La sera del 7 dicembre 2013, mentre si riaccendono le luci nel teatro Naselli di Comiso (RG), l’amico di sempre con il quale sono andato ad ascoltare il concerto – sgranando gli occhi – mi dice: “musica come questa può essere interpretata solo paragonandola ai quadri di Lucio Fontana; tutto è oltre la tela, al di là dello squarcio”.
Proprio così, amico mio; la musica di Keith Tippett è un libero fluire, un racconto, che prende corpo in una lunga composizione estemporanea capace di affascinare il pubblico del piccolo centro siciliano – non numerosissimo ma comunque presente – per poco più di un’ora.

Tippett, inglese per nascita e per modo di essere, è un pianista e compositore giunto al successo alla fine degli anni Sessanta, quando ormai l’Europa si stava allineando a quei movimenti di protesta diffusa nati negli Stati Uniti. Il Nostro, che ha scelto il jazz come musica d’elezione, lo ha declinato nella chiave più moderna ponendo l’improvvisazione (anche radicale) come elemento fondante della sua arte.
Dopo la rarefatta ed eterea performance dell’Improgressive Trio, Tippett ha avviato quel monologo sonoro – che è dialogo emotivo – rivolto al pubblico. Un inizio scuro, tutto sui bassi del pianoforte che si attorcigliano come un Bach magmatico interrotto da pochi lampi funk. A questa inquietudine si alterna, inaspettata quanto desiderata, una melodia delicata che sorge e tramonta di continuo fino a quando uno stillicidio di note acute bloccate, come una pioggia battente, si riversa sul pubblico. Il pianoforte di Tippett ha qualcosa di strano alle orecchie dei più; a causare questo effetto sono i pezzetti di metallo, legno, pietra e altri materiali che il pianista sistema di volta in volta – senza mai interrompere l’esecuzione – sulla cordiera del suo strumento. Il pianoforte “preparato” non è certo invenzione di Tippett; infatti, negli anni Quaranta, John Cage scriveva già per questo strumento modificato in modo estroso. Grazie alla dolce forza, alla controllata irruenza di Tippett però, l’uso della preparazione diventa la chiave d’accesso per riscoprire la doppia natura del pianoforte, che è strumento melodico e percussivo ad un tempo. Stimolato dai più vari materiali (legno, metallo, pietra, plastica, mattoni da strofinare sulle corde e chi più ne ha più ne metta) il pianoforte di Tippett suona adesso come un tamburo, ora propone la solarità del clavicembalo galante, ora l’avvolgente esoticità del sitar. A chiudere gli occhi non si crederebbe di star ascoltando un pianoforte solo.

Musicista colto e raffinato, il pianista inglese mescola il blues notturno ed urbano a sfasamenti metrici e finti cicli ritmici che ricordano i lavori di Steve Reich.
A poco a poco il suono si affievolisce, sempre di più, fino a sparire accompagnato da un carillon.
Acclamato dal pubblico – quella maggioranza che non ha sentito la necessità di battere in ritirata davanti al nuovo – un sudato Tippett ringrazia e si scusa per non voler concedere un bis. Non è supponenza la sua. L’opera che è nata, cresciuta e scomparsa sotto i nostri occhi si è esaurita. Frutto di una improvvisazione non può essere riprodotta in nessuna sua parte e l’artista non crede di avere altro da dirci, per questa sera, di tanto importante da suscitare la nascita di una nuova creatura.
Comprendiamo.