L’affascinante mondo racchiuso fra le mura del convento di San Marco a Firenze è ancora quello rinascimentale, dove ti aspetti da un momento all’altro di incontrare Michelozzo con Cosimo il Vecchio Medici, e poi Beato Angelico, Agnolo Poliziano, Savonarola e tanti altri, che hanno reso mitico quel periodo. Sembra quasi impossibile, ma così è in realtà, che la mostra allestita nella biblioteca del convento riesca a catapultarti ancor di più nel cuore della storia quattrocentesca. Si entra nella lunga costruzione michelozziana spartita, come una chiesa, in tre navate e la luce improvvisamente diminuisce, lasciando risaltare solo le opere ed i pannelli che ci guidano alla scoperta della personalità di Mattia Corvino, re d’Ungheria dal 1458 al 1490, e dei rapporti economici e soprattutto artistici che si instaurarono fra due luoghi tanto lontani in termini geografici ma che hanno percorso un cammino affiancato durante il Rinascimento. Firenze e la vasta Ungheria di quel tempo, che per trentadue anni Mattia Corvino ha governato, sono tratteggiate attraverso ceramiche, dipinti, sculture, manufatti e preziosi manoscritti per descriverci la capacità di penetrazione della cultura fiorentina in territorio ungherese e nel contempo raccontare la vicenda di Mattia che, a buon diritto, viene confrontata con la personalità di Lorenzo il Magnifico, suo interlocutore privilegiato.

Alla morte di Mattia Corvino i manoscritti non ancora terminati, che il re aveva commissionato alle botteghe fiorentine per la sua dotta biblioteca fondata a Buda, verranno incamerati nella biblioteca del Magnifico, che ne godè solo per due anni prima della sua morte avvenuta nel 1492. Fra Mattia e Lorenzo il sapere librario umanistico non è l’unico carattere in comune: hanno condiviso l’amore per gli strumenti scientifici, tanto che il famoso orologio dei pianeti, progettato e costruito dal matematico Lorenzo della Volpaia, fu realizzato su committenza di Lorenzo per essere donato al Corvino.

Che Lorenzo, dopo il 1480 e la pacificazione riportata nella penisola grazie alla sua abilità diplomatica, usasse l’arte e i suoi artefici come merce di scambio è più che provato. Lo farà con Leonardo da Vinci, spedito alla corte di Ludovico il Moro nel 1482, con Botticelli, Rosselli e Ghirlandaio per accontentare Sisto IV e il suo desiderio di decorare la cappella Sistina, e con i da Maiano, che insieme a Rossellino andranno alla corte di Napoli. La lista è ovviamente più lunga. Firenze, nella seconda metà del Quattrocento, attraverso i suoi artisti, fu capace di divulgare presso sedi prestigiose come la corte ungherese un’immagine di città all’avanguardia sul piano culturale e manifatturiero; immagine assai proficua anche sul piano economico, che Lorenzo il Magnifico concorse molto a creare e a diffondere, stimolando e arricchendo con le opere della sua collezione le conoscenze dell’Antichità negli artisti della sua cerchia e inviando molti di loro presso altri mecenati.

Uno dei manufatti esposti ne è una inconfutabile prova: il drappo d’oro del trono del re Mattia, realizzato tra il 1476 e il 1490 da una manifattura fiorentina su disegno di Antonio del Pollaiolo e conservato nel museo Magyar Nemzeti di Budapest. Il drappo broccato d’oro e argento è un simbolo privilegiato di potere, autorità, gusto raffinato e cultura umanistica, sfondo reale e metaforico per la seduta di un re che aspirava ad un ruolo egemonico in Europa. Il disegno del parato è in prospettiva, con i più minuti particolari ben delineati: un vaso baccellato sopra ad un piedistallo posto ad angolo ed ornato da un filo di perle, con due aquile ai lati, simbolo araldico di Mattia Corvino, poste sopra a due cornucopie. Al di sopra campeggia lo stemma del re circondato da una ghirlanda di foglie di quercia, con frutti di nespolo, pero e melograno, arricchita da ulteriori cornucopie, dalla quale escono tralci di rose. Simbolo di benessere ed abbondanza le cornucopie e le melagrane, le rose potrebbero invece essere legate all’araldica medicea di Lorenzo il Magnifico, quasi una sorta di marchio fiorentino e una prova del sodalizio fra i due uomini.

