delle distanze, e dona al paesaggio un aspetto irreale, o piuttosto iperreale, mancando l’effetto atmosferico che sfuma i contorni in distanza.
Le incredibili forme delle acacie disseccate nel Dead Vlei
La pista di Sossusvlei, una striscia di sabbia e sassi, è fornita di servizi “minimali” – una baracca fatta con materiali di recupero funge da aerostazione, mentre le “dotazioni antincendio” consistono in un paio di secchi pieni di sabbia appesi a un palo – ma rappresenta la porta di accesso allo straordinario scenario del Namib-Naukluft Park, in cui si trova il Dead Vlei (il “lago morto”), un tempo una pozza d’acqua popolata di acacie, oggi una distesa bianca circondata da alte dune di sabbia rossa, su cui spiccano le sagome nere degli alberi contorti e disseccati.
La cosiddetta “Duna 45”
L’insieme è di grande suggestione e appare come una gigantesca installazione creata da un artista ignoto quanto ricco di un talento visionario e assoluto: le forme delle acacie morte e scarnite dalle intemperie si librano nell’aria in una danza virtuosistica che lascia con il fiato sospeso, e il contrasto fra i colori crudi e netti è accentuato dalle ombre, di un nero profondo e senza sfumature, che spartiscono le superfici e dal blu intenso di un cielo senza nubi; l’impressione di assenza di atmosfera è quella delle immagini riprese nello spazio, e produce la sensazione di trovarsi su un pianeta sconosciuto. Non stupisce che molti grandi fotografi abbiano scelto questi luoghi per fissare immagini di scenari naturali così insolite e spettacolari da provocare animati dibattiti sulla loro autenticità, come nel caso delle foto scattate da Frans Lanting per il National Geographic Magazine.
Crepuscolo nel deserto
Nelle notti del deserto le stelle “dell’altro polo” – secondo la definizione dantesca – brillano fino sulla linea dell’orizzonte, immense e vertiginose come in un notturno di Van Gogh, ruotando attorno alla Croce del Sud. La sensazione, in un cielo che appare affollato di astri molto più di quello boreale, è che le stelle si siano avvicinate alla Terra, mentre la Via Lattea attraversa la volta celeste come un grande fiume luminoso, nel cui infinito silenzio sembra di perdersi.



Dettagli

Didascalie
© Donata Brugioni 2011
1.  Swakopmund: Villa di epoca coloniale
2.  Ragazza Himba
3.  Donne Herero
4.  Lungo la Skeleton Coast
5.  Sossusvlei: Nel Dead Vlei
6 e 7.  Le incredibili forme delle acacie disseccate nel Dead Vlei
8. La cosiddetta “Duna 45”
9.  Crepuscolo nel deserto