La lettura dei buoni libri
è una sorta di conversazione
con gli spiriti migliori dei secoli passati.
(Cartesio)
Nacque a Roma intorno al 1600 da Giovanni Maria e Giulia Baiocchi; fece parte della schiera di quegli eccellenti pittori attivi nella capitale nel primo trentennio del Seicento, momento tra i più fecondi nella storia dell’arte occidentale; assai probabile una sua origine croata.

Siamo qui a presentarvi la prima e unica monografia mai realizzata finora su quel Giuseppe Puglia, pittore maggiormente noto come “Il Bastaro”, a causa del mestiere del padre che era dedito alla realizzazione dei “basti”, ovvero dei supporti in legno usati per caricare le some sugli animali.
Il volume, in fase di perfezionamento e definitiva revisione da parte della redazione, nasce da un’idea di straordinaria collaborazione tra Libro Co. Italia (l’editore) e Massimo Francucci (l’autore), mossi dal desiderio di fare luce su questa personalità artistica poco conosciuta e celebrata, ma dotata in ogni caso di quel carattere fortemente identitario che ha fatto de “Il Bastaro” una figura ben radicata a Roma e sorretta dalle strutture sociali lì esistenti. Il testo verrà dato alle stampe a partire dal prossimo gennaio 2014, dopodiché sarà pronto a occupare un posto d’onore su uno degli scaffali delle nostre e delle vostre librerie domestiche. Si tratta dunque di un’assoluta novità all’interno del panorama delle pubblicazioni artistiche, un’occasione eccezionale per rendere omaggio a questo pittore raro, ma affascinante e allo stesso tempo un po’ isolato nella scena artistica della sua città natale: una veste editoriale inedita per evidenziare il più possibile la storia e la produzione di questo maestro, di cui solo ventotto opere ci sono pervenute e sono state attribuite a lui con certezza.

Vissuto solo trentasei anni (la morte per malattia è accertata nel 1636) ebbe anche poca possibilità di farsi conoscere e apprezzare in maniera approfondita: una carriera lampo, svoltasi non solo a Roma, ma anche in cittadine e località minori del Lazio e delle Marche, sulla quale in pochi hanno parlato e scritto qualcosa.
La sua attività è documentata a partire dal 1627 con i quadri e gli affreschi nella cappella del Suffragio all’interno del duomo di Fabriano e grazie all’affresco nel chiostro della Minerva a Roma (Presentazione della Vergine, 1629), ma si intensifica negli anni tra il 1631 e il 1635. Sono nove gli anni documentati della sua attività e sono circa ventiquattro quelli che aveva Giuseppe Puglia quando dipinse la sua prima opera. Che cosa abbia fatto nel periodo precedente resta avvolto dal mistero.

A riportare l’accento su di lui è stato il restauratore Luciano Maranzi che negli anni Sessanta del Novecento richiamò l’attenzione generale sull’artista e in particolare sulle sue pale in San Girolamo degli Schiavoni, tra le suo opere più note e apprezzate. Si può dire che Puglia abbia sempre prediletto la raffigurazione di soggetti del Vecchio e del Nuovo Testamento e che quindi il tema sacro sia quello che, anche nella sua produzione, andava per la maggiore. A tal proposito si tratta soprattutto di dipinti su tela con figure quasi sempre a grandezza naturale, modellate con tecnica quasi scultorea in un forte chiaroscuro, tanto nella pale quanto nei quadri devozionali o “da stanza”. I personaggi scelti per queste raffigurazioni sono accomunati da un’impostazione statica e piuttosto solenne, dalla predilezione per i panni sovrabbondanti ma ben ordinati. L’uso del colore e della luce, l’espressività quasi sempre moderata da un temperamento flemmatico, quasi apatico, sono i tratti distintivi del suo operato e della sua tecnica.

Tre le componenti stilistiche che ebbero un’influenza determinante sul giovane artista e che contribuirono all’evoluzione di uno stile sempre più personale e unico nella Roma del pontificato di Urbano VIII: un naturalismo di ascendenza caravaggesca tramandato in chiave nobilitata da Antiveduto Gramatica (che molto probabilmente fu suo maestro e di cui sposò la figlia); l’arte del Cavalier d’Arpino e di Pomarancio e infine l’ammirazione che il Puglia aveva per l’arte di Guido Reni. In questa rete di personalità e dimensioni artistiche ben ramificate, “Il Bastaro” era riuscito a trovare un suo spazio, riuscendo a farsi portatore di uno stile di gran lunga più monumentale e di maggior respiro rispetto agli altri petits maîtres operanti in quel periodo nella capitale. Seppur breve, la sua carriera arriva a toccare esiti pittorici di notevole qualità che dimostrano la sua profonda conoscenza dell’opera di Raffaello e di Michelangelo, dei pittori tardo manieristi, del naturalismo caravaggesco e della scuola bolognese. La sua tecnica raggiunge, tuttavia, l’apice nel momento in cui riesce a distinguersi nel clima culturale della Roma papale districandosi perfettamente tra due ingombranti eredità, il caravaggismo e il classicismo, correnti stilistiche agli antipodi ma allo stesso tempo complementari l’una all’altra e che Giuseppe Puglia riesce a fondere con un piglio fortemente indipendente e con un’espressività pittorica facilmente riconoscibile dall’occhio esperto.

E l’obiettivo dell’inedita monografia è proprio quello di dare la giusta importanza alle qualità di questo esponente del Seicento romano, nella speranza che tale pubblicazione possa accentuare il desiderio di conoscenza nei suoi confronti e che la sua opera possa, così, diffondersi maggiormente e avere la possibilità di essere incrementata. Per fare ciò vi possiamo già anticipare che troverete al suo interno, oltre al catalogo delle opere autografe, delle opere perdute e delle attribuzioni rifiutate, una brevissima sezione dedicata ai disegni. Sono solo due, per adesso, i fogli che è possibile riferire al Puglia: uno studio per la Pietà di San Girolamo dei Croati e un disegno preparatorio per la pala dell’Adorazione dei pastori di Poggio Mirteto. Una ricerca studiata e particolareggiata che si propone di mettere l’accento sul caso specifico di un artista che sfugge agli schemi tradizionali, con l’intento di dare credibilità a questa voce, che può dirsi originale anche per il fatto di esser riuscita a portare avanti il proprio “naturalismo classicizzato” negli anni in cui il papato di Urbano VIII (1623-1644) avrebbe favorito l’affermazione del Barocco, che di lì a poco si sarebbe imposto come lo stile dominante.