Inoltre, il vaso è colmo di melograni, che ha un significato cristologico che ben si associa alla figura di Mattia Corvino, colui che sconfisse i Turchi, difensore del papato, tanto da ricevere il famoso Stocco benedetto ben due volte, prima da parte di papa Pio II Piccolomini nel 1463 e poi da papa Paolo II Barbo nel 1471. Anche per questi motivi la sua figura si erge statuaria nel panorama rinascimentale del centro – Europa, il re-soldato che governò e consolidò il suo primato impegnandosi personalmente come guerriero, tanto da varcare il confine del suo regno per ben ventitré volte per marciare contro la Boemia e la Moravia, contro gli ottomani e verso l’Austria, colto dalla morte a Vienna, che conquistò nel 1485. La sua preparazione giovanile ci è quasi oscura, ma sappiamo che grazie al padre, Janos Hunyadi, voivoda della Transilvania e governatore del Regno d’Ungheria, ricevette una intensa istruzione militare.
Fra il 1440 e il 1450 troviamo fra i suoi precettori il più insigne esponente dell’umanesimo magiaro, Janos Vitéz, e poi a seguire l’umanista polacco Grzegorz z Sanoka. A loro si deve l’interesse per l’umanesimo in ogni campo che Mattia rivelò sin da subito, a cominciare dall’amore per i manoscritti miniati che lo porteranno a tentare di realizzare la biblioteca universale sullo scibile umano a Buda, per rinverdire i fasti delle leggendarie biblioteche dell’antichità greco-romana. Con notevole dispendio di risorse ed energie il progetto fu portato avanti con l’aiuto dell’italiano Taddeo Ugoletti, collaboratore del re, che arrivò a Firenze nel 1488 per acquistare nuovi volumi e seguire da vicino commissioni di ulteriori manoscritti. Nacquero sodalizi con i letterati fiorentini che poi furono ospitati in Ungheria, il tutto con fertile scambio culturale. Marsilio Ficino intrattenne con l’Ungheria i rapporti più duraturi, tanto che i suoi testi verranno dedicati a Mattia e molte delle sue traduzioni prenderanno la strada della biblioteca reale di Buda, fra cui l’editio princeps del suo Platone latino, uscita nel 1484.

Alcuni manoscritti, impreziositi da favolose miniature realizzate dai grandi maestri fiorentini sono presenti alla mostra con i loro scintillanti e profondi colori, dove possono essere ammirati con tranquillità ed attenzione grazie alla perfetta illuminazione delle vetrine che li contengono. Tra questi sono esposti due volumi della Bibbia monumentale di Mattia, illustrata nel 1489-1490 dai maggiori miniatori fiorentini dell’epoca: Attavante e Gherardo e Monte di Giovanni. La miniatura della Bibbia, oltre ad essere un capolavoro d’arte costituisce la più esplicita rappresentazione celebrativa in forma simbolica di Mattia, del suo potere, e del rapporto con Firenze, Lorenzo e la cerchia di umanisti.
L’apprezzamento dell’arte rinascimentale alla corte di Buda ricevette certamente stimolo anche dalla presenza di Beatrice d’Aragona, figlia di Ferrante re di Napoli, che Mattia sposò nel 1476, le cui sembianze ci sono presentate in mostra dal mirabile busto-ritratto di Francesco Laurana, proveniente dalla Frick Collection di New York: posto al centro dello spazio della biblioteca, si presenta a noi con la bocca serrata e gli occhi bassi, delicata e affascinante nel suo candore marmoreo levigato.

Probabilmente il Laurana ritrasse la giovane Beatrice in occasione del suo fidanzamento, nel 1474. Il busto doveva essere dorato e colorato, dovendo apparire sontuoso, prezioso ed attraente, poiché era il ritratto ufficiale della regina d’Ungheria. E’ stato probabilmente abraso e decolorato a Firenze all’inizio degli anni Sessanta dell’Ottocento, dettato dalle scelte estetiche del periodo. Rimane comunque una delle immagini più toccanti ed espressive che la ritrattistica rinascimentale ci ha lasciato e che ora fa mostra di sé attorniata da rilievi marmorei che testimoniano l’importanza data ai ritratti alla corte di Mattia Corvino. Sono infatti molte le effigi che ci rimangono del sovrano, soprattutto quelle cosiddette all’antica, dove oltre alle fattezze vengono rappresentati gli emblemi del potere: una corona di foglie di quercia, simbolo della forza, oppure la fisionomia leonina con capelli ondulati che arrivano alle spalle, occhi profondi e naso schiacciato, segni di carattere coraggioso, generoso, giusto e misericordioso. Vasari ci ricorda che Lorenzo il Magnifico inviò al re una coppia di rilievi di bronzo di mano del Verrocchio, che rappresentavano Alessandro Magno e il re Dario, per sottolineare che anche Firenze riconosceva in lui il baluardo cristiano d’Europa, a difesa dell’avanzata turca. Nella creazione del mito di se stesso, Mattia usò la stessa figura di Ercole, che sarà ugualmente considerata da Lorenzo il Magnifico per la sua propaganda.

La conclusione del percorso si concentra sulla fine del periodo di Mattia Corvino, sulla difficile situazione della successione, non avendo prole legittima, e sulla figura del suo erede Giovanni Corvino, nato da una donna borghese nel 1473. Giovanni fu riconosciuto suo successore nel 1482, ricevendo una cospicua parte di possedimenti reali, governando da subito una dozzina di regioni. Ma all’indomani dell’improvvisa morte di re Mattia nel 1490, Giovanni, a causa dell’opposizione dei magnati magiari, scandalizzati dalle donazioni e dalla debole personalità del principe, non gli succedette al trono. Nel 1505, con la morte del nipote di Mattia Corvino, la famiglia Hunyadi si estingue. Questo ultimo periodo è documentato in mostra da due dipinti e un oggetto simbolo. Il primo dipinto è il bel ritratto, di scuola nordica, che raffigura Giovanni Corvino.

L’altro è il ritratto di Bianca Maria Sforza, la sposa prescelta per le nozze dell’erede, che sfumarono per motivi politici, dipinto da Ambrogio de Predis , proveniente dalla National Gallery di Washington. Il ritratto ci presenta la giovane Bianca di profilo, con una acconciatura ricercata ed ingioiellata, metafora della sua cospicua dote, e adorna di un fiore di garofano alla cintola, simbolo di fidanzamento ufficiale. La malinconia dello sguardo è toccante, la linea della bocca sembra raccontare la storia di questa fanciulla che fu solo oggetto di scambio di potere e non ebbe in cambio una vita felice: saltato il matrimonio con Giovanni Corvino, sposerà Massimiliano d’Asburgo, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero, ad Innsbruck nel 1493. Giunta a corte, Massimiliano continuò a considerarla solo un oggetto di scambio economico e di potere, e non la degnò mai di alcun interesse, tanto che Bianca morì “di tedio” nel 1510 nella cittadina austriaca dove è sepolta.
L’oggetto simbolico che conclude la cavalcata dentro la storia ungherese del periodo d’oro di Mattia Corvino è lo Stocco benedetto (Budapest, Nemzeti Múzeum, che il papa Giulio II donò nel 1509 a Vladislao II, successore di Mattia, volendo identificarlo nel ruolo di difensore della Cristianità, come già altri papi avevano fatto prima con Mattia. Questa spada d’onore è una delle più antiche spade pontificie, opera pregiata dell’artigianato italiano del Rinascimento. E’ stata realizzata da Domenico di Sutri, famoso orafo a Roma che insieme al padre allestì il gruppo di statue dorate che rappresentano i dodici apostoli e che si possono ammirare nella cappella di Alessandro VI in San Pietro.

La spada fu inviata a Vladislao II degli Jagelloni re d’Ungheria per ribadire la necessità del controllo dei confini dell’Europa da parte di questi a causa della sempre più forte minaccia turca. Il figlio del re, Luigi II, nel 1526 perse la vita nella terribile battaglia di Mohacs, che costituì l’ultimo sforzo dell’Ungheria unita contro l’invasione dei turchi.
Proprio in seguito alle distruzioni dovute al dominio turco dei secoli XVI-XVII, della ricchezza dei palazzi reali di Buda e Visegrád vediamo solo frammenti. La Biblioteca Corviniana, che un tempo in Europa fu seconda per ricchezza solo a quella Vaticana, vede oggi dispersi in tutto il mondo i suoi codici sopravvissuti alle guerre. Questa mostra, ideata dalla soprintendente fiorentina Cristina Acidini e giunta a conclusione dell’anno dedicato alle relazioni culturali fra l’Italia e l’Ungheria, è una vera macchina del tempo: ci proietta verso l’Umanesimo che ha unito le culture dei due paesi per un periodo, che le guerre, le invasioni e le culture prevaricanti non sono riuscite a cancellare, e che oggi è punto di partenza e base necessaria per proseguire verso un cammino europeo congiunto nel raggiungimento di obiettivi di qualità.
Titolo evento
Mattia Corvino e Firenze- arte e umanesimo alla corte del re d’Ungheria Data fine:06 January, 2014 Sito web:http://www.unannoadarte.it/2013/index.html